Tadej Pogacar firma l'ultima impresa della Vuelta 2019 © LaVuelta.es
Tadej Pogacar firma l'ultima impresa della Vuelta 2019 © LaVuelta.es

Sogna ragazzo sogna!

Tadej Pogacar fa lustrare gli occhi: terza vittoria di tappa, vola sul podio della Vuelta a España. Roglic rosso definitivo, Valverde chiuderà secondo, giù Quintana e López

Non sei un velocista, ti presenti al via di un grande giro e vinci tre tappe, e va bene, può capitare, sei bravo; hai 20 anni, però, e questo score ha un solo precedente nella storia intera del ciclismo, datato Giro 1978 e firmato Giuseppe Saronni, e va bene, due volte bravo. Per inciso, è il tuo primo GT in carriera, e va bene, tre volte bravo, ma non basta ancora: perché a queste vittorie parziali tu aggiungi una maglia bianca di miglior giovane: il concetto di bravura inizia ad allargarsi parecchio.

Ma a noi ancora non basta: si può vincere una maglia bianca insieme a tre tappe al primo GT in carriera anche finendo 15esimo in classifica, giusto? No, tu quel tuo primo scintillante grande giro lo chiudi sul podio. “Bravo” non è più sufficiente a definirti. C’è dell’altro: la terza impresa di giornata, quella che ti proietta sul podio e in bianco, la compi al ventesimo giorno di gara. Facile fare i forti a 20 anni nella prima settimana, ma alla fine della terza? Di che razza di doti di recupero, fisico e mentale, disponi? O ragazzo, che specie di mostro sei?

Tadej Pogacar ci lascia storditi e innamorati, al termine della Vuelta a España 2019, perché un conto sono i successi nelle categorie minori, anche eclatanti; un altro conto sono le affermazioni nelle corse secondarie del ciclismo di vertice, dignitose e promettenti ma sempre da valutare con bilancino e setaccio; ma fare cose del genere in un GT, al cospetto di parte del meglio del meglio del pedale mondiale, che implica? Implica che ci troviamo di fronte a un’altra next big thing, laddove il “next” è da declinare già al presente, in quest’annata favolosa in cui il futuro si compie realtà giorno dopo giorno, davanti ai nostri occhi incantati, al cospetto della nostra passione rinfocolata, ringalluzzita, ritemprata. Quanta aria nuova nei nostri vecchi polmoni!

21 anni li compie tra una settimana, Tadej Pogacar, ma quello che ha fatto vedere in questa Vuelta sembra la condotta di un trentenne, maturo e sapiente, autoconsapevole e confidente. Capace di mettere a segno colpi di classe enormi e poi di tornare a un basso profilo nelle giornate meno brillanti, e basso profilo in questo caso significa non perdersi né d’animo né di classifica, starsene al calduccio mentale dei propri pensieri, tenere duro e stringere i denti, e aspettare che il vento contrario si plachi per tornare a essere protagonista, senza aver mai perso di vista i propri obiettivi sensibili.

A essere onesti dobbiamo ammettere che non era Tadej Pogacar l’uomo da cui ci aspettavamo questo colpo di coda esclamativo all’ultimo giorno di montagna della corsa spagnola: sembrava in evidente e comprensibile calo in questi ultimi giorni, sembrava destinato a salvare al più la top five (risultato comunque importantissimo) e a doversi arrendere al già espertissimo (in confronto a lui) Miguel Ángel López nella lotta per il miglior giovane. E invece oggi è stato ancora una volta il più forte, ha trovato un’impresa ancor più bella e rilevante delle precedenti, ha avuto la forza di ribaltare quel po’ di classifica di sua competenza, dacché Primoz Roglic in rosso era lontanissimo, intangibile, ma gli altri no, gli altri potevano essere rimessi nel mirino, e così è stato, scavalcato López, scavalcato Nairo Quintana, quasi quasi scavalcato pure Alejandro Valverde, se il vecchio murciano – 19 anni più grande di Tadej! – non avesse avuto la prontezza di spirito di reagire in proprio sulla salita finale.

Che giornata fantastica per chiudere le ostilità della Vuelta 2019: domani si scorrerà via allegri e poi veloci fino all’ultima volata madrilena, ma i giochi si son fatti oggi, quelli definitivi e irreversibili, e da questi giochi Pogacar esce in trionfo. Lui come l’altro sloveno in cartellone, il citato Roglic, perfettissimo conquistatore della classifica che se proprio doveva lasciar trasparire un minimo cedimento, ha aspettato gli ultimi 100 metri dell’ultimo arrivo in salita per farlo. Ma sì, lasciamo quei pochi secondi a Valverde lanciato in volata, la Vuelta finisce e finisce nel palmarès tutto in fieri dell’ex skijumper.

Un risultato importante, questa vittoria di Primoz, perché se lo mettiamo in fila coi precedenti fanno 5 GT di fila vinti da corridori che in precedenza non ne avevano conquistati: Thomas-Yates-Carapaz-Bernal-Roglic. Ce n’è per tutti i gusti. Il capitano della Jumbo-Visma non è un ragazzino di primo pelo, anche se non ha una militanza epocale nel ciclismo provenendo come tutti sanno dal salto con gli sci. Ma resta inebriante per tutti noi aver assistito a una crescita così progressiva (quasi esponenziale) e metodica, a un miglioramento così pervicacemente perseguito e così brillantemente conseguito, un passo alla volta, successo dopo successo con l’intermezzo di qualche sconfitta che insegna che pure alle soglie dei 30 anni si può imparare ancora tanto. E oggi Roglic è una certezza, uno di quelli che a ben diritto sanno di poter dominare un grande giro: parte dalla Vuelta, vedrete che non si fermerà qui.

Sul podio, in mezzo ai due sloveni, si piazza Alejandro Valverde, una certezza granitica di questo sport, incapace delle circonvoluzioni agonistiche e mentali di tanti altri, lui sempre regolare al massimo livello, una macchina da guerra nata per il ciclismo, uno che il primo podio alla Vuelta lo ottenne 23enne,  nel 2003, il che vuol dire 16 anni fa, quando Giovanni Paolo II era papa e George Bush presidente degli Stati Uniti, quando nel mondo non c’erano i social network e in Italia Sky era appena sbarcata, quando al cinema si sognava col Signore degli Anelli e in radio si odiava il tormentone Chihuahua, quando si comunicava ancora con gli sms e il fax non era ancora un oggetto di modernariato… Insomma abbiamo reso l’idea, no?

Il precedente di Chris Horner vincitore della Vuelta a 42 anni fa impallidire un po’ tutti i risultati della maturità di qualsivoglia ciclista, ma lì si parlava di una vittoria che era un uovo fuori dal cesto, qui con Valverde siamo all’eccellenza assoluta e perpetua che sfida la legge dei decenni. Un peso specifico un tantino diverso, per questi risultati in confronto a quell’episodio. Che vuoi fare di fronte al Campione del Mondo, se non toglierti il cappello un attimo prima di svenire per l’ammirazione al cospetto di tale monumento vivente?

 

Battaglia all’alba della tappa, ma l’Astana viene subito smorzata
Era l’ultimo giorno utile per provare a fare qualcosa di serio, per cui era scritto che la 20esima tappa della Vuelta a España 2019, la Arenas de San Pedro-Plataforma de Gredos di 190.4 km, avrebbe visto tentativi e azioni importanti. La fuga è partita abbastanza presto, dopo 9 km il suo primo nucleo era già in cammino con Nic Dlamini (Dimension Data), Mikel Iturria e Sergio Samitier (Euskadi-Murias), su cui si son portati poi Sergio Luis Henao (UAE Emirates) e Mitchell Docker (EF Education First), e poi Damien Howson (Mitchelton-Scott), e poi Mark Padun (Bahrain-Merida), Steve Morabito (Groupama-FDJ), Tosh Van der Sande (Lotto Soudal) e Will Smit (Katusha-Alpecin), quindi anche Ruben Guerreiro (Katusha) e Nicolas Edet (Cofidis, Solutions Crédits). Qualcuno non è riuscito a rientrare (Jacopo Mosca della Trek-Segafredo), qualcuno si è staccato presto (Smit, dopo essersi fermato per aspettare – e aiutare a rifarsi sotto – Guerreiro), ma comunque lungo il Puerto de Pedro Bernardo, primo dei sei Gpm di giornata, la fuga era bella che andata, con un paio di minuti di margine.

Dopodiché, siccome oggi la questione era tutta un saliscendi, la fuga stessa è stata tutta un divenire, cioè molti degli 11 non hanno retto: Dlamini e poi Van der Sande già sul primo Puerto, Docker sul secondo (Puerto de Serranillos), Morabito sul terzo (Alto de Navatalgordo), mentre da dietro un altro rientro, Lawson Craddock (EF), fattosi sotto a 130 km dal termine. Sempre sul Navatalgordo, più avanti lungo la scalata, il forcing di Guerreiro che ha fatto fuori proprio Craddock e con lui Iturria, Henao e Padun. In pratica davanti restavano in 4, Edet, Samitier e Howson col portoghese, e con un margine di poco superiore al minuto a 120 km dal traguardo. Un po’ pochino, ma c’era un motivo se quel distacco era così limitato.

E il motivo era che dietro, in gruppo, la battaglia era infuriata: l’Astana aveva cercato in tutti i modi di mandar via qualcuno dei suoi, a più riprese già dal Pedro Bernardo, e poi indefessa facendo ritmo sostenuto sul Navatalgordo. Ma niente: la Jumbo-Visma temeva una e una sola squadra, quella kazaka, che tante volte e ampiamente in passato ha dimostrato di saper orchestrare azioni pericolosissime per un leader di corsa. Per cui la consegna dei gialloneri era chiara e semplice: qualsiasi luogotenente di Miguel Ángel López si mettesse in testa di andare in fuga, stroncarlo senza mezzi termini. Detto fatto. Astana neutralizzata sul nascere, condizioni di corsa da subito non ideali per l’attaccante López. E una volta che il team celeste, frustrato nei suoi intenti, ha tirato i remi in barca lasciando alla Jumbo il compito di fare un’andatura più morigerata, ecco che i fuggitivi hanno potuto prendere finalmente respiro.

 

López all’attacco sul Puerto de Peña Negra
Sulla discesa del Navatalgordo, ai -115, Tao Geoghegan Hart (Ineos), già tra i più attivi sul Pedro Bernardo, è ripartito con decisione dal gruppo maglia rossa. Nel giro di 7 km il londinese si è riportato sui quattro battistrada, e con questa configurazione la fuga ha preso le proporzioni più favorevoli, arrivando a un vantaggio massimo di 4’30” a 73 km dal traguardo.

Ma a quel punto si era già di nuovo in zona Astana: il quarto colle di giornata, il Puerto de Chía, è stato quello su cui i compagni di MAL si sono rimessi in marcia per alzare il ritmo, facendo peraltro molto male a James Knox (Deceuninck-Quick Step), ammaccatissimo dopo la caduta di ieri e destinato a uscire dalla top ten (oltre 11′ il suo ritardo alla fine). Con l’avvicinarsi della salita più rilevante di giornata, il Puerto de Peña Negra, la situazione s’è fatta più convulsa: un tratto di fondovalle con vento laterale ai -55 è stato utile per selezionare decisamente il gruppo, facendo fuori tutti gli uomini di Roglic a eccezione di George Bennett.

Con questi presupposti si è affrontato il penultimo Gpm: ai suoi piedi i fuggitivi conservavano 2’30” di margine, poi il quintetto è subito scoppiato al primo allungo in salita di TGH, a cui il solo Guerreiro ha saputo rispondere. Nella pentola del gruppo bollivano progetti importanti, e dopo un bel forcing di Jakob Fuglsang è arrivato il momento della finalizzazione Astana: a 44 km dal traguardo, e 10 dalla vetta del Peña Negra, López ha dato luogo al suo primo attacco. Roglic ha subito chiuso con a ruota Valverde, Quintana e Pogacar, quindi Felix Grossschartner (Bora) ha riportato sotto il suo capitano Rafal Majka e un po’ di altra gente.

La strada spianava per un po’, quindi abbiamo dovuto aspettare i -40 per vedere il nuovo scatto di Miguel Ángel, subito dopo che Samitier, Edet e Howson erano stati ripresi. Anche stavolta il colombiano non ha fatto il vuoto, portandosi dietro i soliti quattro (Roglic, Valverde, Quintana, Pogacar), e di nuovo subendo in seconda battuta il ritorno di Majka e Grosss con Marc Soler (Movistar), Carl Fredrik Hagen (Lotto Soudal), Wilco Kelderman con Robert Power (Sunweb), Sergio Higuita (EF) e un tenacissimo Edet. Tutto da rifare per López? No, tutto da fare per Pogacar.

 

La stoccata fantastica di Pogacar
Visto che le forze parevano scarseggiare negli altri big della classifica, a 39 km dal traguardo (5 dalla vetta) Tadej Pogacar ha raccolto tutto il coraggio di cui sentiva di disporre ed è scattato, secco, bello, deciso. Immediatamente lo sloveno della UAE Emirates ha fatto il vuoto. Poco dopo Valverde da parte sua ha piazzato pure lui un allungo importante, ma inspiegabilmente si è subito rialzato, dopo aver visto che i Bora lo inseguivano (se ne sarà chiesto il motivo, dato che lui – come gli altri della top five della generale – era fuori portata per Majka, sesto).

Pogacar ci ha messo un solo chilometro per raggiungere Guerreiro e Geoghegan Hart, e in quel momento il vantaggio sul drappello maglia rossa ammontava già a 50″. Altri 500 metri e Tadej ha fatto fuori prima l’inglese e poi il portoghese, predisponendosi a una traversata in solitaria di oltre 37 km. Il gruppo aveva peraltro rallentato, e ciò aveva favorito il rientro di altri uomini, tra cui Antonio Pedrero, che subito si è messo a tirare al servizio di Valverde e Quintana. Ma la sfida tra le gambe dell’attaccante e quelle del difensore era impari, e al Gpm ai -34 il vantaggio di Pogacar ammontava già a 1’37”.

In discesa Tadej non ha perso nulla. Nel successivo falsopiano Soler ha rilevato Pedrero alla guida del gruppo maglia rossa, ma le cose non sono cambiate: il battistrada si è presentato ai piedi della salita conclusiva, ai -9, col medesimo vantaggio vicino al 1’40”; poco prima Pogacar aveva anche raccolto 3″ al traguardo volante di Hoyos del Espino (per la cronaca, Valverde ha preso i 2″ a disposizione del secondo).

Non c’è stato un solo metro dell’ascesa verso Plataforma de Gredos in cui Pogacar abbia lasciato intendere di poter cedere. Giusto un ennesima strappata di Fuglsang ai -8 ha permesso al gruppetto di limare 10″, ma al forcing del danese non è seguito l’atteso contrattacco di López, e Tadej ha ripreso margine.

Sono seguite schermaglie, un allungo di Hermann Pernsteiner (Bahrain), un tentativo di Majka stoppato da Valverde, un guardarsi e riguardarsi tra gli uomini di classifica. Pogacar correva, gestiva e correva. Ai 4 km Pernsteiner è ripartito, stavolta è riuscito a prendere un minimo vantaggio, poi ai 3.5 Valverde ha assestato una botta, chiamando la risposta di Roglic e Majka. López? In apnea, staccato, ancor più indietro di Quintana e Soler.

Ai 2500 metri il terzetto Valverde-Roglic-Majka ha raggiunto Pernsteiner, Don Alejandro ha dato mostra di voler insistere nel suo affondo, ma a Pogacar ormai non si rosicchiava più niente. L’importante per l’iridato era comunque di mettere al sicuro il secondo posto, tenendo cristallizzato il distacco dallo slovenino su quel minuto e mezzo abbondante. Impresa possibile, questa. E riuscita.

 

Tadej risale al terzo posto, Roglic va a vincere la Vuelta
All’arrivo un incredulo Tadej Pogacar è giunto felice e contento, e pronto a contare col suo staff in delirio il tempo che l’avrebbe separato dagli inseguitori: a 1’32” sono arrivati Valverde, Majka e Pernsteiner, in quest’ordine; Roglic, con loro fino a 100 metri dalla linea, ha mollato un po’ sulla volata, chiudendo a 1’41”, comunque pienamente in controllo. A 1’49” Higuita e Dylan Teuns (Bahrain) hanno anticipato Quintana, ottavo a 1’56”, e un terzetto a 1’59” con Mikel Nieve (Mitchelton-Scott), Kelderman e un appassito López.

La classifica generale si chiuderà con Primoz Roglic al primo posto e con distacchi destinati a non cambiare più: 2’33” su Valverde, 2’55” su Pogacar, 3’46” su Quintana, quarto a 3’46”, 4’48” su López; e ancora, 7’33” su Majka, 10’04” su Kelderman, 12’54” su Hagen, 22’27” su Soler, 22’34” su Nieve che acchiappa la top ten all’ultima occasione utile. Knox scivola all’undicesimo posto a 22’55”, Teuns risale al dodicesimo a 24’06”. Nei 20 anche Fuglsang, Higuita, Pernsteiner, Ion Izagirre (Astana), Guerreiro, Edet, Esteban Chaves (Mitchelton) e Geoghegan Hart, che proprio in dirittura supera Kilian Frankiny (Groupama) per il ventesimo posto. Così finiranno le cose; Roglic si prenderà anche la classifica a punti, David Bouchard (AG2R La Mondiale) nettamente conquista quella dei Gpm, Pogacar è il miglior giovane, e la Movistar come al solito fa sua la classifica a squadre.

Domani la Vuelta a España 2019 si concluderà con la classica passerella finale: partenza da Fuenlabrada, approdo a Madrid dopo 51 km e circuito cittadino di circa 6 km da ripetere 9 volte, per un totale di 106.6 km di una tappa destinata al volatone. Frazione serale, arrivo previsto per le 20 (minuto più, minuto meno), poi grande festa con le premiazioni prima del definitivo rompete le righe.

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