Alberto Bettiol, trionfatore del Giro delle Fiandre 2019 © EF Education First
Alberto Bettiol, trionfatore del Giro delle Fiandre 2019 © EF Education First

Bettiol al Fiandre riscrive il futuro del ciclismo italiano

Uno spettacolare Alberto Bettiol vince il Giro delle Fiandre: attacco sull’Oude-Kwaremont e arrivo solitario. Asgreen e Kristoff a podio, Stybar e Sagan sottotono

No, va bene, tutto ciò non può essere accaduto sul serio. Dov’è la telecamera nascosta? Dov’è lo scherzo? Che un italiano vincesse il Giro delle Fiandre, non lo pensavamo facile, anche se qualche minima chance ai nostri la concedevamo, perché ogni corsa è una storia a sé, e può prendere direzioni inaspettate, per cui un gruppetto ristretto e uno sprint giusto ed ecco che magari porti a casa il bottino grosso…

Che un italiano vincesse il Giro delle Fiandre in solitaria, dopo aver staccato sul muro più importante tutti i più forti al mondo, compresi i “nuovi barbari” che tanto avevano fatto parlare di sé nell’avvicinamento alla Ronde, beh questo no, era davvero troppo anche per quelli abituati a vivere nelle favole. “Francamente impossibile”, avremmo sentenziato se qualcuno ieri, o stamattina, o ancora nel primo pomeriggio d’oggi, ci avesse chiesto un parere su un tale scenario.

Ma che a fare tutto quanto abbiamo scritto sopra fosse non un corridore già rotto a un po’ d’esperienze con muri e pavé, nonché con la vittoria, bensì uno che mai aveva alzato le braccia al cielo, e i cui piazzamenti in queste corse in passato non lasciavano presagire un’impresa simile… come definire la cosa? Overdose di THC, 8 Tennent’s scolate a gargamella, un colpo in testa contro un palo per strada, una peperonata che blocca la digestione? Sì, insomma, a che grado di visioni bisognava arrivare per immaginarsi una cosa del genere?

E invece proprio questo è successo. Davvero, eh. Un italiano è scattato sull’Oude-Kwaremont, a 18 km dalla fine del Giro delle Fiandre, in faccia a Greg Van Avermaet e a un’altra quindicina di pezzi grossi; nessuno è riuscito a tenerlo, e lui se n’è andato; e alla fine ha difeso con gagliardia una quindicina di secondi di vantaggio, forse 20″; e a fare tutto questo è stato Alberto Bettiol, che è andato così a ottenere il suo successo numero uno in carriera, da professionista.

O è una fiaba, o è l’inizio di una grande storia: perché Bettiol ha 25 anni, e nonostante abbia alle spalle già 5 stagioni intere nella massima categoria, tutto il meglio lo deve ancora dare (e ottenere). La sua crescita è stata costante, con un unico passaggio a vuoto lo scorso anno, stagione travagliata; in questo 2019, dopo alcune avvisaglie (vedi una crono da paura alla Tirreno, e vedi il quarto posto di Harelbeke 10 giorni fa), che ti fa? Ti vince il Fiandre. Mentre tutti aspettavano Van der Poel (fantastico) e Van Aert (sotto tono), o Van Avermaet (il suo l’ha fatto, più o meno) e Sagan (controfigura), o Jungels (inefficace) e Stybar (saltato malamente), o Terpstra (caduto e in ospedale) e Valverde (bravo all’esordio), lui, Alberto Bettiol da Poggibonsi, ti vince il Fiandre. E apre di colpo scenari indescrivibili per sé e – permetterà con felicità – per tutto il ciclismo italiano.

 

150 km sereni (ma non per Terpstra!) prima della fiondata del Muur
268 km da Anversa a Oudenaarde per un Giro delle Fiandre 2019 disputato in una giornata primaverile con nuvole e sole e senza la pioggia che pure qualcuno si attendeva: era scesa in mattinata, a lasciare bagnate le strade destinate a tornare asciutte nel pomeriggio. E dopo l’angolo Sereno Variabile, possiamo entrare in cronaca direttamente con la fuga dei quattro che ha animato (si fa per dire) la prima parte di gara. Si son mossi al km 12, Hugo Houle (Astana), Damien Touzé (Cofidis), Kenneth Van Rooy (Sport Vlaanderen-Baloise) e Jesper Asselman (Roompot-Charles), rientrato sugli altri tre dopo un po’.

Il vantaggio massimo è stato di 8’39” al km 50, quindi Tim Declercq ha timbrato il suo personale cartellino e s’è messo a fare le sue 8 ore d’ufficio in testa al gruppo; oggi l’ha aiutato – va detto – Pascal Eenkhoorn, perché pure la Jumbo-Visma (con Wout Van Aert scalpitante) aveva in mente strani tarli, e voleva far la corsa esattamente come la strafavorita (al solito) Deceuninck-Quick Step.

Il gruppo comunque non ha avuto sussulti, se l’è presa a tratti comoda (a un passaggio a livello chiuso intorno al km 40; poi al rifornimento), e si son segnalate solo un paio di accelerazioni prima dei pavé di Lippenhovestraat e Paddestraat, primi ostacoli di giornata. Il colpo di scena principale di queste prime ore di corsa è giunto dopo 110 km, ed è coinciso con la caduta – e susseguenti ritiro e trasporto in ospedale con tanto di perdita di conoscenza per qualche istante – del vincitore del Fiandre 2018, Niki Terpstra.

L’olandese ha lasciato la Direct Énergie orfana di un capitano, e diversi rivali a malcelare la consapevolezza di avere un grattacapo in meno a cui pensare.

Il primo muro di giornata era l’Oude-Kwaremont, a 150 km dal traguardo; Houle ha allungato andando a prendersi la busta con 5000 euro di premio (da destinare in beneficenza) in onore di Stig Broeckx, sfortunato ex corridore rimasto vittima di un grave incidente tre anni fa, e sulla difficile strada del recupero.

Poi i quattro si son riuniti, procedendo con 5′ di vantaggio circa sul gruppo, e sui muri immediatamente successivi non è accaduto nulla di particolare, se vogliamo considerare normale una foratura di Zdenek Stybar, tra i più attesi della giornata; sul Ladeuze (Muro numero 3) il ceco della Deceuninck è rientrato, e i suoi compagni hanno potuto riprendere il loro ritmo davanti (si segnalava un buon Iljo Keisse sul pavé di Haaghoek).

 

Si accende la lotta tra Berendries e Muur
Il Muro numero 6 era il Berendries, ai -115, e qui la corsa ha cambiato volto, sui lineamenti di Olivier Le Gac (Groupama-FDJ) che ha lanciato il primo contrattacco di giornata. Con lui sono usciti Julien Vermote (Dimension Data), il vincitore della Nokere Koerse Cees Bol (Sunweb), i gregarioni Kasper Asgreen (Deceuninck) e Christoph Juul Jensen (Mitchelton-Scott), le seconde punte Adrien Petit (Direct Énergie) e Boy Van Poppel (Roompot), e pure due italiani, Oliviero Troia (UAE Emirates) e nientemeno che Gianni Moscon (Sky). L’azione è durata il tempo di un sospiro, poi gli Jumbo si son precipitati a chiudere. Sul successivo Tenbosse, ai -111, un breve allungo di Dries De Bondt (Corendon-Circus) lasciava intuire intenti intriganti da parte di MVDP, per il resto qualche caduta (soprattutto Jasper Philipsen della UAE) e diverse noie meccaniche, e un’andatura crescente all’avvicinarsi del Muur.

Giunti a questo luogo sacro del ciclismo, i fuggitivi non avevano che un minuto e quaranta di margine. I tempi erano maturi per azioni importanti in gruppo, e così è in effetti andata, visto che un primo forcing Jumbo, poi una clamorosa sgasata di Magnus Cort Nielsen (Astana) hanno sbrindellato il plotone: dopo la salita sono rimasti davanti in 25, poi diventati 45 con l’arrivo di un secondo drappello meno reattivo sul Muur, e col raggiungimento dei quattro fuggitivi ai -92. I big c’erano tutti a parte Jens Keukeleire e Tim Wellens (Lotto Soudal), Oliver Naesen e Stijn Vandenbergh (AG2R La Mondiale), Alexander Kristoff (UAE) e Philippe Gilbert (Deceuninck), e poi pure Sep Vanmarcke (EF).

Il lungo tratto dopo il Grammont, privo di altri muri per chilometri e chilometri, favoriva certo il lavoro di chi inseguiva (i Lotto a tutta, ma pure i Katusha-Alpecin stretti intorno a Nils Politt), ma d’altro canto metteva pure bel pepe davanti, visto che un po’ tutti si sentivano in dovere di fare una mossa. Ai -88 son partiti in quattro, Nelson Oliveira (Movistar), Lukas Pöstlberger (Bora), Matti Breschel (EF) e Yves Lampaert (Deceuninck). Poi, in una fase di totale anarchia in gruppo, è emerso pure Danny Van Poppel (Jumbo), che ha raggiunto i quattro salvo poi scoppiare letteralmente dopo tre pedalate e rimbalzare di nuovo indietro.

Tra i più attivi in questo frangente, Matej Mohoric, che oggi in totale sarà scattato dalle 12 alle 13 volte. Ma pure Greg Van Avermaet si è fatto vedere tirando via – a inseguire Lampaert e soci – un gruppetto in cui c’erano calibri denominati Bob Jungels (Deceuninck), Alejandro Valverde (Movistar), Matteo Trentin (Mitchelton), Daniel Oss (Bora), A.G. Jansen (Jumbo) e quei simpatichini di Mathieu Van der Poel (Corendon) e Wout Van Aert (Jumbo). No no, troppo pericolosa un’azione del genere a 75 km dalla fine, e Sagan è andato a chiudere le porte della stalla prima che i buoi scappassero.

 

Tra un muro e l’altro Van der Poel trova il modo di spalmarsi per terra
Il Kanarieberg (M9 ai -73) è stato il muro del ricongiungimento tra tutti i vari gruppi e gruppetti, fuggitivi, big e drappellone tirato dai Katusha; subito è poi partito all’attacco Luke Rowe (Sky) con uno di quelli appena rientrati, Tim Wellens (Lotto), che ha poi voluto insistere; Valverde, all’esordio in questa corsa, correva col piglio dei migliori, e in quest’occasione è stato visto in marcatura, uno dei piatti forti della casa…

Successivamente abbiamo rivisto Moscon allo scoperto con Jens Keukeleire (Lotto) e altri, tra uno scatto e l’altro di Mohoric. È stato però ai -60 che ci siamo trovati di fronte a un nuovo snodo che avrebbe potuto essere fondamentale: Mathieu Van der Poel ha rotto la ruota, ha dato fondo alle dispense di equilibrismi per restare in piedi, si è lanciato sul marciapiedi ma ha voluto esagerare guidando l’instabile bici con una sola mano mentre con l’altra chiamava troppo precipitosamente l’ammiraglia: ecco che in questi casi basta che manchi una mattonella sul marciapiedi, tu becchi il buco nel pavimento e voli via. Un tuffo carpiato, in avanti, veramente goffo oltre che pericoloso, una macchia nel carnet del funambolo olandese.

Lì per lì abbiamo pensato che si fosse rotto (se non altro la clavicola, che si toccava dolorando); ma pure alla Nokere Koerse l’avevamo pensato dopo una sua caduta, e invece non si era fatto niente di sostanziale. Idem oggi, visto che dopo un minutino, cambiata la bici, Mathieu era già in sella a inseguire, tra un dietro macchina e un aiutino dai compagni. Però per recuperare non meno di 45″ sul gruppo dei migliori bisognava metterci quel di più. Un di più di cui ovviamente Mathieu disponeva.

Dietro l’angolo c’era l’Oude-Kwaremont, di nuovo. La EF ha alzato l’andatura, e in effetti si è poi mosso sulla rampa Vanmarcke, chiamato all’azione da uno scatto di Vandenbergh; i due esperti paveari sono andati. Michael Matthews (Sunweb) tirava il resto del gruppo, da cui emergeva Kasper Asgreen; non lontano dalle retrovie del gruppo stesso, risaliva la china MVDP, pur non ancora rientrato sui migliori del plotone.

Subito dopo, il Paterberg, ai -53: Asgreen si è mosso avviandosi a chiudere su Vandenbergh e Vanmarcke; tra gli altri si segnalavano il buon mood di Bettiol, la presenza di spirito di Sagan, l’affanno temporaneo di Valverde; Mathieu veleggiava ancora a 30″.

Ai -47, uno dei protagonisti più attesi della giornata: il Koppenberg. E qui, mentre Dylan Van Baarle (Sky) guadagnava metri davanti, il capolavoro di Van der Poel è stato completato: non solo il campione olandese ha chiuso sui più forti (13 km erano passati dalla caduta, non di più), ma ha pure piazzato un contropiede in cima al muro. Il gruppo, çvsd, spezzettato, ma poi si sarebbe ricomposto in qualche modo, a 30″ dai battistrada del momento (Vandenbergh, Vanmarcke e Asgreen), sui quali si stava riportando Van Baarle (li avrebbe ripresi ai -42).

 

Tanti attacchi, nessuno che riesce a fare la differenza
Sullo Steenbeekdries (M13, -41) Vandenbergh ha mostrato i primi cedimenti, che si sarebbero sostanziati sul successivo Taaienberg ai -39; qui, sul Muro numero 14, è stato il turno di Jasper Stuyven (che stia tornando al top? Che ce la faccia in tempo in tempo per la Roubaix? Auguri a lui) nel proporre un forcing, ma Van Avermaet e Van Aert hanno contrato bene; allora in contropiede ci ha riprovato Lampaert, e con lui ecco Valverde e Sagan, ma comunque nessuno che abbia potuto e saputo fare la differenza.

La situazione è rimasta più che mai fluida, con successivi gruppetti che muovevansi avanti e indietro; Jasha Sütterlin (Movistar) è stato un po’ il protagonista del momento, promuovendo un’azione con Wellens e poi coi subentrati Politt, Sebastian Langeveld (EF), Kristijan Koren (Bahrain-Merida) e Ramon Sinkeldam (Groupama). Ma ancora Van der Poel fermentava, il gruppetto di Sütterlin è stato raggiunto, poi dopo altre schermaglie gli Sky lì presenti hanno abbozzato un tappo per rallentare l’andatura, in fondo loro avevano Van Baarle che era sempre in testa con Vanmarcke e Asgreen con 20″ di margine.

Anzi, a partire dal Kruisberg-Hotond l’olandese si è trovato in testa proprio da solo, dato che ha staccato gli altri due. Dal gruppo erano usciti stavolta Pieter Weening (Roompot) e John Degenkolb (Trek-Segafredo), privo però della gamba dei giorni migliori, tanto che l’altro l’ha staccato mentre salivano il muro. Ma pure Weening non ha fatto troppa strada, ed è stato riassorbito dai migliori poco dopo. Tra questi migliori, occhio, c’era pure Alberto Bettiol. Il quale continuava a star lì man mano che i muri passavano, e che i suddetti migliori erano sempre meno, e sempre più affannati (almeno alcuni di loro). Lui no. Il toscano procedeva sicuro di sé. Eravamo a 29 km dalla fine del Fiandre 2019, e l’italiano vestito di rosa si spartiva la scena coi più forti interpreti delle pietre: un sogno? Non eravamo manco all’antefatto…

Intanto c’era sempre un Mathieu in versione Qué Peperino, ai -28 ha piazzato un ennesimo allungo e a quel punto Wout Van Aert, esasperto, ci ha tenuto a rispondere in prima persona e a rilanciare. Non eravamo ancora in cima al Kruisberg-Hotond che Stybar ha alzato bandiera bianca, malinconica uscita di scena di uno dei favoritissimi: la Deceuninck aveva già perso Gilbert (non al meglio), ora si giocava il ceco, le restavano giusto Lampaert e Jungels, dato che Asgreen si stava spendendo fino all’osso lì davanti, e gli altri erano già tutti staccati.

Intanto veniva raggiunto Vanmarcke, il quale si metteva a lavorare per Bettiol (punti esclamativi), mentre Asgreen era riuscito a riprendere Van Baarle al comando. È inutile riportare tutti gli scatti e controscatti di questa fase, in pratica ne verrebbe un elenco del telefono, comunque ai -25, e dopo il mostruoso sparpaglio del Kruisberg-Hotond, abbiamo visto un’altra azione di Politt e un ennesimo contrattacco di Van Avermaet, ma ormai gli occhi non riuscivamo più a toglierli da un sempre più sicuro di sé Alberto Bettiol.

 

Sull’Oude-Kwaremont l’assalto di Alberto Bettiol
A 23 km dalla fine i 21 uomini che inseguivano Asgreen e Van Baarle si sono infine ricompattati. Dietro l’angolo c’era il terzo passaggio sull’Oude-Kwaremont, e si annunciava decisivo. Gli EF (Vanmarcke e pure Langeveld) continuavano a tirare, e vista la caratura degli uomini per lui impegnati, era chiaro che qualcosa bolliva in pentola dalle parti del senese.

Con le energie rimaste in tasca a tutti i personaggi coinvolti nella questione, era logico che l’O-K avrebbe da sé separato il grano dal loglio. Quel che non era pensabile fino alla vigilia, anzi proprio fino a pochi minuti prima del muro, era che un giovane italiano privo fin qui di successi, potesse sbaragliare la concorrenza nel modo in cui gli abbiamo visto fare a 18 km dalla fine.

Stava tirando Keukeleire, alle sue spalle c’era Van Avermaet, e quando si dice questa cosa in relazione a un muro si intende “alle sue spalle c’era Van Avermaet pronto a partire”; solo che alle spalle di Gregga c’era Bettiol, il quale non solo aveva la stessa idea del belga, ma aveva oggi anche gli strumenti adatti a metterla meglio in pratica. Detto fatto, Alberto è partito e ciao a tutti.

GVA ha provato a tenere la ruota del corridore EF, ma proprio non ce l’ha fatta, e lo smacco per lui era giusto mitigato dal vedere come altri pezzi grossi (a partire da Sagan) fossero ancor più nelle peste, annaspando nelle retrovie del supergruppetto.

Bettiol ha preso Van Baarle e Asgreen in un attimo, e un attimo dopo li aveva già piantati, involato in maniera definitiva. Van Avermaet è rimasto per diverso tempo al vento, con Naesen e Jungels immediatamente dietro, nel tentativo di chiudere se possibile il gap che intanto il toscano continuava ad allargare.

Ma nessuno ha avuto più gambe per isolare un nuovo gruppetto all’inseguimento dell’italiano, e questo significava due cose: che tutti, in quel gruppetto, erano al limite; e che il permanere di tanti galletti insieme nel drappello avrebbe tagliato le gambe alla caccia, perché nessuno voleva a quel punto rischiare di fare il lavoro sporco per porgere il Fiandre su un piatto d’argento a un qualche rivale pronto al contropiede finale.

 

Bettiol respinge l’inseguimento e trionfa
La situazione era destinata a restare in ogni caso congelata almeno fino al vicino Paterberg, ultimo dei 17 muri in programma a 14 km dalla fine; questo perché erano in diversi, in quel gruppo, a sperare di poter estrarre la sparata giusta per riportarsi su Bettiol (ipotizzando costui magari un po’ in rinculo dopo l’allungo letale dell’O-K). L’italiano ha preso il muro con 16″ di vantaggio; in cima è scollinato… con 16″ di vantaggio.

In mezzo abbiamo visto l’atteso attacco di Van Avermaet, che non ha aspettato un metro muovendosi subito in avvio di Paterberg. Van Aert ha provato a tenere GVA ma è scivolato un po’ indietro, mentre resisteva bene Naesen (che – non l’abbiamo scritto – aveva patito una foratura ai piedi del Kruisberg, poco prima, ma aveva superato brillantemente l’intoppo); poi un boato, era ancora Van der Poel che provava a rompere il muro del suono, ma l’unica cosa che il ragazzo è riuscito a fare è stato di anticipare di qualche metro gli altri in cima al Paterberg.

Dopodiché, pur se abbastanza sparpagliati lungo il muro, i big si sono nuovamente rimessi insieme, mentre Bettiol si curava di non batter ciglio nel corso della sua splendida cavalcata solitaria. I Lotto hanno provato, ma nemmeno con la convinzione più esagerata che potessero avere, a imbastire un mezzo inseguimento, dato che erano in due (Benoot e Keukeleire), così come Van Avermaet non ha fatto mancare il suo contributo di generosità, e infine anche i Deceuninck hanno deciso che era il caso di spremersi in qualche modo, uno dei tre (Asgreen, Lampaert, Jungels) avrebbe potuto cogliere un’opportunità nel finale di corsa.

In mezzo a queste trenatine, ora accennava lo scatto uno (Valverde ai -13), ora l’altro (GVA ai -10), ora l’altro ancora (Sagan subito dopo), quindi con le ultime forze ancora Van Avermaet ai -9, insieme a Van Aert, infine Benoot ai -8. Niente da fare, questi assalti all’arma bianca duravano 300 metri, poi l’autore si rialzava, il gruppo si allargava, e i tifosi di Bettiol a casa godevano e probabilmente nemmen credevano ai propri occhi, dato che prendeva sempre più consistenza questo risultato tanto inatteso quanto meritato quanto comunque incredibile.

Alberto è riuscito a conservare quei 15-20″ di vantaggio e nessuno glieli ha più scalfiti. Asgreen, ancora lui, è scattato un’altra volta dal gruppo a 2 km dalla fine, e nessuno ne aveva sinceramente più per andargli dietro, tanto che è toccata a lui la palma di danese primo dei battuti (l’anno scorso fu Mads Pedersen, del tutto irrilevante oggi).

L’altra palma, la più ambita, la più sognata, veniva invece concessa con tutti gli onori del giusto tripudio del pubblico di Oudenaarde al nome più nuovo che si potesse immaginare, Alberto Bettiol da Poggibonsi. Il suo team manager Jonathan Vaughters si abbandonava a messaggi da ubriaco su Twitter (ubriaco di gioia, ovviamente), i suoi cari aspettavano la prima telefonata (puntualmente sarebbe stata fatta dal ragazzo alla sua amata poco dopo la fine), e lui per esultare tirava fuori un fare da gang metropolitana, intimando a tutti “guardatemi negli occhi”, e scagliando i suoi occhiali in avanti, verso un futuro che a questo punto è lui il primo a essere autorizzato a immaginare fulgido.

14″ tra Bettiol e Asgreen gran secondo, a 17″ Kristoff ha preceduto per il podio Van der Poel, Politt, Matthews, Naesen, il giovane Valverde ottimo ottavo all’esordio, Benoot e Van Avermaet; solo 11esimo Sagan, 14esimo Van Aert, 16esimo Jungels; 21esimo il secondo italiano, Matteo Trentin; poco dietro al Campione Europeo, nel gruppo cronometrato a 2’20” si trovavano Sonny Colbrelli e Gianni Moscon. Come dire: senza Bettiol, oggi staremmo parlando di un tracollo. Ma – guarda un po’ le cose della vita e del ciclismo – Bettiol c’era. Se ne sono accorti tutti.

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