La locandina di 6 Day Bike Rider
La locandina di 6 Day Bike Rider

Cicloproiezioni: 6 Day Bike Rider

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, ventunesima puntata: in questo film degli anni ’30 il tentativo di un giovane di impressionare la propria amata in sella ad una bici

In questa rubrica sinora abbiamo trattato solo un titolo un po’ datato (Totò al Giro d’Italia), ma questo non vuol dire che nei tempi pionieristici (sia per il ciclismo che per il cinema) non si siano realizzati film a tema sportivo, a loro modo sorprendenti e tutto sommato ben fatti in rapporto alle possibilità tecniche dell’epoca. Di conseguenza come potremmo lasciarci sfuggire chicche del genere? Ad esempio è senza dubbio curioso trovare Romano Prodi protagonista di questa vecchia pellicola in bianco e nero.

In realtà no, non si tratta dell’ex primo ministro italiano, ma di Joe E. Brown, attore comico molto famoso negli Stati Uniti fra gli anni Trenta e Quaranta. Di formazione circense, tuffi e scivolate e salti mortali erano il suo pane quotidiano, come pure qualsiasi altra acrobazia potesse tornare utile nelle commedie slapstick che andavano per la maggiore all’epoca. A questa abilità atletica aggiungeva una faccia elastica dotata di bocca gigantesca con cui regalava al pubblico smorfie di ogni tipo e suoni vari ad accompagnare l’azione scenica.

Ma veniamo a noi. Il film in questione è del 1934 e ha l’ambizioso (dal nostro punto di vista strettamente ciclistico) titolo di 6 Day Bike Rider (proposto in Italia con il più sfumato – ma forse sincero – Un grullo in bicicletta). Prodotto dalla Warner Bros, diretto da un prolificissimo mestierante come Lloyd Bacon, è in sostanza una normalissima commedia romantica condita da numerose gag comiche, che ha in Maxine Doyle la protagonista femminile.

Brown interpreta Wilfred, il classico mezzo svitato di buon cuore attorno a cui si muove spesso questo genere cinematografico. L’uomo conduce una vita tranquilla in una minuscola cittadina di provincia, ha un buon lavoro (dirige la piccola stazione dei treni locale), canta nel coro della chiesa, è un membro rispettato della comunità, e soprattutto ha una simpatia – all’apparenza ricambiata – per Phyllis, l’organista del coro. Insomma, niente di davvero entusiasmante, ma abbastanza per essere allegri, almeno fino a che una sera non si presenta al paesello tale Harry St. Clair.

Questo Clark Gable dei poveri (interpretato da Gordon Westcott) dichiara di essere un ciclista campione del mondo, arrivato per un spettacolo al teatro della cittadina. In un film dove i caratteri dei personaggi sono evidentemente considerati un fastidio di cui è meglio sbarazzarsi in fretta, Phyllis sembra subito perdere la testa per il nuovo arrivato. Wilfred, geloso, appare invece perplesso sulla qualifica di campione iridato millantata dal forestiero, il quale per confermare le sue parole estrae dalla giacca il biglietto da visita. E chi siamo noi per contestare una prova così inoppugnabile?

E allora Wilfred deve scendere a compromessi, accettando che quella che sperava essere una serata con la sua bella si trasformi in un’uscita a tre. Casualmente il nostro eroe possiede (solo in quel momento peraltro, visto che non si vedrà mai più in tutto il resto della pellicola) una bici con carrozzino in stile sidecar, dove subito si accomoda Harry con in braccio Phyllis. I due si sorridono felici e Wilfred non può che osservarli con un certo scoramento.

Il destino della serata appare dunque segnato. Wilfred è peraltro richiamato alla stazione dei treni per risolvere una qualche incombenza con del bagaglio smarrito, e nel frattempo Harry ne approfitta per farsi invitare a casa di Phyllis per mangiare un pezzo di torta. Wilfred raggiunge l’abitazione affannato, non dimentica comunque di legare la bicicletta (il carrozzino è già scomparso) con una catena, poi come un guardone qualsiasi si mette a sbirciare dalla finestra. È talmente sconvolto dalla confidenza data dalla torta che inizia a camminare all’indietro, giusto giusto per mettere il piede su un’asse di legno casualmente abbandonata in giardino, asse di legno che ovviamente lo colpisce alle spalle mettendolo al tappeto.

Rassegnato, il nostro decide che è meglio andarsene per non soffrire oltre. Inforca la bici e fa per partire, quando un gatto nero gli taglia la strada. Temendone la sfortuna, prende la decisione di avviarsi nella direzione opposta. Ma si scorda di aver legato la bicicletta con catena e lucchetto, e così (non scordiamoci che siamo pur sempre in una slapstick comedy, genere ad altissima densità di gag fisiche) dopo le prime energiche pedalate si ritrova ancora una volta con le gambe all’aria.

Davvero, come fa una donna a non innamorarsi di un uomo così? E infatti Phyllis la sera successiva va sì con lui a teatro, però per assistere emozionata allo spettacolo del grande campione e specialista in tricks, Harry St. Clair. Che si dimostra essere, come sospettavamo, un discreto cialtrone. Lo vediamo all’inizio pedalare in tondo, poi impennare su una ruota, e ancora all’indietro, prima di raccogliere un fazzoletto da terra senza scendere dal sellino, che è il suo pezzo forte. Tutte cose piuttosto risibili se comparate con gli altri film presi in esame da questa rubrica.

Pur non essendo un nostro lettore (ma solo per le chiare limitazioni anagrafiche), anche Wilfred manifesta la sua delusione per lo spettacolo, spendendosi in una sequenza di smorfie e versi vari da far invidia a un bambino dell’asilo. Harry, seccato, gli chiede se pensa di poter fare di meglio, e lui risponde di sì. Così Wilfred sale sul palco e, mettendo a frutto l’esperienza circense dell’attore che lo interpreta, delizia il pubblico con acrobazie decisamente più impegnative, che peraltro esegue bendato.

Ma Harry non è fesso, e approfitta dello show del rivale per andarsene via con Phyllis. Infuriato, Wilfred smuove tutto il paese in un susseguirsi di scene prive di alcuna logica narrativa ma che certo non possono definirsi noiose. Basti dire che il nostro finisce per sparare nel sedere del padre dell’amata e per dare fuoco a un granaio. Scaricato da Phyllis e ripudiato dai suoi concittadini, non gli resta che caricare le sue cose sulla bicicletta e avviarsi verso una nuova vita nella grande città, aggrappandosi a un camion per un passaggio.

C’è bisogno forse di specificare che, in un film del genere, in una situazione come quella della foto sopra, il protagonista finirà inevitabilmente per schiantarsi? Fortuna vuole che l’impatto sia contro la macchina del bonario Clinton (Franck McHugh, altro attore popolare in quegli anni), che a sua volta si presenta come ciclista professionista. Con quella faccia e quel fisico, Clinton detiene probabilmente il record di ciclista professionista meno credibile della storia del cinema.

Solo dopo il dialogo con Clinton l’arguto Wilfred si accorge delle biciclette adagiate sul sedile posteriore dell’automobile. “Bici?”, domanda stupito, voltandosi tutto contento. Ma le sorprese non sono finite perché, per aiutare lo sfortunato protagonista, una volta giunti in città Clinton gli presenta un suo amico che gestisce un servizio di bike messenger (per inciso, l’amico si chiama Dee e l’agenzia Spee-Dee), anticipando così tutto il filone di pellicole sul genere . Qui intanto possiamo ammirare Wilfred sui rulli, mentre viene cronometrato dai nuovi colleghi ammirati da tanta potenza.

Nel frattempo Clinton si presenta al via della sei giorni che dà il titolo al film. E se oggi può apparire curioso che una major di Hollywood scelga di ambientare su una pista di ciclismo un buon terzo di una commedia romantica destinata al grande pubblico, non bisogna dimenticare che nella prima metà del secolo scorso le sei giorni erano estremamente popolari e numerose negli Stati Uniti, raggiungendo l’apice del successo proprio negli anni Trenta.

Ciò non toglie che stiamo pur sempre guardando una slapstick comedy, e quindi devono accadere in continuazione cose potenzialmente comiche ma del tutto assurde e inverosimili, come lo spettatore ignaro che cerca di attraversare la pista proprio mentre stanno passando i corridori. Durante il resto del film la scena si ripeterà diverse volte senza che l’uomo, andato a centro pista a comprare una bibita per la moglie petulante, riesca mai a ricongiungersi con la consorte in tribuna.

Ma le scene di corsa sono realizzate bene e messe sullo schermo in maniera adeguata, ritmo incalzante e montaggio veloce, musica pimpante di sottofondo, un sacco di movimento convulso. Insomma il regista rende con efficacia l’elettricità tipica delle gare su pista (anche se le riprese non furono effettuate in un vero velodromo, ma su un anello per il pattinaggio di velocità solo in parte adattato).

I due atleti al centro della competizione sono ovviamente Harry e Clinton, che approfittano delle lunghe sessioni di gara per farsi pure un paio di chiacchierate, a volte amichevoli, a volte meno. Ma quando è il momento di sprintare per i premi in denaro la rivalità si accende inesorabile, tanto che i due finiscono per toccarsi e la caduta spettacolare ne è una diretta conseguenza. Del resto non ci può essere un film sul ciclismo senza almeno una caduta molto scenica.

Potrebbe sembrare che ci siamo dimenticati di Wilfred, e invece no. Il nostro ha avuto una serie di incomprensioni con l’autorità costituita, finendo in prigione. È costretto ad ascoltare la sei giorni alla radio, almeno fino a quando non si presentano Phyllis e suo padre a pagare la cauzione. A causa di altre incomprensioni, ovviamente prive di logica, si appropria della bici di un poliziotto per raggiungere in fretta il velodromo, ritrovandosi dunque inseguito nuovamente dagli stessi agenti, incidentando lungo la strada pedoni e tutori dell’ordine, schivando per un pelo automobili, fino a schiantarsi l’ennesima volta nel rimorchio di un camion.

Eppure, a dispetto di tutto questo correre e inseguire e provocare danni, poco dopo lo ritroviamo incredibilmente in gara. Clinton, rimesso in sella di peso dopo la caduta, è visibilmente stordito: “Dove sono?”, si domanda girando in pista. Per fortuna è appena arrivato Wilfred, pronto a essere ingaggiato ed entrare nella competizione così, dal nulla, nonostante la sei giorni si stia svolgendo già da un po’. Ma almeno possiamo finalmente giungere al confronto decisivo fra i due personaggi principali.

Non che Wilfred e Harry debbano dedicarsi per forza solo alla corsa, fra uno sprint e l’altro c’è tempo per qualche chiacchierata, per cambiarsi d’abito, per testare buffi metodi per il rifornimento, senza scordarci che, come in un videogioco, c’è sempre da evitare l’uomo che tenta di attraversare la pista. Ma se la gag più antica della slapstick è la scivolata sulla buccia di banana, cosa ci impedisce di trasferirla direttamente in una gara di ciclismo su pista?

Correre su un ovale offre però tanti spunti comici, se non si va troppo per il sottile e non si inseguono riflessioni sofisticate sul significato della vita, e nemmeno si presta troppa attenzione alle più elementari leggi della fisica, ignorate bellamente dagli stunt della pellicola. Fra le tante, ci piace segnalare il momento in cui Wilfred perde gli occhiali e, mezzo cecato, finisce per girare contromano gridando “Ehi, state andando tutti nella direzione sbagliata!”.

Esausti dall’azione instancabile della pellicola, ci avviamo alla scontata conclusione per scoprire che non solo il villain può ricorrere a trucchetti e stratagemmi per provare a far fuori l’eroe, ma anche l’eroe può mettere da parte il fair play se questo serve a portare a casa il risultato. Erano proprio altri tempi, si capisce, ma l’importante è che il nostro machiavellico protagonista ottenga il successo nella gara e, di conseguenza, l’amore della bella Phyllis.

Eccoci dunque al termine di sessantanove frenetici minuti, con la nostra ormai formata famigliola che si gode una bucolica gita in bicicletta. Il ciclismo professionistico meglio lasciarlo a gente sgamata come Harry e Clinton, Wilfred e Phyllis preferiscono una vita più tranquilla, apparentemente felici a dispetto di un bambino brutto e frignone.

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