Cesare Benedetti è primo a Pinerolo © LaPresse
Cesare Benedetti è primo a Pinerolo © LaPresse

Date a Cesare quel che è di Cesare

Giro d’Italia, a Pinerolo arriva la prima vittoria in carriera per Benedetti. Polanc nuova maglia rosa, Landa e López guadagnano qualche secondo

Quattro anni fa Cesare Benedetti aveva seriamente rischiato di rimanere senza contratto e per un corridore non più giovanissimo (28 anni allora), senza alcuna vittoria all’attivo ma con tanto lavoro di gregariato alle spalle il rischia poteva addirittura essere quello di dover terminare la carriera: in quei mesi finali del 2015, il corridore trentino della Bora si è messo in evidenza con fughe e attacchi praticamente ogni volta che ha attaccato un numero della schiena e quell’atteggiamento ha convinto la dirigenza del team in cui ha militato fin dal passaggio come professionista ad offrirgli il rinnovo, che ha aperto un sorta di nuovo capitolo della sua carriera.

In questi anni Benedetti ha continuato a fare apprezzare per il grande lavoro svolto in favore dei suoi capitani e per essersi spesso fatto trovare pronto in quelle occasioni in cui gli veniva concessa libertà: la vittoria non era mai arrivata (e anche da dilettante non era un gran vincente), fino appunto alla fantastica giornata di oggi dove finalmente è riuscito a cogliere il primo successo, su un palcoscenico di prestigio come quello del Giro d’Italia e su un traguardo carico di significato per la storia del ciclismo come quello di Pinerolo. In casi come questi, in gruppo sono sicuramente tanti, anche tra squadre rivali, quelli felici per la vittoria di un collega stimato e meritevole che addirittura dopo l’arrivo ha cercando di nascondersi e da buon gregario ha preferito tenere un profilo basso, anche nell’unica giornata in cui sarebbe stato legittimato a scatenarsi.

Fuga numerosa e con uomini di spessore
Alla presentazione ufficiale del percorso del Giro d’Italia in tanti erano rimasti sorpresi nel scoprire il percorso di una Cuneo-Pinerolo che niente aveva a che vedere con quella storica dell’impresa di Fausto Coppi: le perplessita e le critiche, però, non hanno trovato riscontro reale sulla strada perché questa dodicesima tappa del Giro d’Italia è risultata spettacolare e divertente, pur non creando distacchi epici tra i favoriti per la maglia rosa finale. E fin dai primi chilometri i corridori hanno dato battaglia con una continua girandola di attacchi e contrattacchi per andare in fuga: nell’aria di sentiva che oggi c’era la possibilità che un’azione da lontano potesse andare in porto, la distanza era di soli 158 chilometri e quindi in tanti volevano esserci.

E la fuga buona è nata in due fasi, prima con le trenate paurose di Thomas De Gendt (Lotto Soudal) ed Eddie Dunbar (Ineos) su cui al chilometro 16 sono riusciti a rientrare altri 23 corridori che hanno avuto il via libera dal plotone. Tra gli uomini di testa c’erano gli italiani Francesco Gavazzi, Matteo Montaguti (Androni-Sidermec), Manuele Boaro, Dario Cataldo (Astana), Damiano Caruso (Bahrain-Merida), Manuel Senni, Luca Covili (Bardiani-CSF), Cesare Benedetti (Bora-Hansgrohe), Eros Capecchi (Deceuninck-QuickStep), Enrico Gasparotto (Team Dimension Data) e Gianluca Brambilla (Trek-Segafredo), ma soprattutto c’era lo sloveno Jan Polanc della UAE Team Emirates che tra tutti era il meglio posizionato in classifica con 5’24” di ritardo dal compagno di squadra Valerio Conti.

Jan Polanc sogna in grande
La mossa tattica della UAE di mandare all’attacco Jan Polanc ha creato una situazione tattica molto interessante e che ha permesso alla fuga di dilatare in maniera incredibile il proprio vantaggio sugli inseguitori. La squadra della maglia rosa infatti non aveva alcun interesse a mettersi in testa a spingere a fondo proprio grazie alla presenza dello sloveno nel gruppo di testa, ma al tempo stesso non c’era nessuno altro team che ha preso in mano le operazioni: tra le formazioni rimaste escluse dalla fuga c’erano l’AG2R La Mondiale e la Nippo-Vini Fantini-Faizanè che oggettivamente avevano ben poco da chiedere alla giornata di ieri, la Jumbo-Visma di Roglic per la quale aveva poco senso spremersi all’inizio per rischiare di lasciare scoperto il proprio capitano nella fase decisiva, e la Mitchelton-Scott di Yates che però dovendo recuperare in classifica non poteva certo togliere lei le castagne dal fuoco alle altre.

E allora il distacco è schizzato velocemente verso l’alto: a 130 chilometri dall’arrivo ha superato i tre minuti, a 120 era già di 6’15”, ai meno 110 chilometri era di 8’25” e poi è cresciuto ancora toccando gli 11’20” a 100 chilometri dalla conclusione e addirittura un massimo di 15’35” quando i fuggitivi erano a 70 chilometri dal traguardo di Pinerolo. Lo scenario era quindi quello della più classica delle fughe bidone anche perché in quel frangente Jan Polanc si è trovato virtualmente leader della classifica generale con ben dodici minuti di vantaggio su Primoz Roglic e ancora di più sugli altri big: la memoria è subito balzata alla mitica tappa di L’Aquila del 2010 e a David Arroyo, anche perché lo sloveno della UAE Team Emirates è un corridore forte in salita e che nel 2017 al Giro d’Italia si era piazzato undicesimo alla fine a diciotto minuti da Tom Dumoulin. Insomma, con un vantaggio tale il 27enne sloveno poteva sognare in grande.

Nel gruppo principale a rompere questa pericolosissima situazione di stallo ci ha pensato per prima la Bahrain-Merida che ha mandato Valerio Agnoli a tirare e subito dopo anche la Jumbo-Visma ha messo un suo uomo davanti a collaborare: per la vittoria di tappa la fuga era ormai andata, ma nel contesto di questa sfida di nervi non si poteva rischiare di compromettere, o comunque complicare enormemente, anche la classifica generale. Già dal primo passaggio da Pinerolo e dal duro strappo in pavé di Via Principi d’Acaja il plotone ha iniziato a recuperare terreno riprendendo in mano con decisione il controllo della corsa.

Brambilla molto brillante sul Montoso
La durissima salita di Montoso, 8.8 chilometri al 9.5% di pendenza media, iniziava a circa 40 chilometri dall’arrivo ed è stata approcciata al comando da Sean Bennett (EF Education First) e Marco Haller (Katusha-Alpecin) che una ventina di chilometri prima avevano attaccato dal gruppo dei fuggitivi per cercare proprio di anticipare l’ascesa chiave di giornata. Bennett e Haller avevano una trentina di secondi di vantaggio che però sono svaniti molto rapidamente sotto ai colpi di Gianluca Brambilla, Damiano Caruso ed Eros Capecchi, senza dubbio tra i più attivi e brillanti del gruppo di testa. Nel tratto più duro del Montoso sono rimasti davanti in sei perché con Brambilla, Capecchi e Caruso c’erano anche Dario Cataldo, l’irlandese Eddie Dunbar (Ineos) e lo sloveno Jan Polanc (UAE), poco più indietro invece c’erano Cesare Benedetti e Matteo Montaguti che stavano cercando di salire del proprio passo per limitare i danni.

In vista del gran premio della montagna ha forzato ancora l’andatura Gianluca Brambilla e stavolta anche Dario Cataldo e Jan Polanc sono stati costretti mollare la presa: il corridore della Trek-Segafredo è stato il primo transitare sul colle di prima categoria e con i punti in palio ha sfilato la maglia azzurra al compagno di squadra Giulio Ciccone che nelle fasi iniziali aveva provato a muoversi senza però riuscire a centrare la mossa giusta. La tecnica e veloce discesa di Montoso ha comunque offerto il terreno ideale per recuperare per chi era rimasto staccato: Benedetti è stato il primo riportarsi sui quattro, poi anche Polanc, Cataldo e Montaguti si sono rifatti sotto formando un gruppo di otto corridori che ha affrontato in testa il tratto finale di pianura.

In salita attaccano López e Landa
Con la fuga abbondantemente in testa, nel finale di questa dodicesima tappa del Giro d’Italia abbiamo avuto una delle tipiche situazioni di due corse in una, visto che anche nel gruppo dei migliori c’è stata grande battaglia sulla salita di Montoso. Ad accendere la miccia è stata l’Astana con il ceco Jan Hirt che ha allungato per fare da punto d’appoggio sul successivo scatto di Miguel Ángel López: il colombiano era stato molto sfortunato con una foratura a soli 5 chilometri dall’imbocco della salita (stesso vale per il compagno di squadra Bilbao), ma questo non ha fatto cambiare i piani tattici della squadra che ha comunque provato a testare lo stato di forma dei rivali. Al primo scatto di Superman c’è stata la reazione nell’ordine di Carapaz, Majka e anche Vincenzo Nibali, mentre Primoz Roglic è rientrato in progressione con la Mitchelton-Scott in forze a ruota. Qui in gruppo è letteramente esploso con la maglia rosa Valerio Conti a difendersi nelle retrovie, assieme a corridori come Bob Jungels e Davide Formolo.

In un attimo di rilassato dopo l’accelerazione di López, è stato Mikel Landa a provare un deciso contropiede che gli ha permesso di scavare un bel margine fin da subito ed a quel punto è stato ancora Miguel Ángel López a riportarsi sullo scalatore basco: il secondo tentativo è stato quello buono perché stavolta gli inseguitori hanno lasciato fare e i due hanno preso velocemente un gap di 30″. Nel gruppetto Nibali, a fare l’andatura a lungo è stato Giulio Ciccone messosi al servizio di Bauke Mollema, ma nell’ultimo chilometro di salita ci sono state altre accelerazioni con Rafal Majka e lo stesso Vincenzo Nibali molto brillanti, mentre Primoz Roglic e Simon Yates hanno scelto un atteggiamento più difensivo, uno dovendosi arrangiare da solo, l’altro potendo contare su ben due compagni di squadra al suo fianco, Chaves e Hamilton. Addirittura terminata la discesa si sono ritrovare in nove: Nibali, Yates, Roglic, Majka, Carapaz, Kangert, Hamilton, Chaves e Sivakov hanno dovuto spingere perché nel frattempo López e Landa avevano trovato i compagni di squadra Boaro e Sütterlin a dare tutto dopo essere stati in fuga.

Brambilla rivive l’incubo di tre anni fa, esulta Benedetti
Al gran premio della montagna il ritardo del gruppo dei big nei confronti della testa della corsa era di 10’45”, quindi negli ultimi chilometri tra gli otto fuggitivi superstiti la mole più grande di lavoro è ricaduta sulle spalle di Jan Polanc, chiamato ad andare a prendersi la maglia rosa. A meno di 10 chilometri dal traguardo, sorprendentemente, l’Astana ha scelto di fermare Dario Cataldo per cercare di guadagnare il più possibile con Miguel Ángel López: contattato via radio, l’abruzzesse ha confermato all’ammiraglia di non aver avvertito ottime sensazioni sulla salita del Montoso e che quindi sarebbe stato difficile lottare per la vittoria sullo strappi dei Principi d’Acaja, ma certo non dev’essere stato facile rinunciare alla possibilità di giocarsela e soprattutto ad un virtuale secondo posto in classifica generale per come si stavano mettendo le cose in questo.

Lo strappo finale in pavé ha visto Gianluca Brambilla attaccare a 2400 metri con Eros Capecchi a ruota e l’irlandese Eddie Dunbar che è riuscito a rientrare proprio all’inizio della discesa. Proprio Brambilla nel 2016 si era ritrovato in una situazione molto simile nella tappa del Giro d’Italia che si concludeva a Pinerolo: allora era davanti assieme a Moreno Moser, i due si sono guardati e da dietro è rientrato Matteo Trentin che ha beffato entrambi ed è andato a prendersi la vittoria. Oggi è successo praticamente la stessa cosa, perché Brambilla, Capecchi e Dunbar hanno lavorato bene, ma poco prima dell’ultimo chilometro hanno avuto qualche attimo di incertezza che ha permesso ai primissimi inseguitori di rifarsi sotto riaprendo clamorosamente i giochi: a quel punto Capecchi ha provato a sorprendere nelle corse finale, ed in volata è arrivata la rimonta vincente di Cesare Benedetti che ha trionfato davanti a Damiano Caruso e Eddie Dunbar, con Gianluca Brambilla quarto a 2″.

Anche Eros Capecchi è arrivato leggermente staccato, quinto a 6″, mentre poco più indietro sono arrivati Jan Polanc a 25″ e Matteo Montaguti a 34″: per tutti gli altri ritardi superiori ai due minuti e mezzo Francesco Gavazzi nono, Manuel Senni decimo, Luca Covili quattordicesimo ed Enrico Gasparotto quindicesimo.

Nibali e soci limitato le perdite a 28″
Grazie al lavoro dei compagni di squadra trovati lungo il percorso, López e Landa sono riusciti ad arrivare al traguardo in leggero anticipo rispetto al gruppetto degli altri grandi favoriti: il loro ritardo nei confronti di Cesare Benedetti è stato di 7’35” con il gruppo Nibali arrivato a 8’03”. Sono stati così 28 i secondi guadagnati oggi dai due attaccanti, dopo che ad un certo punto il loro vantaggio era stato anche di 40″: probabilmente per lo sforzo profuso il recupero è stato troppo limitato, ma di sicuro serve per invertire una tendenza che fin qui aveva visto entrambi perdere terreno dai primi ed inoltre con la loro azione hanno messo in evidenza la debolezza della Jumbo-Visma che ha lasciato da solo Primoz Roglic per circa 35 chilometri. E oggi c’era solo il Montoso, figuriamoci cosa potrebbe essere sulle salite che ancora restano da affrontare in questo Giro d’Italia.

Nell gruppo di Nibali, Yates e Roglic c’erano anche Carapaz, Majka, Sivakov, Chaves, Mollema e Kangert, mentre a 6″ (ha perso nella discesina finale) è arrivato il russo Zakarin: giornataccia per Bob Junges e Davide Formolo che rispetto a questo gruppo hanno perso 2’34” (con loro c’era anche Valerio Conti) mentre hanno lasciato ben 9’56” sia Pello Bilbao che Fausto Masnada.

La nuova classifica generale vede quindi due corridori sloveni al comando: Jan Polanc ha infatti 4’07” di vantaggio sul connazionale Primoz Roglic, Valerio Conti è scivolato al terzo posto a 4’51”, Eros Capecchi è salito in quarta posizione a 5’02” mentre Vincenzo Nibali ora è quinto a 5’51”; tra gli altri Mollema è a 6’02”, Majka a 7’00” Carapaz a 7’23”, Zakarin a 7’45”, Yates a 7’53”, López e Kangert a 8’08” e quindi Landa a 8’31”. Ma adesso per gli scalatori ogni giornata potrebbe essere quella buona per riscrivere la classifica generale, anche domani con la bellissima tappa con arrivo in salita al Lago Serrù: oggi la prima salita vera del Giro d’Italia ci ha già fatto divertire, adesso arrivato in tapponi e gli arrivi in quota e potrebbe succedere davvero di tutto.

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