I corridori al crepuscolo verso l'Arco del Trionfo © ASO /Alex Broadway
I corridori al crepuscolo verso l'Arco del Trionfo © ASO /Alex Broadway

Lo strano caso del Tour 2019

Il bilancio della Boucle appena conclusa e piena di contraddizioni, aperta fino all’ultimo senza essere spettacolare. Con un buon numero di successi per gli italiani

Cosa ci lascia la 106esima edizione del Tour de France? Decisamente una serie di sensazioni contrastanti, come raramente capita in questa corsa che riesce molto a polarizzare nel bene o nel male i sentimenti dei tifosi. Da una parte, potremmo mettere sulla bilancia le cose positive: senza dubbio il lieto fine, con un vero fuoriclasse seppur così giovane sul più alto gradino del podio, e un altro grande campione francese che si è preso a lungo la scena, cercando fino all’ultimo un impossibile colpaccio; inoltre le belle prove dei corridori italiani, ed in generale l’assenza di grosse polemiche e campanilismi vari che avevano caratterizzato le ultime edizioni. Dall’altra, abbiamo comunque sul piatto un Tour che non è stato bellissimo, un po’ a causa della mutilazione finale per insormontabili cause di forza maggiore, ma soprattutto per carenza di protagonisti di carattere, se si esclude i due sopra citati e lo sfortunato Thibaut Pinot. Nel quale l’organizzazione ha fatto qualche sforzo per rendere la corsa un po’ meno piatta del solito, ma è ancora lontana dalla formulazione di una corsa che in questo momento possa competere in spettacolarità con il Giro, per quanto l’edizione di quest’anno sia stata a sua volta sotto la media.

Egan Bernal e i suoi record
Partiamo dal vincitore: il nome di Egan Bernal è unico e c’è da scommettere che ritornerà spesso nella storia prossima del ciclismo. Dopotutto, uno che dichiara di essere contento di aver vinto il suo primo grande giro ha le idee chiare, e bisognerebbe essere ciechi per non accorgersi di quanta poca casualità ci sia in un successo del genere. In Bernal ci sono tutte le caratteristiche del predestinato: predisposizione fisica naturale, completezza pressoché totale a livello tecnico (salite, discese, volate, pavé: nulla gli fa paura), ma soprattutto una abnorme maturità tattica: corre con la testa di un trentenne e anzi, molti ciclisti trentenni avrebbero molto da imparare. Per esempio, emblematico il modo in cui ha gestito l’attacco di Pinot sull’arrivo di Prat d’Albis: il francese ne aveva più di tutti, ma ad ogni scatto Bernal si staccava, per poi cercare di rientrare in progressione, costringendo il francese ad ulteriori scatti per toglierselo dai piedi. L’unico punto debole del colombiano al momento è la spericolatezza, e le 3 cadute con fratture cumulate in 2 anni di carriera stanno lì a testimoniarlo: anche qui però, nonostante gli incidenti, sempre recuperi da paura. Consideriamo inoltre che quest’anno si stava preparando non per il Tour ma per il Giro, quindi anche la capacità di cambiare obiettivi in corsa senza entrare in corto circuito. Insomma, una testa fuori dal comune.

Andando più sullo statistico, Egan Bernal è il terzo vincitore più giovane del Tour de France: pressoché ineguagliabile il record dell’allora diciannovenne Henri Cornet, che nel 1904 vinse a tavolino mesi dopo il Tour più falsato della storia (primi 4 squalificati per aver tagliato il percorso in qualche modo), vale comunque quello del lussemburghese François Faber, che con la sua vittoria nel 1909 batte Bernal in giovinezza per un pugno di giorni. Il colombiano risulta dunque il più giovane vincitore di qualunque dopoguerra, record che potrebbe essere battuto solo nella remota (ma non troppo) ipotesi che Remco Evenepoel venga l’anno prossimo in Francia per sfidarlo. E su questo dualismo ancora tutto da costruire potrebbe nascere la più interessante rivalità dei prossimi anni 20 del ciclismo. Ultimo ma non ultimo, Egan Bernal rompe l’ormai storico tabù del vincitore Colombiano al Tour de France, che segue di molto la Vuelta (Herrera 1987) e di poco il Giro (Quintana 2014). Inoltre, se uno  tra Carapaz, Lopez e Quintana vincesse anche la Vuelta, potremmo avere un’annata di GT vinta da soli sudamericani, un trionfo delle qualità di escarabajos e affini.

…e anche quest’anno la Francia vince l’anno prossimo
L’erede di Hinault dovrà ancora corrispondere un nome. Eppure, in 34 anni, ci si era andati così vicini soltanto in quello storico duello tra Lemond e Fignon nel 1989, quando chiunque era ignaro che quel digiuno sarebbe durato sino ai tempi nostri. La Francia aveva addirittura due frecce nel suo arco, e non proprio quelle della vigilia, con Romain Bardet che ha fatto capire subito che non era la sua annata (ripiegando poi con mestiere e un po’ di buona sorte su una maglia a pois che gli consente di salire comunque sul podio a Parigi). Se Bernal è stato il giusto vincitore di questo Tour, Julian Alaphilippe ne è stato il mattatore indiscusso, con due belle vittorie di tappa, 14 giorni in giallo ed un mai così meritato premio alla combattività che lo farà salire sul podio dei Campi Elisi: per farlo scendere il podio, i big hanno dovuto comportarsi come tali. È un campione, come ha già dimostrato all’inizio dell’anno, che al top della forma può anche diventare uno scalatore competitivo: difficilmente ripeterà un Tour così, ma ad una Vuelta potrebbe ancora dir la sua in futura.

C’erano speranze molto concrete su Thibaut Pinot, arrivato mai così bene al Tour come quest’anno: voglioso di far bene già sui Vosgi, il francese sui Pirenei ha dimostrato di essere il migliori scalatore, vincendo sul Tourmalet e staccando tutti di forza a Prat D’Albis. Ma come spesso gli capita, la sfortuna era dietro l’angolo e la sua fragilità gli ha giocato un ulteriore brutto scherzo, il più crudele di sempre: e dopo due giorni di resistenza, si è dovuto ritirare col ginocchio gonfio per una semplice botta. Thibaut non si è perso d’animo ed ha già promesso di tornare sul luogo del delitto nel 2020: tuttora è il massimo indiziato per rompere la maledizione francese.

La chiave tattica? Meglio soli che male accompagnati
Veniamo da edizioni del Tour de France pesantemente condizionati dal comportamento delle squadre, principalmente dall’effetto di neutralizzazione che hanno avuto i trenini Sky sulle principali tappe di montagna. Per una volta le cose sono andate in maniera diversa, sebbene il modus operandi del trenino sia ormai entrato sottopelle anche negli altri team (è stato praticato in maniera massiva quest’anno soprattutto dalla Jumbo-Visma): la stessa Ineos dopotutto ha dimostrato di non avere quella personalità e quella batteria assassina di gregari, dei quali il solo Wout Poels si è mantenuto su livelli eguagliabili al passato. Nonostante ciò, si è portata comunque a casa una doppietta: ma è stato principalmente merito dei suoi capitani, arrivati al Tour con la migliore condizione (a proposito: Geraint Thomas primo e secondo in due anni. E meno male che non era un corridore tagliato per le corse a tappe..), che si sono potuti permettere anche di farsi un po’ di guerra tra di loro, senza prenderla troppo sul personale (o almeno così sembra).

Siamo tornati a vedere scalatori fare la differenza con scatti a ripetizione (vedi Pinot) o addirittura in progressione (vedi Bernal), una cosa che non capitava ormai dai tempi di Ullrich e Pantani. Le squadre hanno dimostrato di non essere necessariamente l’elemento che fa la differenza, se assortite male o se non corrispondono alle esigenze del capitano: se in casa INEOS Bernal ha fatto sostanzialmente tutto da solo, in casa Movistar si è arrivati a fine Tour quasi in psicodramma, con Nairo Quintana e Mikel Landa che hanno fatto fiasco nei momenti in cui la squadra, forse la migliore di tutto il Tour, alzava l’andatura, per poi rifarsi in altri momenti. E Alejandro Valverde era sempre lì, ma senza fare mai una grande differenza. Insomma, questo trio Quintana-Landa-Valverde continua a funzionare male, come un film hollywodiano pieno di stelle che non sanno recitare in maniera corale: Unzué potrà comunque accontentarsi della 4 vittoria nella classifica a squadre in 5 anni.

In tutto questo scenario, paradossalmente un uomo come Alaphilippe è riuscito a restare in maglia gialla fino a due tappe dalla fine praticamente senza squadra, col solo Enric Mas a supporto quando stava bene: alle volte, meglio soli che male accompagnati.

Il percorso (mutilato) non ha aiutato lo spettacolo
Ogni anno la Grande Boucle cerca di inventarsi qualcosa per rendere la sua corsa più spettacolare, tra idee più o meno sensate. L’anno scorso con le griglie nella tappa più corta si raggiunse l’apice della demenzialità; quest’anno si è optato per una scelte un po’ più stuzzicante e sensata come quella degli abbuoni (pesanti) sui GPM vicini al traguardo, per promuovere attacchi: cosa che ha funzionato ma non per gli uomini di classifica, visto che a conti fatti l’unico a sfruttare un po’ questo bonus è stato Julian Alaphilippe. Con la Planche des Belles Filles che non ha fatto grande selezione, abbiamo dovuto attendere i Pirenei per vedere un minimo di battaglia (a tratti). E sulle Alpi tutti hanno atteso le ultime due tappe, senonché le intemperie ne hanno ridotto la qualità (e meno male per come è andata): il risultato finale è una delle classifiche più corte della storia, con i primi 10 rilevati in 7’32” ed il podio in un minuto e mezzo. Per ritrovare spettacolarità, al Tour de France basterebbe ripartire da cose semplici e banali: i chilometri a cronometro ad esempio, troppo pochi per costringere gli scalatori ad azioni drastiche (specie oggi che il potenziale per far danni in salita c’è), e la valorizzazione equanime delle tappe brevi e dei tapponi: tappe come quella di Tignes, della Val Thorens e del Tourmalet ci possono stare, ma non tutte nella stessa edizione e se non altro, collocate in maniera razionale: siamo sicuri che la Embrun-Valloire, collocata alla fine anziché all’inizio della sequenza alpina, non sarebbe stata una frazione più godibile?

A testimonianza di quanto le salite siano state collocate in maniera disordinata sulla corsa, c’è la lotta per la maglia a pois, poco comprensibile e poco spettacolare come raramente era capitato: per dire, il vincitore Romain Bardet ha conquistato tutti i punti in sole 2 frazioni, la Limoux-Foix e la Embrun-Valloire, vincendo tra l’altro uno solo dei GPM classificati. Certo, senza i tagli (a Tignes salvo sorprese avrebbe vinto Bernal, portandosi a 3 maglie su 4 con sforzi limitati!) o se la Lotto Soudal avesse puntato dal principio a Thomas De Gendt a scapito di un Tim Wellens poco affidabile a lungo termine, le cose sarebbero andate diversamente.

Tanti grandi velocisti, Ewan il plurivincente
Se la lotta per la vittoria finale di questo Tour è stata un po’ scialba, dall’altra parte le sfide tra i velocisti sono state appassionanti e mai scontate. Al Tour abbiamo avuto la fortuna di ritrovare gran parte dei migliori velocisti al mondo, ed hanno avuto quasi tutti la loro occasione di successo: Viviani, Sagan, Groenewegen, Ewan, e includiamo anche Van Aert nell’elenco: tra i grandi nomi restano battuti solo Alexander Kristoff e Michael Matthews. con un momento di locura dedicato a Mike Teunissen, pazzamente vincitore nella tappa di Bruxelles pur partendo da terzo velocista della squadra. Le ultime tre volate hanno visto guadagnare la palma di miglior velocista Caleb Ewan, il plurivincente di questo Tour con 3 successi. La lotta alla maglia verde è l’ennesimo no-contest a favore di Peter Sagan, anche se va fatto notare che non aveva mai vinto con così pochi punti, senza nemmeno sfiorare quota 400: al di là delle prestazioni dello slovacco è anche l’effetto del sostanziale equilibrio nelle volate. Col suo settimo sigillo, Peter supera Erik Zabel, affermandosi come l’unico corridore ad aver vinto 7 volte (in 8 anni) la maglia verde, e sembra ben lontano dallo smettere.

Qui Italia: mai così bene nel complesso dal 2005
A livello nazionale non possiamo dirci insoddisfatti di questo Tour de France. Che ha segnato un po’ il ritorno dell’Italia nel suo complesso al centro dell’azione, andando a stuzzicare i ricordi del grande protagonismo degli anni ’90. Per trovare un Tour così lusinghiero, escludendo l’eccezione del Tour 2014 dove escludendo la tappa vinta da Trentin fece praticamente tutto Nibali, bisogna tornare indietro all’edizione 2005, quando Ivan Basso salì sul podio del settimo Tour di Armstrong come 2° classificato, mentre Bernucci realizzò un bel colpo da puncheur nella tappa di Nancy e Savoldelli e Guerini si fecero valere nelle fughe della seconda parte. Quest’anno nessun italiano nelle parti alte della classifica, ma comunque tre vittorie di molteplice fattura: Elia Viviani in volata (e anche lui a Nancy), il campione europeo Matteo Trentin dominatore nella fuga di Gap, ed infine Vincenzo Nibali vincitore ieri sulla Val Thorens. Bilancio al quale vanno aggiunti i due giorni in maglia gialla ottenuti da Giulio Ciccone, l’azzurro forse più sorprendente a questo Tour, il quale senza la caduta di Toulouse forse avrebbe potuto rimanere ancora protagonista.

È questa l’immagine attuale del ciclismo attuale, un movimento ridotto nella quantità ma che continua a non lesinare qualità. È mancato l’uomo di classifica: di Vincenzo Nibali si è parlato pure troppo, alla fine il Tour di Vincenzo è il risultato di una società in situazione instabile che sembra non avere un grande futuro nel mondo del ciclismo. Il migliore risulta Fabio Aru, 14esimo, ma ancora non sappiamo come interpretare il comportamento del sardo a questo Tour senza risparmiare energie per eventuali successi di tappa: se è stato un modo di allenarsi per i futuri appuntamenti, bene; ma conoscendo il carattere di Aru, il rischio che abbia consumato solo tante energie perché non sa correre diversamente è abbastanza alto. Degli altri azzurri, qualcuno va promosso, qualcun altro rimandato: bene Damiano Caruso e Alessandro De Marchi che si sono fatti valere in diverse fughe, bene Giacomo Nizzolo e Niccolò Bonifazio che hanno ritrovato volate di alto livello dopo anni di smarrimento. Meno Bene Gianni Moscon, il meno influente di tutti i gregari INEOS, Alberto Bettiol poco presente nelle fughe specialmente nelle tappe più tagliate per lui, mentre Sonny Colbrelli lo collochiamo nella categoria “vincitori morali”: dopo aver accarezzato l’idea della vittoria a Bruxelles non è più riuscito neanche a piazzarsi tra i primi 3 in una volata. Ma il suo Tour verrà principalmente ricordato per un bello schiaffone sulle terga di un tifoso voglioso di sconcerie, con tanto di segno ben visibile immortalato ad imperitura memoria.

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