Quicksilver, un film del 1986
Quicksilver, un film del 1986

Cicloproiezioni: Quicksilver

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, diciannovesima puntata: da Wall Street alla bicicletta con Kevin Bacon protagonista

Siamo nel 1986 e Wall Street ancora deve uscire nelle sale, ma con lo yuppismo imperante il giocare in borsa è uno degli argomenti più d’attualità nel cinema hollywoodiano. Inoltre gli americani stanno scoprendo la bicicletta, quindi cosa c’è di meglio di un bel film che unisca entrambe le tematiche? Ecco dunque Quicksilver (uscito in Italia con l’ammiccante sottotitolo Soldi senza fatica – non esattamente veritiero come vedremo dalla trama). Diretto dallo sconosciuto Thomas Michael Donnelly, punta tutto sul protagonista Kevin Bacon, fresco del successo planetario di Footlose.

Bacon interpreta Jack, giovane broker rampante che ha già guadagnato milioni e milioni di dollari grazie al suo fiuto per l’alta finanza, ma perde tutto (compresi i risparmi dei genitori) in un investimento particolarmente rischioso. In un minuto di pellicola Jack non solo si ritrova senza soldi sul conto, ma si trasforma da yuppie azzimato in straccione con i capelli lunghi. Sarà anche per questi sviluppi narrativi affettati che l’attore in anni recenti ha definito Quicksilver “il punto più basso della mia carriera”.

Per un po’ il protagonista non fa altro che vagare depresso per le strade della città, nonostante ad esempio i suoi vecchi colleghi si siano rimboccati le maniche e cerchino di ricostruirsi una carriera nelle varie agenzie di borsa. Ma il destino ha altri piani per Jack, e il ragazzo infatti – dopo essere rimasto affascinato da una bici da corsa usata vista nella vetrina di un negozio – decide di iniziare a pedalare e all’istante diventa un bike messenger.

Ottima occasione per qualche minuto da mal di mare in soggettiva nel traffico di New York, e subito facciamo conoscenza con i colleghi corrieri di Jack: Apache, Corto Raggio, Sangue Fresco (siamo nel 1986 eh, niente sottotesti), Tour de Franz, Orsetto, Decollo, Peso Mosca, Educato, Birillo (siamo nel 1986 parte seconda), Istruito, Ragno – ce li siamo segnati tutti. Ma soprattutto Voodoo, il più veloce, il più arrogante, con la bici più bella e più soldi in tasca (“se non fai caso a quello che consegni…” commenta un invidioso), interpretato da un giovane Laurence Fishburne non ancora Morpheus.

Dopo il lavoro Jack va a trovare la fidanzata ballerina, piuttosto seccata per i rovesci di carriera del suo uomo. Lui vorrebbe limonare, ma lei si professa troppo impegnata con gli allenamenti, così a Jack non resta altro da fare che accompagnarla in un balletto dalle vaghe allusioni erotiche – così va la vita e bisogna accontentarsi. Per quanto le scene di ballo coreografate nei film di bici risultino sempre piuttosto strambe, questa probabilmente è la più inquietante di tutte.

È giunto però il momento di presentare il cattivo della pellicola, lo Zingaro. Abbiamo controllato, si chiama così (Gipsy) anche nella versione originale, evidentemente negli anni Ottanta ancora non ci preoccupava troppo del politically correct. Lo Zingaro comunque non si fa mancare niente, spaccia droga (utilizzando alcuni bike messenger come corrieri), vende armi, sfrutta la prostituzione. Ma che sia il villain di Quicksilver lo capiamo soprattutto dal fatto che si muove sempre e solo in macchina.

Jack intanto ha i suoi problemi con ragazza, famiglia e amici, perché nessuno comprende la sua scelta di mollare la professione di broker per mettersi a pedalare per le vie pericolose di New York. “Hai davvero fatto tutta quella strada in bicicletta?” gli domanda il padre sinceramente sorpreso quando il figlio gli racconta la sua giornata. Ma lasciano ancora più increduli gli ex colleghi che lo implorano a tornare a giocare in borsa perché lui ha più talento di chiunque altro, scordandosi che il film inizia proprio con lui che – per seguire questo suo talento – brucia milioni di dollari, fa fallire società e perdere i risparmi a un sacco di gente.

Per fortuna quando fa il bike messenger Jack non deve preoccuparsi di tutte queste cose. Anzi, i nuovi colleghi sono particolarmente simpatici e nelle pause dal lavoro ci si sfida a chi balla meglio. In mezzo alla strada, con la musica che esce dai boombox mentre intorno tutti incitano e applaudono ammirati, senza invidie e gelosie, come in un film di Spike Lee solo che invece che la breakdance qui ci si esibisce sfruttando la bicicletta.

L’unico antipatico del gruppo è Voodoo (“Hai qualcosa da dirmi?”, “Dico che sei pieno di merda” è uno dei profondi dialoghi della pellicola). Gli altri corrieri scommettono che Jack può batterlo in una sfida in bici, lui in realtà preferirebbe defilarsi ma i ragazzi ormai hanno puntato soldi sul suo successo. Si parte così per il classico repertorio di salti, pedoni imbranati abbattuti, camion sfiorati, cassette della frutta rovesciate, incidenti evitati per un respiro, trucchi e inganni, solo per ritrovarsi dopo una manciata di minuti ancora uno di fianco all’altro.

A seguire la sfida – come abbiamo imparato, in macchina – c’è però anche lo Zingaro, che l’ha promessa a Voodoo perché questi sta provando ad allargarsi nel business dello spaccio. Il futuro Morpheus non si accorge del pericolo, gli interessa solo battere Jack, e con una mossa furba riesce a metterlo fuori gioco vincendo la sfida. Ma mentre esulta non si accorge che lo Zingaro lo investe, uccidendolo sul colpo. Addio Voodoo, ci rivediamo nel Matrix.

Intanto una misteriosa ragazza è arrivata all’agenzia di bike messenger. È la bella Terri, interpretata da Jami Gertz, altra piccola star dei teen movies degli anni Ottanta. Senza soldi, senza un posto dove stare, racconta a ciascuno storie differenti sulla sua provenienza, probabilmente per nascondere il fatto che è scappata di casa. In ogni caso viene assunta come corriera in bicicletta senza nemmeno possedere una bicicletta. Non sembra molto plausibile, ma del resto se questa è la faccia di una fuggiasca senzatetto…

Il grande amico di Jack è invece il messicano Hector, che sta per diventare padre e non vorrebbe più correre i rischi tipici del mestiere di bike messenger. Sogna un futuro tranquillo, tipo comprarsi un chiosco di hotdog, ma giusto per iniziare, e poi allargarsi a una intera catena di chioschi di hotdog. Purtroppo i suoi piani imprenditoriali sono frenati – come spesso accade – dalla mancanza di denaro, ma Jack si offre di aiutarlo a compilare la domanda per un prestito bancario.

Intanto Terri, la novella ciclista, ha nel frattempo recuperato una bicicletta, ma non sembra saperci andare molto bene. Nel caotico traffico newyorchese non può che finire per terra. Jack, uomo di mondo che è appena stato mollato dalla fidanzata, porta a casa propria la ragazza e da due ruote, con la scusa ufficiale di aggiustare quest’ultima.

Alla fine il nostro si comporta da perfetto cavaliere, insospettito dalle evidenti bugie di Terri. Ma si ritrova ancora più preoccupato quando scopre che lo Zingaro li segue e li spia. Per essere un criminale con le mani in pasta in qualsiasi attività illegale, non ha davvero niente da fare per perdere così tanto tempo appresso a due ragazzi che hanno l’unica colpa di essere i protagonisti di un film dalla trama sgangherata. Jack con apprensione si affaccia alla finestra per controllare se l’auto dello Zingaro sia ancora in strada, e il riflesso di un’insegna luminosa rende il suo volto sinistramente simile a quello di Pippo Franco in Ciao Marziano.

Nel frattempo Hector ha il colloquio con il funzionario della banca. Mi raccomando, si era raccomandato Jack, mettiti il tuo vestito migliore. Purtroppo è quello del giorno del matrimonio. Un matrimonio piuttosto pacchiano, a dedurre da questo abito coloro confetto. “Vestito da vincente, per essere un vincente” sentenzia Hector non scalfito dalle critiche ai suoi gusti in fatto d’abbigliamento. Curiosamente però il prestito non gli viene concesso.

Allora il povero (in tutti i sensi) Hector decide per l’ultima spiaggia, farsi prestare i soldi da alcuni usurai messicani, lamentandosi fra l’altro che ormai non è più come una volta quando bastava la parola, perché oggi pure i criminali prima di darti il denaro a strozzo vogliono controllare se avrai davvero la possibilità di renderlo. Comunque Jack, per evitare che l’amico finisca nei guai, si offre di investire in borsa i pochi risparmi di Hector, che accetta.

Jack probabilmente non pensava che l’amico avrebbe accolto l’offerta, così controvoglia è costretto a rimettersi a studiare gli andamenti dei titoli. Per forza di cose il copione prevede il successo e, per quanto seccato dal doversi ripresentare a Wall Street, Jack guadagna abbastanza denaro da permettere non solo a Hector (nel frattempo diventato padre) di iniziare la sua attività, ma anche a lui di restituire ai genitori i soldi persi nell’investimento iniziale.

Siamo tutti felici e contenti allora? Certo che no, ci stiamo dimenticando dello Zingaro. “Vorresti andare a una festa?” domanda l’uomo a Terri, promettendole dei soldi. Lei accetta e sale in macchina, al che lui cerca di obbligarla a prostituirsi. Ma la ragazza riesce a scappare, si nasconde nei bagni di un locale dove però l’uomo la raggiunge e la picchia, ma gli altri bike messenger fanno in tempo a trovarli e salvare Terri.

I corrieri allora corrono a rifugiarsi nella loro agenzia, come fosse un covo, nell’attesa della prevedibile vendetta dello Zingaro. E infatti vediamo le luci della sua auto illuminare il vicolo, e ci domandiamo cosa farà un criminale tanto spietato. Avrà ingaggiato dei killer per ucciderli, o un gruppo di picchiatori per farli a pezzi, o forse comincerà a sparargli addosso con un fucile automatico, queste sono alcune delle opzioni che vengono in mente allo spettatore avvezzo ai noir americani. Macché, quel gran cattivone si lancia sulle biciclette dei ragazzi per schiacciarle, finendo peraltro per distruggere la sua stessa macchina.

A questo punto Terri, non si sa bene perché (o meglio, lo sappiamo: il film sta volgendo al termine e quindi dobbiamo fare di tutto per avviarci verso una conclusione), scappa via dal rifugio sicuro e dal gruppo che la proteggeva, per mettersi a correre da sola nella la città buia, in modo che lo Zingaro possa inseguirla. Per fortuna arriva Jack a distrarre il cattivo, come il clown con il toro, e per salvare Terri si offre lui come preda.

Rispetto ad altri film del genere, in Quicksilver ci sono meno inseguimenti e stunt, ma i dieci minuti finali adrenalinici non ce li leva nessuno. Si va talmente per le lunghe che nel frattempo si è fatta mattina (o è solo un errore della produzione, difficile dirlo con certezza), proseguendo fino a che Jack, grazie a una sua manovra, fa precipitare lo Zingaro da un ponte in costruzione.

Ora davvero non c’è più nulla a impedire l’happy end. Jack è tornato a fare il broker, Terri segue un corso da infermiera, contenta che le faranno presto guidare l’ambulanza (lei che non sapeva andare nemmeno in bicicletta!). Si incontrano in pausa pranzo e vanno a trovare il loro amico Hector che ha finalmente aperto il sognato chiosco di hotdog. Vedendoli tutti sorridenti e felici, ci si chiede che senso abbia realizzare un film sui bike messenger dove tutti i protagonisti alla fine sono ben contenti di non essere più bike messenger. O forse è solo Quicksilver a non essere riuscito granché.

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