Letizia Paternoster © Szymon Sikora
Letizia Paternoster © Szymon Sikora

Lo smalto sulle unghie, e il MarcoVilla che è in noi

L’Italia che nonostante tutto va avanti, a suon di risultati e di grandi speranze. E tutti gli altri protagonisti e le protagoniste dei Campionati del Mondo su Pista appena conclusi in Polonia

A bocce ferme, il giorno dopo la fine dei Mondiali su Pista di Pruszkow, possiamo anche azzardare qualche pillola di bilancio. Procediamo senza troppe premesse.

Re e regine
I protagonisti assoluti? Tra le donne la scelta è obbligata: nonostante la doppietta di Wai Sze Lee (oro nella Velocità e nel Keirin) e le medaglie di Daria Shmeleva (oro nei 500 metri, argento nella Velocità a squadre e bronzo nel Keirin), la regina non può che essere Kirsten Wild, altre quattro medaglie nel palmarès, due d’oro (Madison e Omnium), una d’argento (Scratch) e una di bronzo (Corsa a punti), e soprattutto la sensazione che dà sempre di poter essere imbattibile, se solo volesse.

Tra gli uomini siamo più ecumenici: titolo condiviso tra Samuel Welsford, trionfatore nel giro di pochi minuti nell’Inseguimento a squadre e nello Scratch, e Harrie Lavreysen, il nome nuovissimo della Velocità, sia essa individuale o a squadre.

Chi sale e chi scende
Sale impetuosamente l’Olanda, che vince il medagliere ma non solo: stradomina il settore della velocità maschile con un drappello di fuoriclasse (il citato Lavreysen, Hoogland, Buchli, Bos, Van den Berg), e domina abbastanza nell’endurance femminile, con la sola Wild. Lei non è giovanissima e le eredi non scalpitano, anzi (Elis Ligtlee, che avrebbe dovuto essere il riferimento nel settore veloce, si è ritirata giovane perché stufa di pedalare); le toccherà portare la croce ancora per un annetto e mezzo.

Scende la Gran Bretagna, che nelle gare veloci è da tempo ectoplasmatica, e in quelle endurance regge su un buon gruppo di atlete, finché le più esperte tireranno la carretta e nell’attesa che si compia il ricambio generazionale (il che dovrebbe avvenire di qui a breve, quindi aspettiamo le britgirl a nuovi trionfi a Tokyo). Però mettiamo insieme il calo albionico con – ad esempio – il crollo della Cina: pochi anni fa diceva ancora la sua nelle gare veloci femminili, oggi le sue atlete vanno cercate col lanternino. Tra gli uomini, direttamente quasi nulla. Dicevamo: mettiamo insieme questi dati e ci viene un po’ di malinconia al pensiero degli ingenti investimenti dei comitati olimpici nazionali, funzionali a ben figurare nei Giochi di casa, ma poi, passati quelli? Un lento declinare, pare.

Risale la china l’Australia, dopo anni di transizione che parevano interminabili, e scende fatalmente la Germania, che senza Kristina Vogel ha subìto una netta decurtazione nel medagliere. Però occhio: se si fa la somma dei piazzamenti di tutte le gare, la Germania è la vera vincitrice della rassegna, il che significa che ha una squadra che magari non eccelle (più) nei picchi, ma che per profondità di qualità media non ha eguali.

Scende Voinova e resiste Shmeleva (che praticamente da sola regge la bandiera russa), sale un po’ tutto il comparto veloce francese, tornato competitivo tra gli uomini (perlomeno nella Velocità a squadre oltre che nel Chilometro) e cresciuto insieme a Mathilde Gros tra le donne: la responsabile Clara Sanchez sta lavorando bene.

Scendono drammaticamente gli Stati Uniti, a cui l’assenza di Chloe Dygert fa malissimo, rimane stabile (o labile?) la Spagna (sempre dipendente dai colpi di classe dei singoli nell’endurance), e resta un po’ troppo ai margini il Belgio, due medaglie di bronzo ma anche diverse carte giocate male. Ai margini pure la Polonia, che solo all’ultimo sospiro riesce a conquistare una medaglietta, e sì che in questi ultimi anni da quel paese erano venuti ottimi pistard.

Le imprese più belle
Siamo tutti d’accordo che Jan-Willem Van Schip è tra gli highlights più luccicanti della rassegna iridata, con la sua Corsa a punti? Idem la Madison dei tedeschi Kluge e Reinhardt, e mettiamoci quella delle olandesi Wild e Pieters. La volata impossibile di Sam Welsford nello Scratch, la rimonta d’argento di Benjamin Thomas nell’Omnium, la sfrontatezza/sicurezza di Harrie Lavreysen nella Velocità.

Il record del mondo degli australiani nell’Inseguimento a squadre (seconda nomination per Welsford, quindi). Il record del mondo a livello del mare dell’italiano nell’Inseguimento individuale… sì, parliamo di Italia.

Pista azzurra: per tetto un cielo di stelle
Sì sì, avete capito bene il riferimento a tetto e stelle, è al Velodromo ex-coperto di Montichiari, l’unico che avevamo e che al momento non abbiamo più. Forse lo riavremo. Forse ne avremo un altro. Ma nel frattempo non l’abbiamo, quel velodromo che ci servirebbe. Montichiari è un altro monumento contemporaneo all’italianità, è una piccola salernoreggiocalabria del ciclismo, è un’ilva grottesca (quella vera è tragica), è un bignami di pontemorandi, è un pragelato che ce l’ha fatta ma solo per un po’ di tempo.

È il dover fare sempre, sempre le nozze coi fichi secchi. Il dover fare i salti mortali per qualsiasi cosa. Il dover lavorare il triplo per avere ciò che si merita, è il dover avere uno strutturale bastone tra le ruote, è il non poter mai contare sull’appoggio delle istituzioni, perché le istituzioni sono nemiche dell’italiano, l’italiano si arrangia, fa di necessità virtù, trova sempre il modo di sfangarla, di tirare a campare fino a sera, o fino a domani mattina. L’italiano non progetta, improvvisa. L’italiano ha quel po’ di genio che lo salva. Totò e Alberto Sordi. Il cuore grande. La brava gente. L’impegno del singolo che maschera i vuoti collettivi. Il MarcoVilla che è in noi. Lo smalto che scintilla sulle nostre unghie laccate perché noi per statuto dobbiamo sempre essere contenti. (E sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re!).

Cielo azzurro: una pista piena di stelle
E va bene, stiamo al gioco, come sempre. Non pensiamo a quello che non va, concentriamoci su quello che va. Torniamo al concetto di classifica per piazzamenti, più che per medaglie. Sapete cosa si scopre, scorporando? Che l’Italia, quasi assente nel settore veloce, è la prima in assoluto nell’endurance. Prima tra gli uomini e seconda tra le donne; e son mancate alcune cosette, per esempio il piazzamento probabile di Martina Fidanza nello Scratch. Per esempio è mancato Elia Viviani, il che sarebbe come dire: giudicate un po’ il rendimento della Bahrain Merida senza Nibali… tanto per fare il primo esempio che ci viene in mente.

Sì, insomma, abbiamo margini, questa è la bella notizia. Abbiamo un quartetto femminile giovanissimo, Dino Salvoldi guarda oltre, guarda lontano; e altri ragazzi che vengono fuori ormai con una certa regolarità, e una squadra affiatata in tutte le sue componenti. Lavorare insieme, lavorare bene. Abbiamo il personaggio copertina del ciclismo (non solo su pista, non solo femminile) del prossimo decennio, il personaggio più cercato dalle telecamere anche in Polonia, ci avrete fatto caso.*

Abbiamo tanto da dire, nonostante tutto. Le medaglie possono venire o non venire, può dipendere da tanti fattori, da due punti in più o in meno, da 20 centimetri avanti o indietro; gli argomenti invece, quelli si hanno o non si hanno. Noi li abbiamo.

 

* Sicuramente qualche distratto ha pensato che il più cercato fosse Renato Di Rocco, ma invece no, lui lo dovevano inquadrare per forza dato che sbucava fuori in una premiazione su due. Lui è il presidente della FCI e lo conosciamo bene. È anche il vicepresidente dell’UCI, e ok, buon per lui – direte.

In seno all’Unione Ciclistica Internazionale, è anche il presidente della Commissione Pista. Cioè, avete capito bene: lui che rappresenta un paese (una federazione) che ancora una volta si ritrova senza un velodromo coperto, e che da decenni trascura totalmente e deliberatamente un’intera metà dell’attività su pista, sulla quale non investe punto, è presidente della Commissione Pista dell’UCI. Funzionano alla grande le cose a Aigle… anche a Aigle.

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