Egan Bernal in maglia gialla sui Campi Elisi © ASO\Pauline Ballet
Egan Bernal in maglia gialla sui Campi Elisi © ASOPauline Ballet

Egan Bernal, inizio di una favola

Ripercorriamo la giovane carriera del talento colombiano che ha bruciato le tappe vincendo la Grande Boucle; e non è solo una “macchina da Tour”

«Secondo me era solo questione di tempo…». Fu questo l’inizio di una risposta che, in una mattinata di marzo di due anni fa, Egan Bernal ci diede in un’intervista concessaci prima di prendere il via dell’ultima tappa della Tirreno-Adriatico, quando gli chiedemmo come si spiegasse l’esplosione degli atleti colombiani nel ciclismo attuale.

Aveva ragione, Egan. Era solo questione di tempo. Anche se probabilmente nessuno si sarebbe aspettato che quel tempo potesse correre così in fretta, superando (assieme alle avversità e le imprevedibilità che possono caratterizzare una corsa in bicicletta) i Pirenei e le Alpi per portarlo a Parigi vestito di giallo. Incoronarlo come vincitore più giovane del Tour de France dell’era moderna ed, anzi, fargli realizzare un’impresa ancora non riuscita a nessuno: vincere nello stesso anno Parigi-Nizza, Giro di Svizzera e Tour de France.

Quando ci si raffronta con un ragazzo di 22 anni, venuto prepotentemente alla ribalta, occorre sempre fare attenzione nel dosare gli elogi, nel non crearsi aspettative troppo elevate per non correre il rischio di restare delusi se, giunti ad un’età più matura, il palmarés non dovesse mostrarsi come quello preconizzato. L’atleta del Team Ineos però sembra poter spingere gli osservatori ad alzare un po’ il tiro e guardare con fiducia al futuro, specialmente pensando al fatto che il riuscire ad emergere a livelli così elevati in una grande corsa a tappe (il Tour de France poi !) sembrerebbe essere sempre più prerogativa di atleti esperti e sufficientemente rodati. Egan Bernal però sembra fatto apposta per smentire determinati preconcetti, in nome di ciò che troppo spesso viene sottovalutato nell’epoca dei watt e delle iperspecializzazioni: il talento puro, cristallino, non spiegabile solamente con il sapersi far trovare pronto quando ci sono da realizzare i picchi di forma.

Bernal potrebbe rappresentare quell’aria nuova che il ciclismo da grandi giri stava finalmente aspettando, tra attese realizzate a metà o del tutto disilluse, senza peraltro ridurre il tutto all’ossessione del Tour de France. Anche in questo potrebbe rappresentare un’ulteriore motivo di svolta per quello che fu il Team Sky, che con la nuova denominazione, pur conservando un occhio di riguardo per l’appuntamento francese, potrebbe realizzare qualcosa di diverso proprio grazie alla versatilità del colombiano. Ripercorrendone rapidamente i punti salienti della sua breve ma già fruttifera carriera, non si può che giungere a determinate osservazioni.

La Mountain Bike come palestra prima della strada
Quella che poteva apparire come una lunga, tortuosa strada verso il successo per poter realizzarsi e sbarcare il lunario, in realtà era, in origine, una “carrera” sterrata, polverosa. Proprio come quelle che Egan si trovò a percorrere da bambino in sella ad una Mountain Bike. Sognava di emulare le gesta di Lance Armstrong o di Alberto Contador quel giovanotto nato e cresciuto a Zipaquira, nella regione di Cundinamarca ma intanto si accontentava di mettere in riga coetanei e non sugli sterrati, che pure avevano fornito al Paese sudamericano validissimi rappresentanti in ambito internazionale.

Del resto, proprio una vittoria in una corsa (all’età di 8 anni) gli aveva consentito di entrare a far pare di una squadra di ciclismo, con l’ex professionista Fabio Rodriguez come mentore e con le proprie doti d’affinare per poter giungere nel palcoscenico più ambito: il ciclismo europeo. Il punto cruciale nella categoria juniores: Egan riuscì a piazzarsi in entrambe le annate sul podio del mondiale di MTB e le sue prestazioni gli valsero una segnalazione a Paolo Alberati, altro ex professionista sempre molto attento alle sorti del movimento sudamericano. Fu la svolta: grazie a quest’ultimo Egan giunse in Europa e non mancò di dar spettacolo, come nella corsa toscana di Navacchio, dominata staccando tutti proprio in virtù delle sue doti da biker, che gli consentirono di superare al meglio i tratti in sterrato inseriti. Proprio grazie ad Alberati giunse anche il contatto con Gianni Savio: da lì all’approdo alla corte del navigato team manager piemontese il passo fu breve.

Gli anni all’Androni: una scommessa vinta su tutta la linea
Non poteva chiedere di meglio il baffuto torinese: un nuovo talento sudamericano da esibire nel ciclismo nostrano e non solo, accompagnato anche da una serietà di modi sia nella costanza degli allenamenti che giù dalla bici che porteranno l’intero circondario del Canavese ad adottarlo idealmente. Le risposte della strada non si sono fatte attendere: nella stagione del debutto vittoria nel Tour of Bihor in Romania e alcune maglie di miglior giovane abbastanza significative, come quella conquistata al Giro del Trentino ad appena 19 anni. Nel 2017 iniziò invece a farsi largo la consapevolezza di avere per le mani un vero e proprio diamante: le vittorie al Tour de Savoie, al Sibiu Tour e soprattutto al Tour de l’Avenir (giusto per prendere decisa confidenza con le strade francesi) ma soprattutto una capacità sapersi disimpegnare al meglio in contesti importanti fuori dal comune.

Esempio lampante fu proprio la Tirreno-Adriatico già citata in precedenza: la maglia bianca sfuggì solo nella tappa conclusiva ma dimostrazioni di personalità come quella offerta nella tappa di Fermo, lunga più di 200 chilometri e infarcita di muri, tanto da somigliare ad una classica andarono ben oltre le risultanze, se si pensa che in quel contesto ci si confrontava con molti dei migliori esponenti del World Tour. Oltre a questo, non va tralasciato neppure il comportamento di Bernal nelle gare in linea (che ci porterà a successive considerazioni): il quinto posto a Larciano, il secondo nel Giro dell’Appennino e la top 15 (tredicesimo per la precisione) ottenuta al debutto nel Lombardia danno la dimensione di un fondo, una versatilità e una capacità di guida del mezzo che esulano dalle doti che lo proiettano come nuovo crack per le gare a tappe.

Di quel periodo resta probabilmente un solo cruccio allo stesso Savio: non aver potuto mostrare (per mancanza d’invito da parte di RCS) un simile talento sulle strade del Giro d’Italia. Il prosieguo, però, ci ha detto che il ritardare il debutto in un simile contesto (e che tra l’altro, come vedremo, deve ancora avvenire) potrebbe non essere stato affatto un male.

La Sky/Ineos: conferma del talento e forza mentale notevolissima
Prevedibilmente un simile atleta non sarebbe potuto durare a lungo in una realtà utilissima per la crescita ma pur sempre legata al mondo Professional. Cosicché, con offerte economiche importanti e con la lungimiranza di chi deve iniziare a guardare avanti per restare al passo dopo anni di successi, la Sky è riuscita a mettere le mani su colui che, si spera, possa diventare il dominatore dei grandi giri nelle annate future. I primi mesi hanno fornito subito risposte importanti: vittoria in patria nel Colombia Oro y Paz dopo un confortante debutto al Down Under; la vittoria sfiorata al Romandia (con successo nella frazione a cronometro) e quella raggiunta al Tour of California; la grande crescita nelle prove contro il tempo, coronata dalla conquista del titolo nazionale di specialità. Credenziali sufficienti per l’ambizioso debutto al Tour de France, da disputare al servizio di un Chris Froome a caccia della storica doppietta dopo la vittoria al Giro e di Geraint Thomas, giunto all’occasione della vita.

I pronostici si sono rivelati ampiamente rispettati: a Thomas il Tour, a Froome il podio ma con un Bernal capace di far vedere di che pasta è fatto, con tirate poderose in testa al gruppo e l’impressione, in alcuni frangenti, di andare anche più forte dei propri capitani. Risultato: termina al 15esimo posto il suo primo grande giro, pur correndolo da gregario.

Un’ulteriore conferma di doti eccezionali, con una brusca battuta d’arresto pochi giorni dopo la conclusione del Tour, nel disputare la Clasica di San Sebastian: coinvolto in una caduta, riporta fratture a naso e mascella, dopo che in primavera al Catalunya erano state scapola e clavicola a frantumarsi. Qui possiamo individuare il momento in cui Bernal comincia a mostrare invidiabili capacità di recupero: le prestazioni seguite all’incidente in Catalogna e il finale di stagione, con top ten alla Milano-Torino e una nuova top 15 al Lombardia (corso da protagonista nel finale), ci danno la dimensione di una determinazione d’acciaio, dote indispensabile per poter reggere le pressioni e, soprattutto, per tornare a livelli eccellenti dopo i periodi di stop forzato. Così pure la frattura alla clavicola che in questa stagione gli ha fatto nuovamente saltare il debutto al Giro d’Italia è divenuta in breve tempo un brutto ricordo da consegnare al passato.

Il Tour de France: l’apoteosi di un predestinato
Appare infatti paradossale che Egan non sia riuscito ancora a disputare la corsa rosa, tanto più in considerazione dei messaggi d’amore mandati al nostro Paese anche in occasione della premiazione sui Campi Elisi ma tant’è. Il suo 2019 si era già aperto con i successi alla Parigi-Nizza e il podio in Catalogna e l’affermazione ottenuta in Svizzera in giugno (dando anche l’impressione di non essere ancora al 100%) hanno rappresentato solo il continuum di un filo già tracciato. Come affrontare, tuttavia, un Tour che costituisce l’appuntamento più importante anche per Geraint Thomas, nonostante sia giunto all’appuntamento non esattamente al top?

La risposta eloquente l’ha fornita la strada, in cui si è avuta una perfetta dimostrazione delle doti di Egan, sia sotto il profilo fisico che, soprattutto mentale: capace di non farsi sorprendere in situazioni delicate come possono essere quelle dei ventagli; capace di gestire momenti di difficoltà per evitare pericolosi fuori giri come a Foix; pronto ad entrare in azione pur non godendo di un apporto del team paragonabile a quello delle passate edizioni (obiettivamente il “trenino” Ineos non si era mai visto così poco incisivo come in questa edizione); dulcis in fundo, capace di fare il vuoto su una salita in grado di esaltare al meglio le proprie doti, come il Col de l’Iseran e mantenendo i nervi saldi nonostante le polemiche derivate dalla brusca interruzione della tappa e, soprattutto, per l’attacco di Geraint Thomas alle sue spalle, in una situazione in cui ancora ci si domandava quali fossero le definitive gerarchie nel team britannico.

Certo, il finale di Tour con le frazioni più attese decurtate per cause di forza maggiore e l’abbandono di Thibaut Pinot che sembrava l’avversario più accreditato a contrastarlo in salita hanno finito per togliere un bel po’ di pathos ad una sfida che si stava facendo molto appassionante. Tuttavia, Bernal ha dimostrato di potersi assumere l’onere della leadership nel momento più delicato, arrivando dove nessun altro connazionale era ancora mai riuscito e facendolo anche prima del previsto sulla “tabella di marcia”: Egan non è più una splendida promessa ma già una stupenda realtà.

Un futuro improntato solo al Tour? No, perché...
A questo punto, il focus sulle prospettive è indubbiamente mutato, poiché è ovvio che una vittoria al Tour de France stravolga qualsiasi tipo di considerazione e mette al centro Bernal in una nuova dimensione, quella in cui occorrerà ripetersi per diventare uno dei più grandi specialisti di sempre delle gare a tappe. Proprio per questo è giusto che, fin da adesso, Egan possa concentrare tutte le sue ambizioni sul Tour de France? Noi ci sentiamo di dire assolutamente no. Il primo motivo risiede in questioni “di cuore”: Bernal avrebbe dovuto fare il suo debutto al Giro d’Italia e sia per l’affetto che nutre nei confronti del pubblico italiano, sia per l’essersi legato fin da subito all’Italia, la prossima sfida potrebbe risiedere proprio nel provare a vincere la corsa rosa, che sulla carta potrebbe anche adattarsi meglio alle sue caratteristiche ed anche in virtù dell’essere già riuscito a primeggiare al Tour.

Certamente occorrerà fare i conti anche con i programmi futuri del Team Ineos: Chris Froome, com’è noto, sta affrontando una dura riabilitazione da un infortunio che, anche in virtù dell’età dell’anglo-kenyano, potrebbe far sentire i suoi effetti e lo stesso Geraint Thomas, pur confermandosi sul podio a Parigi, potrebbe aver già raggiunto l’apice della propria carriera nel 2018. Ecco che quindi Bernal potrebbe costituire una certezza da continuare ad esibire nella Grande Boucle, in attesa di vedere anche se il debutto di Bernal alla Vuelta avverrà in questa o nella prossima stagione.

Ciò che inoltre appare confortante è la duttilità di Bernal come atleta per tutte le stagioni e quindi non improntato ad essere al top solamente in luglio ma capace di vincere e convincere nel corso dei vari mesi da febbraio ad ottobre: si spiegano così le eccellenti prestazioni nelle brevi gare a tappe (col già ricordato storico filotto Parigi-Nizza – Tour de Suisse a precedere il Tour de France) e prestazioni di rilievo anche nelle corse di un giorno. Un Bernal in buona condizione potrebbe dire la sua sia sul Muro di Huy alla Freccia Vallone che ad una Liegi-Bastogne-Liegi ancora più adatta alle sue caratteristiche col nuovo finale ammirato in questa stagione. Senza poi dimenticare che al Lombardia è stato già capace di giungere due volte tra i primi senza essere partito con particolari ambizioni di grande risultato.

Ad un’età come la sua c’è ancora spazio per ulteriori margini di crescita anche in contesti non ancora esplorati al massimo, tuttavia una cosa è certa: Egan Bernal ha tutto per poter essere il nuovo collezionista di grandi giri dell’epoca attuale e tra qualche stagione ci si potrebbe ricordare di quest’estate come quella in cui tutto realmente cominciò.

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