Aimable Bayingana, presidente della Federazione Ciclistica Ruandese © Ferwacy
Aimable Bayingana, presidente della Federazione Ciclistica Ruandese © Ferwacy

Dal ciclismo una nuova immagine per il Ruanda

Intervista ad Aimable Bayingana, presidente della federciclismo locale, ripercorrendo la storia del Tour du Rwanda dagli esordi fino al sogno Mondiale

Come presidente della Federazione Ciclistica del Ruanda (FeRwaCy) è anche il presidente del comitato d’organizzazione del Tour du Rwanda e Aimable Bayingana questa corsa l’ha vista crescere praticamente fin dall’inizio visto che il massimo esponente politico del ciclismo ruandese ormai dal marzo 2010. Non c’è quindi persona migliore per tracciare un bilancio di questa edizione del Tour du Rwanda, ripercorrere le strade che hanno portato la gara fino alla categoria 2.1 e dare uno sguardo al futuro con le voci di una candidatura ad ospitare i Campionati del Mondo del 2025 che si fanno sempre più insistenti.

Nel 2009 c’è stato il primo Tour du Rwanda internazionale: come è nato questo progetto e perché si è scelto di puntare proprio sul ciclismo?
«Il Ruanda ha deciso di investire nel ciclismo dopo aver scoperto che qui c’è del potenziale, ma come federazione abbiamo proposto al governo di organizzare un Tour du Rwanda solo dopo aver visitato altri paesi. All’inizio non sapevamo niente del ciclismo, ma dopo aver visto gli altri ci siamo detti “perché no? perché non organizzare una corsa internazionale in Ruanda?”. L’elemento che più di tutti ci ha convinto è stato che il ciclismo è uno sport che mostra e unisce tutto il paese, si va da una città all’altra, si attraversano villaggi e la gente può vedere in televisione, a livello internazionale, che il Ruanda non è solo un paese dove è avvenuto un genocidio 25 anni fa».

Lo sport come mezzo di ricostruire il paese
«Essenzialmente adesso la corsa mostra la nostra unità, che il Ruanda è un paese sicuro, dove si può organizzare e disputare una corsa internazionale. All’inizio le persone avevano paura di venire qui a causa dell’immagine che aveva il paese, penso quindi che la corsa abbia contribuito molto a darne una nuova del paese».

All’inizio però non deve essere stato semplice partire completamente da zero
«All’inizio tutti noi abbiamo avuto grosse difficoltà. Organizzatori, polizia, pubblico e pensiamo agli sponsor, anche loro non ne sapevano nulla e quando andavamo a parlare la reazione era del tipo “ciclismo? cosa è il ciclismo?”. Nessuno sapeva niente, io sono riuscito a convincere le autorità attraverso il Ministero dello Sport e hanno capito rapidamente, ma per tutto il resto tutti siamo cresciuti e abbiamo imparato assieme passo dopo passo».

Le immagini del Tour du Rwanda hanno fatto il giro del mondo per l’impressionante quantità del pubblico sulle strade: sembra che non sia solo per il ciclismo, ma per un grande evento a cui tutti vogliono assistere
«Questo è uno dei motivi per cui il ciclismo è così speciale. Altri sport a livello internazionale sono fatti negli stadi o nei palazzetti, sono eventi “chiusi”: se vuoi vedere, devi pagare. Il ciclismo invece è gratis, è l’unico sport che va lui dalla popolazione e può essere ammirato liberamente anche ai massimi livelli. Questo è il motivo per cui la gente si gode la festa, non hanno alcuna altra occasione di guardare dal vivo lo sport a livello internazionale».

Assieme alla corsa, è cresciuto molto anche tutto il ciclismo locale
«Certo, abbiamo investito anche per creare strutture come il centro di Musanze. Noi abbiamo fatto crescere il Tour du Rwanda, ma la corsa stessa ci ha aiutato a far crescere il ciclismo ruandese; abbiamo imparato con la nostra corsa. All’inizio ovviamente non è stato facile, i primi cinque anni i nostri corridori hanno fatto fatica, ma poi sono migliorati anno dopo anno fino al 2014 quando abbiamo iniziato a vincere e da lì siamo andati avanti imbattuti fino al 2018. E anche a livello africano abbiamo ottenuto vittorie e diverse medaglie. Il Tour du Rwanda ci è servito come fonte d’ispirazione per sviluppare il nostro movimento: ogni ciclista ruandese adesso sogna di disputare un giorno il Tour du Rwanda, è come il Giro d’Italia per un ciclista italiano».

Dieci anni fa vi sareste aspettati di arrivare ad avere una corsa di questo livello?
«Come detto, all’inizio non sapevamo praticamente niente, volevamo solo organizzare una corsa internazionale, 2.2 o 2.1 non voleva dire niente per noi: tutte queste categoria le abbiamo scoperte solo dopo. Poi dopo che i nostri corridori hanno vinto il Tour du Rwanda per tre volte ci siamo chiesti cosa c’era di nuovo da imparare e abbiamo quindi iniziato a pensare alla categoria 2.1. Abbiamo visto che in Gabon c’era una gara 2.1, era l’unica in Africa e abbiamo indagato su cosa avessero loro di speciale che a noi mancava: noi abbiamo una corsa che tutti amano, e quindi perché non lavorare per la promozione?»

E assieme alla categoria, è cresciuto anche il percorso: a detta di molti, la terza tappa con 213 chilometri e 4300 metri di dislivello era degna di un Giro d’Italia o di un Tour de France
«Il percorso di quest’anno, ed in particolare quella terza tappa, è stato fatto per mostrare alle squadre internazionali che siamo una grande corsa, che qui non si scherza. Ma è anche per dire a tutto il ciclismo africano, che siamo entrati in una nuova era: adesso anche le piccole corse locali devono entrare nell’ottica di fare tappe più lunghe, per innalzare sempre di più il livello e avvicinarsi al grande ciclismo europeo».

Come giudica questa prima edizione come corsa 2.1?
«Io credo che questa edizione sia stata un successo. Ho seguito tutti giorni quello che si diceva sui social media, ho visto le reazioni delle squadre invitate e tutti sono contenti, tutti fanno resoconti molto positivi: questo per me è il segno che siamo apprezzati, come organizzazione, come sicurezza, buoni hotel, le strade sono ottime, il pubblico è pazzesco, i paesaggi sono magnifici e le competizione è dura. Tutti questi elementi mi dicono che è stata una grande edizione della corsa».

Abbiamo visto squadre che sono arrivate in anticipo per potersi allenare al caldo e in altura, è un’idea che puntate a rafforzare in futuro?
«Questo è proprio il nostro obiettivo, vogliamo cercare di portare sempre più squadre professionistiche non solo a correre ma anche ad allenarsi qui in Ruanda. Lo stiamo studiamo come un modo per essere il più indipendenti possibili a livello economico, e per questo stiamo lavorando anche per sviluppare il cicloturismo: già adesso abbiamo avuto le prime persone che sono venute qui, hanno noleggiato un bicicletta e hanno esplorato il paese con una nostra guida. Vogliamo diventare un centro per il ciclismo, per le gare, per gli allenamenti, per il turismo: c’è anche una bella sfida, non c’è molta pianura qui!»

Uno sguardo al futuro, in giro è già parlato della candidatura per i Mondiali del 2025
«La candidatura non è ancora ufficiale, abbiamo espresso il nostro interesse ma non ci siamo ancora candidati formalmente. Adesso siamo in una fase si colloqui con l’UCI per capire quali sarebbero le cose che dobbiamo fare, i nostri obblighi e tutti gli aspetti tecnici e logistici di una manifestazione così prestigiosa. Penso che potremmo essere uno dei migliori candidati per l’Africa per il Mondiale 2025, visto che l’UCI ha espresso il desiderio di venire nel nostro continente: una corsa 2.1 può essere un buon biglietto da visita, così come i rapporti positivi di squadre e corridori».

La cresciuta del Tour du Rwanda può essere d’esempio per altri paesi africani?
«Penso che in Africa ci siano altri paesi che stanno guardando al nostro lavoro e alla crescita del Tour du Rwanda come un esempio da seguire. Proprio in questi giorni dal Burkina Faso è arrivato il presidente della loro federazione ciclista con una sua delegazione: la loro corsa è molto più antica della nostra, credo più di vent’anni come gara internazionale, ma siamo felici di poterli aiutare con la nostra esperienza. Per la prima volta c’è chi viene ad imparare da noi come noi abbiamo fatto dagli altri all’inizio, sono davvero orgoglioso di questo».

A proposito di ciclismo africano, negli ultimi anni sembra che il Team Dimension Data sia un po’ meno “Africa Team” che in passato. Cosa ne pensa?
«Sì è vero, negli ultimi anni è diventata una squadra molto più internazionale e questo è un peccato. Ma non conosco i motivi di questa scelta, la rispetto, avranno sicuramente avuto delle buone ragioni per prendere questa strada ma non ne ho parlato con loro e quindi non posso commentare. Chissà, magari in futuro sarà il Ruanda ad allestire una squadra World Tour o una Professional per provare ad essere invitati al Tour de France, perché no?

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