Simone Consonni e Michele Scartezzini impegnati nella Madison ai Mondiali di Pruszkow © Szymon Sikora
Simone Consonni e Michele Scartezzini impegnati nella Madison ai Mondiali di Pruszkow © Szymon Sikora

L’Italia chiude con le pile scariche

Finiti i Mondiali su Pista di Pruszkow, respinte le speranze di Confalonieri nella Corsa a punti e di Consonni-Scartezzini nella Madison. Olandesi trionfatori

Si sono chiusi i Campionati del Mondo su Pista di Pruszkow in Polonia, i bilanci li faremo a parte, qui urge la cronaca delle ultime gare con cui, con un po’ di amaro in bocca, salutiamo la rassegna più incalzante del ciclismo; l’amaro è dettato proprio dal dover salutare per qualche mese la grande pista, che di spettacolo ne regala talmente tanto e concentrato in talmente poco spaziotempo, che ogni volta ci stupiamo del fatto che non venga diffusa a reti ciclistiche unificate. Invece sempre lì, di sguincio, un po’ in tv un po’ in streaming, uno spizzico qua e un boccone là… e pazienza, ci siamo pure stufati di star qui a ripetere gli stessi concetti. Chi non capisce la pista non la merita, punto.

 

Confalonieri, la gloria era lì a un giro
La prima finale della quinta giornata dei Mondiali era quella della Corsa a punti femminile, l’Italia schierava Maria Giulia Confalonieri, con tanto di galloni di Campionessa Europea in carica nella specialità. Bisogna subito dire che l’insolita idiosincrasia mostrata rispetto al guadagnare un giro è stato un pesante handicap per l’azzurra, anzi diciamo del tutto decisivo come elemento.

Anche negli sprint, però, l’italiana ci ha messo un po’ a carburare, perdendosi i primi 4 dei 10 totali: quando, al quinto, finalmente Maria Giulia ha vinto la volata di metà corsa, al comando c’era già l’immancabile Kirsten Wild, anche se le distanze erano piuttosto ridotte; l’olandese aveva in quel momento 9 punti ed era distante un tiro di sprint, però avrebbe fatto altri 8 punti nelle due volate successive, mettendo così il cappello anche su questa gara.

Quello che la possente olandese non aveva considerato era che però in quest’occasione la Corsa a punti avrebbe riservato i botti veri nel finale. E li avrebbe riservati in forma di giri cacciati e presi, con la russa Gulnaz Badykova e l’irlandese Lydia Boylan nei panni delle protagoniste, con la hongkonghese Yang Qianyu a imitarle e soprattutto con l’australiana Alexandra Manly bravissima a prendere un treno che l’avrebbe portata lontanissimo. Coi 20 punti guadagnati da queste quattro atlete la classifica è risultata rivoluzionata, e purtroppo per lei pure Maria Giulia si è ritrovata cacciata indietro: fin lì era in piena lotta per le medaglie (era arrivata a quota 8 ed era quindi terza dopo il settimo sprint), dopo si è ritrovata nelle posizioni di rincalzo subito dietro alle prime.

La battaglia per la vittoria è stata furente, ed è stato decisivo l’ultimo sprint. Al comando c’era la Boylan con 28 punti, seguita da Badykova a 26, Manly a 25, Yang a 20 e Wild a 16, apparentemente lontana dal podio. Ma l’olandese non s’è persa d’animo, e quello sprint coi punteggi doppi è andata a vincerlo, raggiungendo Badykova a 26 (e superandola per il miglior piazzamento nella volata conclusiva). Sarebbe stata seconda addirittura, Kirsten, se Manly non avesse trovato lo spunto per infilarsi in terza posizione, guadagnando i 4 punti che le hanno permesso di fare il definitivo balzo al comando della prova. Confalonieri, da parte sua, ha chiuso seconda lo sprint conquistando altri 6 punti che le consentono un pieno di rammarico, perché finire la gara a quota 14 significa che con un giro guadagnato nulla le sarebbe stato precluso, men che meno il titolo mondiale.

E invece la maglia iridata va all’Australia, con Alexandra Manly che finisce a 29, un punto in più della Boylan (che beffa!), con Wild sul terzo gradino del podio a 26, stesso punteggio di Badykova quarta; quinta la Yang, rimasta a 20, sesta Maria Giulia coi suoi 14. In ogni caso l’azzurra si conferma una delle top player della specialità, poi ogni gara è diversa dall’altra, e in base allo svolgimento di ogni singola prova si può finire molto in alto o molto in basso, o – come oggi – in una quasi anonima medietà.

 

Quanta roba in questa Madison?
L’ultimissima chance di medaglie per l’Italia a Pruszkow era rappresentata dalla coppia schierata da Marco Villa nella Madison: Simone Consonni, fresco reduce dalla delusione di ieri nell’Omnium, insieme a Michele Scartezzini, per cercare di fare il possibile in una gara in cui però già in partenza era chiara la portata del miracolo necessario per provare a scalare il podio. Miracolo perché gli avversari erano quanto di più blasonato potesse trovarsi in giro per il globo. Coppie storiche, collaudatissime, sempre pericolose, letali negli sprint se non nelle cacce, o su entrambi i fronti… insomma c’era di che lustrarsi gli occhi, a guardare la gara. O di che soffrire amaramente,  a trovarcisi dentro – come i nostri Simone e Michele.

Eppure gli azzurri hanno provato a prendere il toro per le corna, e di ciò gli va dato atto. Anzi, se pensiamo che dal 30esimo al 39esimo giro i nostri sono pure stati al comando della classifica, non possiamo che dedicargli un dolce sorriso. Il problema è che poi restavano ancora 140 tornate, da quel 39esimo alla fine, e in quelle 140 è successo davvero di tutto.

Consonni e Scartezzini erano balzati in testa dopo aver vinto il terzo sprint (e 1 punto l’avevano già guadagnato al secondo), ma già con la volata successiva gli australiani (Leigh Howard e Cameron Meyer) hanno scavalcato i nostri, mentre i tedeschi campioni uscenti cominciavano a martellare. Un martellamento, quello di Roger Kluge e Theo Reinhardt, che è stato qualcosa di impressionante per pervicacia ed efficacia. Vinto il quarto sprint, i teutonici si sono mossi (dietro alla Polonia) dieci giri più avanti per andare in caccia, e mentre erano all’attacco hanno conquistato altre due volate, e poi il giro.

Anche la Polonia e poi Danimarca, Belgio e Gran Bretagna hanno preso il giro in quegli stessi frangenti; subito dopo l’ha fatto l’Australia, ed ecco che la classifica era bella e fatta già a 120 tornate dalla conclusione: testa a testa Germania-Australia (35-33 in quel momento), e subito a incalzare Polonia (31), Danimarca (26), Gran Bretagna (24) e Belgio (23). Italia ferma a 6 e il sospetto che si fosse già fuori dai giochi cominciava a farsi pressante.

Quindi (ai -114) anche la Spagna di Sebastián Mora e Albert Torres ha guadagnato un rapido giro (salendo a 26), e di nuovo ci siamo ritrovati coi soliti noti in caccia: Danimarca con Germania, Spagna e Belgio, poi è rientrata anche l’Australia che subito è partita in contropiede seguita dagli immancabili tedeschi, quindi anche Belgio e Francia si son rifatti sotto a formare con le due coppie già in testa un quartetto che ha dominato le fasi centrali della gara. O meglio, a dominare era soprattutto la Germania, che qui ha fatto una scandalosa incetta di vittorie, conquistando decimo, undicesimo e dodicesimo giro, e involandosi poi col Belgio (Kenny De Ketele-Robbe Ghys) sull’aire del tredicesimo, per andare infine a prendere il giro ai -65. Anche Australia e Francia (Benjamin Thomas-Bryan Coquard) hanno guadagnato il loro bravo giro poco dopo, e a questo punto la classifica si delineava così: Germania 73, Australia 59, Belgio 54, lontane le altre a partire dalla Francia (32).

 

Tedeschi inesorabili, italiani fuori dalla lotta
La Danimarca (Lasse Norman Hansen-Casper Von Folsach) ha capito che non si poteva perdere più un solo secondo, ed è partita a questo punto in caccia, mettendo a segno un gioco da 25 (14esimo sprint vinto+giro conquistato) ed è rientrata in lizza per il podio, andando ad affiancare il Belgio a 54. In questa fase c’è stato il risveglio dell’Italia, anche perché la corsa non era più bloccata col quartetto che in precedenza aveva dominato la scena per 50 tornate, sicché c’è stato spazio per i nostri per mettere insieme 11 punti in 3 volate, tra la numero 14 (quarto posto) e le due successive, vinte entrambe dagli azzurri. Il che non cambiava gli equilibri, dato che la zona medaglie restava lontanissima, ma dava un senso alla partecipazione di Scartezzini e Consonni.

I giochi grossi li riapriva quindi la Danimarca, che ai -34 è ripartita in caccia con tutta l’intenzione di fare lo scherzone ai tedeschi. Questi ultimi però non dormivano certo, e si son messi a inseguire con Austria e Australia, poi Belgio e Francia, disperdendo via via avversari e restando solo coi fiamminghi a provare a chiudere positivamente la caccia. I danesi in questa ultima fase hanno fatto vedere di che pasta siano fatti, mentre erano all’attacco hanno conquistato 10 punti vincendo le volate 17 e 18, poi hanno messo in cassa pure i 20 punti del giro preso (ai -14) e tutto ciò li ha proiettati addirittura al comando della classifica, avendo temporaneamente scalzato quei tedeschi che fino a pochi minuti prima parevano inavvicinabili: 84-80 per i danesi, ma è stata gioia effimera, perché subito dopo (ai -10) la Germania che era in caccia ha vinto il 19esimo sprint davanti al Belgio, e ha rimesso il muso davanti (85-84), per poi archiviare definitivamente la faccenda a 4 tornate dalla conclusione, chiudendo vittoriosamente la caccia. Coi 20 punti del giro guadagnato, anche il Belgio è volato sul podio, e a nulla son valsi i tentativi tardivi di Spagna e Australia di mettere a segno una caccia in extremis nelle ultime tre tornate. Si son limitati, iberici e oceanici, a chiudere primi e secondi nella volata conclusiva, ma ciò non ha portato loro benefici tangibili in classifica.

Una classifica che si è chiusa quindi con la Germania a 105, la Danimarca a 84, il Belgio a 82 e poi, incredibile dictu, l’Australia di Meyer giù dal podio a quota 71, quindi più distanti Spagna (40), Francia (32), Gran Bretagna e Polonia (31): tutte coppie, queste, che avevano guadagnato uno o più giri. Al nono posto, a 17 punti, i primi ad aver chiuso la Madison senza cacce vincenti: gli italiani.

 

Le gare veloci hanno due regine: Wai Sze Lee e l’Olanda
Non rimane che dar conto delle ultime due gare veloci per chiudere la rassegna. Il Keirin femminile ha visto un’altra affermazione di una delle regine della manifestazione, ovvero Wai Sze Lee. L’atleta di Hong Kong non ha conosciuto la minima incertezza, ha vinto la sua batteria di qualificazione, ha superato senza problemi il quarto di finale, ha rivinto in semi, e nell’atto conclusivo non ha lasciato chance alle avversarie, principalmente le australiane.

Le quali erano in due, in finale, e meglio della più titolata Samantha Morton (un po’ scarica in questi ultimi giorni) ha fatto Kaarle McCulloch, che in rimonta si è vestita d’argento, mentre Wai Sze Lee era già irragiungibile all’entrata in rettilineo. Morton da seconda s’è ritrovata giù dal podio, preceduta anche da Daria Shmeleva, che ha dato alla Russia – che pochi anni fa dominava la scena veloce – almeno un’altra piccola soddisfazione dopo l’oro nei 500 metri. Shanne Braspennincx (Olanda) e Mathilde Gros (Francia), alle spalle della Morton, hanno completato l’ordine d’arrivo.

Nella Velocità maschile è invece arrivata l’unica, sospiratissima medaglia per i padroni di casa della Polonia. I quali a un certo punto hanno pure sperato che Mateusz Rudyk potesse vincere la semifinale contro l’olandese Harrie Lavreysen e andare così a disputarsi l’oro. Ma il beniamino del pubblico di Pruszkow, dopo aver vinto la prima sfida, si è dovuto arrendere al prorompente avversario sia in gara 2 che nella bella. Lavreysen è andato così a raggiungere in finale il connazionale Jeffrey Hoogland, che non ha lasciato fiato al campione uscente Matthew Glaetzer, confermando così la supremazia assoluta dei Paesi Bassi nelle specialità veloci.

L’australiano ha poi chiuso la sua giornata nera perdendo secco con Rudyk la finalina: gara 1 l’avrebbe pure vinta, in realtà, ma è stato successivamente relegato dalla giuria per aver di fatto tagliato la strada all’avversario. Con la faccia del “ma allora ce l’avete con me” Glaetzer si è presentato abbastanza scazzato a gara 2, e qui il polacco l’ha battuto nettamente facendo finalmente esplodere il velodromo.

Un po’ a sorpresa poi la sfida tutta arancione per l’oro se l’è aggiudicata nettamente il giovane Lavreysen (21 anni), che ha battuto Hoogland addirittura in due sole manche, conquistando il primo oro individuale della sua carriera nei Mondiali. Di sicuro tra lui e l’avversario battuto oggi, e Buchli e Bos e Van den Berg, la squadra veloce dell’Olanda fa tremare i polsi.

 

Il medagliere si colora d’arancione; Italia ottava
È stato un testa a testa durato dal primo all’ultimo giorno, e alla fine a conquistare il primo posto nel medagliere è stata proprio l’Olanda, di un’incollatura sull’Australia: 6 ori, 4 argenti e 1 bronzo per gli europei, 6 ori, 3 argenti e 1 bronzo per gli oceanici. Staccatissime tutte le altre nazioni, a partire da Hong Kong terza coi 2 ori di Wai Sze Lee, proseguendo con la vecchia Europa: Germania quarta (1 oro, 2 argenti, 3 bronzi), e a seguire Francia (1-2-2), Gran Bretagna (1-2-1), Russia (1-1-2) e, ottava, l’Italia con le sue tre medaglie (1-1-1) conquistate tutte venerdì.

Per completezza citiamo anche le altre nazioni presenti nel medagliere alle spalle degli azzurri: Nuova Zelanda (1 oro e 2 bronzi), Danimarca (1 argento e 2 bronzi), Irlanda (1 argento e 1 bronzo), Spagna, Giappone e Ucraina (tutte con 1 argento), Belgio (2 bronzi), e infine Polonia e Stati Uniti con 1 bronzo a testa.

L’Olanda aveva già vinto il medagliere l’anno scorso (5 ori, 5 argenti e 2 bronzi), ma quei Mondiali li disputò in casa, ad Apeldoorn, per cui c’era da fare un minimo di tara al “fattore campo”; stavolta invece non ci sono fronzoli che tengano: gli oranje si confermano una delle nazioni guida della pista, di sicuro sono il faro del settore veloce.

I prossimi Mondiali avranno luogo nel 2020 a Berlino, tra un anno esatto (26 febbraio-1°marzo): si tratterà dell’ultimo test prima dei Giochi di Tokyo, e da qui ad allora saranno dodici mesi pieni di lavoro per tutti quelli che vorranno farsi trovare tirati a lucido nell’anno olimpico.

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