La locandina de La Petite Reine
La locandina de La Petite Reine

Cicloproiezioni: La Petite Reine

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, ventiduesima puntata: ispirata da una storia vera, una pellicola canadese sui mali del ciclismo

Una strada deserta, la natura sconfinata ai lati, il rumore delle ruote che scorrono sull’asfalto, l’ombra di un sole basso che ci dice alba o tramonto, la figura solitaria del ciclista che pedala nella metafora del viaggio interiore, alla ricerca di risposte, mentre parte una musica leggera e dolce che accompagna i titoli di testa. Lo riconosciamo perfettamente, è il classico inizio dei film di ciclismo che raccontano parabole agonistiche dolorose. In questo caso si tratta di La Petite Reine, pellicola canadese e francofona del 2014, diretta da Alexis Durand-Brault.

Il titolo è un gioco di parole, riferendosi alla “piccola regina” che in francese è un soprannome della bicicletta, e allo stesso tempo alla minuta campionessa protagonista del film, Julie Arseneau (interpretata da Laurence Leboeuf). Se la scena iniziale rimane indefinita come collocazione logistica e temporale, subito la narrazione ci porta a Phoenix, in Arizona, dove Julie si allena insieme al suo preparatore e direttore sportivo JP. Certo, mentre lei si aggira per la stanza in mutandine lui le sfiora le chiappe con nonchalance, quindi preparatore e direttore sportivo e forse qualcos’altro.

In ogni caso la regia decide di farci capire che, qualsiasi torbida questione sentimentale o sessuale possa immaginarsi all’orizzonte, questo è niente rispetto alla normalità delle pratiche dopanti cui un ciclista si deve sottoporre. Il film praticamente non è nemmeno iniziato che già Julie prende delle pillole e si fa una iniezione nella pancia, il tutto mentre parla tranquillamente al telefono con la madre, a confermare che sì, per lei doparsi è una pratica ordinaria come per altri bersi una bibita (bibita che lei comunque non può bere perché segue una dieta rigidissima).

La storia raccontata in La Petite Reine si ispira a quella della canadese Geneviève Jeanson, campionessa mondiale junior e poi vincitrice di varie prove di Coppa del Mondo fra le élite, prima che una positività mettesse di fatto fine alla sua carriera. Non sappiamo quanto ci sia di reale e quanto di inventato nel film (però le uniche gare mostrate nella pellicola la Jeanson le vinse davvero), intanto possiamo vedere la nostra Julie nascondere flaconcini di medicinali nel telaio della bici.

Ma fermi tutti! Suonano al citofono! La routine delle sostanze proibite si interrompe, lasciamo spazio al panico. “Chi è?”. Eh, lo sappiamo noi chi è. Nella storia, più modestamente, è l’agenzia antidoping. Julie subito si mette a fare decine di piegamenti a terra (avrà i suoi buoni motivi, anche noi a volte li facciamo per scaricare la tensione), poi per sua fortuna arriva JP con la più scientificamente testata soluzione fisiologica per diluire il sangue. La nostra protagonista intanto appare terrorizzata dagli eventi come fosse un’adolescente che deve sfuggire al killer in un film dell’orrore.

JP, uomo di mondo, conosce tutte le tecniche più sofisticate e all’avanguardia per buggerare i controllori, come ad esempio fare finta di dimenticare di aprire il portone condominiale, per poi correre a bloccare l’ascensore premendo i pulsanti di tutti i piani. Alla fine comunque l’ispettore antidoping (uno con la tipica faccia di chi si farà fregare sempre) arriva a destinazione. JP guadagna qualche altro minuto dicendo che Julie è sotto la doccia, intanto che lei in bagno cerca di spremere il più velocemente possibile la fisiologica. Nonostante il trambusto e il terrore, la nostra si presenta in apparenza rilassata e fresca come una rosa per il prelievo.

Meno male, pericolo scampato, così ce ne possiamo tornare a Montreal dove tutti la amano e le vogliono bene. Lì Julie viene vista come un esempio positivo, la invitano a parlare nelle scuole, le televisioni locali la intervistano, le consegnano dei premi, mentre il suo manager la scarrozza in giro per la città. Inoltre i suoi genitori hanno una bella casa tappezzata di sue foto, di coppe e di medaglie, e ad esempio in questo momento stanno discutendo di come valorizzare in salotto i nuovi trofei portati dalla figlia. E dunque sì, forse tutto questo mette addosso una certa pressione alla nostra protagonista.

Ma la vita di un ciclista professionista non permette troppi momenti di relax. Certo, puoi stare a discutere su quale mensola sistemare la nuova coppa o crogiolarti nei flash dei fotografi, ma alla fine della fiera devi comunque tornartene in camera tua a smontare la bici, per recuperare da dentro il telaio i flaconcini di Epo importati illegalmente dagli Stati Uniti. E dopo, senza farti notare dai tuoi, nasconderli in uno scomparto segreto ricavato nel frigo.

Sbrigata l’incombenza, Julie può andare a casa di JP, nel cui garage si allena sui rulli. Nel frattempo lui le prepara frullati, estratti e altri poco invitanti bibitoni proteici, che sono all’incirca l’intera piramide alimentare della nostra atleta. Nel frattempo torna a casa dal lavoro anche la moglie di JP, che bacia il marito con trasporto, mentre Julie li osserva contrariata. L’uomo si dimostra presto come il classico cialtrone che punta a tenere il piede in due scarpe, e in sostanza si continua ad accennare a questa sottotrama romance (mai sviluppata appieno dalla pellicola) perché in fondo la carne è debole e non si può vivere di solo doping.

Appunto, il doping. Sono passati cinque minuti senza parlarne e ci stavamo un po’ preoccupando. Per fortuna interviene in nostro soccorso la federazione canadese a comunicare a Julie che i suoi test sono anomali. Niente di irregolare sia chiaro, però per la sua salute… Lei spiega che per le questioni mediche si fa seguire da un dottore di fiducia, che però risulta essere iscritto all’albo come ortopedico. Che strano, eh? In ogni caso si finisce con un nulla di fatto, e a distrarre la nostra protagonista dalle nubi che si stanno addensando sulla sua testa arriva la presentazione del Team Vita, la squadra di Julie.

Siamo infatti alla vigilia della prova di Coppa del Mondo in terra canadese. Tutte le televisioni e i giornali vogliono intervistare la campionessa di casa, è lei la favorita della gara. “Mia figlia, il mio orgoglio”, le dice il padre prima della partenza, aggiungendo pressione dove proprio non ce ne sarebbe bisogno. In questa sequenza notiamo poi come il budget a disposizione di La Petite Reine probabilmente non era molto alto, perché le scene di corsa ricostruite sono ridotte all’osso e ci si arrangia alla meno peggio: primi piani intervallati da voci fuori campo dello speaker, flashback con JP che illustra la tattica da seguire, immagini del gruppo riprese da sopra le nuvole (presumibilmente girate durante la prova World Tour di Montreal), mentre nei rari momenti in cui l’inquadratura si allarga le ragazze in gara appaiono appena una manciata.

Concentriamoci però sulla gara. A impensierire Julie sono una belga, un’americana e le sue stesse compagne. Quelle serpi sono capaci di inserirsi in una fuga per togliere alla nostra protagonista la possibilità di un successo prestigioso. Come se non bastasse nei chilometri finali si aggiunge pure un salto di catena, ma Julie sta gareggiando davanti ai suoi genitori, ai suoi amici, al suo manager, al suo ortopedico, come può dare loro una delusione? E infatti, a dispetto di tutte le vicissitudini, vince.

Mentre una chaperon la scorta in bagno per l’antidoping, persino il tipo dell’agenzia nazionale si congratula con lei, pur facendole capire che la tengono d’occhio. Ma intanto la prova di Coppa del Mondo è in saccoccia e si può dare il via ai festeggiamenti, peraltro modesti, trattandosi di un buffet con le compagne di squadra nel giardino sul retro di casa dei genitori. Parenti, amici e compagne stappano lo champagne mentre Julie può bere solo il suo bibitone di frutta e maltodestrine.

Insomma, una vitaccia. E non stupisce che la nostra appaia triste nonostante il fresco successo. Se non altro, trovandosi a casa dei genitori, non è costretta a far finta di essere allegra e può tornarsene in camera sua a nascondere la testa sotto il cuscino. Dal giardino le arrivano le risate delle compagne che si tuffano in piscina, mentre a lei viene da piangere. Per fortuna arriva JP a consolarla. È un’attività compresa fra quelle del bravo allenatore, no?

Si cerca di distrarsi e sfruttare il momento. Il manager porta Julie in giro per interviste, premi, conferenze, cene di gala. Ma il successo è effimero, bisogna subito mettersi al lavoro perché c’è una nuova gara da preparare, e come farlo al meglio se non testando nuovi prodotti dopanti? Così JP e il famoso ortopedico la accompagnano in un magazzino quantomeno ambiguo a provare i mirabolanti effetti della camera ipossica.

Eppure non si fa in tempo a investire questa manciata di migliaia di dollari nel prodotto, perché arriva la notizia che le analisi di Julie hanno mostrato un risultato avverso, come si dice in terminologia tecnica. All’ortopedico sembra stia per venire un infarto da un momento all’altro, ma questo non gli impedisce di produrre una ricetta retrodatata a coprire la positività. Intanto Julie e JP, timorosi di essere presi con le mani nella marmellata, prendono tutte le dosi nascoste nel frigo e le distruggono in un tombino lungo la strada.

La notizia dei problemi nelle analisi raggiunge comunque i giornalisti, e così Julie e il suo manager sono costretti a convocare la classica conferenza stampa riparatoria, come d’uso in queste circostanze: io non ho mai fatto uso, non ho mai cercato, non ho mai visto, è stato solo un incidente, sono tranquilla con la mia coscienza, ho spiegato tutto alla federazione, si risolverà tutto in una bolla di sapone. Naturalmente ostentando tranquillità e negando sempre, le regole auree di questo crocevia.

Eppure non si risolve tutto subito come sperato dal team della ragazza, tanto che la federazione canadese le ritira la licenza. “Ma come?” protesta Julie, “devo correre l’ultima prova di Coppa del Mondo!”. Così lei e JP partono di nuovo alla volta di Phoenix, dove per ottenere un’analoga licenza basta giusto pagare e attendere una settimana per le procedure burocratiche (sì, in questo film gli Stati Uniti vengono rappresentati come un paese parecchio permissivo sotto questo punto di vista). Nell’attesa delle pratiche si va ad allenarsi in zone desertiche. A JP sembra che Julie non si impegni a fondo, così per spronarla la tampona con la macchina. Lei protesta per questi metodi evidentemente d’altri tempi, e in tutta risposta l’allenatore l’abbandona in mezzo al nulla.

Ma i dissidi si ricompongono presto, ci sono ancora un sacco di pratiche dopanti e relativi effetti collaterali da sperimentare e non ce li possiamo perdere per un bisticcio. Senza contare che l’agognata licenza è arrivata e così possiamo trasferirci tutti in Belgio per la prova finale della Coppa del Mondo. La gara in questione è la Freccia Vallone e infatti si esce in allenamento per testare il Muro di Huy.

Le varie vicende portate avanti dal film a dire la verità sono piuttosto banali e scontate: una mezza relazione clandestina, l’invidia e la rivalità fra le compagne di squadra (che, per dire, frugano di nascosto nei beauty case delle colleghe per sapere quali sostanze assume una piuttosto che l’altra), la pressione di genitori e ambiente. Ma tutto è appena accennato e superficiale, visto che la maggior parte del tempo è dedicato all’esposizione universale delle pratiche proibite. Solo che pure il doping alla lunga finisce per diventare noioso, e l’entusiasmo dello spettatore ormai è più o meno pari a quello di Julie mentre copula con il suo allenatore.

Sarà probabilmente questa ripetitività narrativa a influire sull’umore dei personaggi, che scazzano e si dopano, poi la mattina escono per l’allenamento e nel pomeriggio di nuovo scazzo e doping, e il giorno dopo si ricomincia uguale. Julie non può nemmeno arrabbiarsi con JP per motivi personali che subito è costretta a riappacificarsi perché solo da alleati possono battere il malvagio sistema antidoping. È chiaro che alla fine è facile perdere la testa, e basta la battuta di una compagna sulla relazione speciale con l’allenatore per finire a fare a botte al ristorante.

Per fortuna arriva il giorno della corsa, perché né Julie né noi spettatori potevamo reggere più molto al regime claustrofobico di una storia così piatta. Come già segnalato in precedenza, si nota la relativa ristrettezza di mezzi osservando lo scarso plotone allineato alla partenza, non più di venti cicliste in tenuta da gara, più qualche comparsa. Anche in questa occasione rivedremo lungo la strada inquadrature di un gruppo assai più numeroso, però con riprese effettuate dalla stratosfera (immaginiamo durante la vera Freccia Vallone) per non far distinguere nemmeno le maglie.

La corsa è pimpante e Julie, non potendone più di ascoltare le indicazioni di JP, si toglie l’auricolare e lo getta via. Mentre scorrono i chilometri lei ripensa al confronto avuto con l’allenatore circa i rispettivi sentimenti (proprio quello che ci vuole prima di una gara decisiva), e poi si allea con la campionessa belga per riportarsi insieme a lei sulla sua compagna di squadra in fuga. Come in qualsiasi film di ciclismo agonistico, gli ultimi duecento metri del muro di Huy risultano lunghi come chilometri. Julie, la belga, la solita americana, la compagna di squadra con cui aveva fatto a botte, sono loro quattro a contendersi il successo. Ma la nostra scorge i suoi genitori dietro le transenne e questa immagine patetica le dà la forza per lo sprint decisivo e vincente.

Superato il traguardo Julie scoppia a piangere. Poco dopo, al brindisi con la squadra, al suo manager arriva la notizia della positività più veloce del mondo. Scopriamo che appena prima della gara, non sappiamo se per insicurezza o per voglia di chiudere con tutto perché estenuata, Julie si era iniettata dell’Epo pur sapendo che sarebbe stata certamente rilevata ai test dopo la corsa. La ragazza si scusa con tutti ed esce dalla sala, senza però apparire dispiaciuta.

Stacco. È passato del tempo e la ritroviamo in California. Qui non la conosce nessuno, va in spiaggia serena e poi al lavoro, pulisce le verdure nella cucina di un ristorante. In pratica un’ora e quarantotto minuti di film per dire che il doping è brutto.

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