Da sinistra: Matteo Trentin, Mads Pedersen, Stefan Küng © CyclingTips
Da sinistra: Matteo Trentin, Mads Pedersen, Stefan Küng © CyclingTips

This Is a Mads World…

Mads Pedersen caccia l’urlo in gola ai tifosi italiani al mondiale di Harrogate: Matteo Trentin secondo dopo una bellissima azione con Moscon. La pioggia fattore decisivo di una gara ad eliminazione

7 giorni fa, siamo a Isbergues, Nord della Francia. Piove. Il Gp d’Isbergues è una delle tante classiche che popolano il calendario francese, ma ci sono anche formazioni World Tour al via, come Katusha, Dimension Data, Trek-Segafredo. Nella Trek, in particolare, c’è gente che affina la condizione in vista del mondiale: John Degenkolb, qui ha pure vinto nel 2012. Ma non è il solo. In atto vi è una normale fuga. Su di essa, tutto solo, all’incirca a 60 km dall’arrivo, si riporta Mads Pedersen, 2° al Giro delle Fiandre 2018, finora autore di una stagione completamente anonima. Negli ultimi giri del circuito finale, Pedersen stacca i compagni di fuga e arriva tutto solo, anticipando di 40” il gruppo regolato proprio da Degenkolb.
Oggi lo sappiamo, quelle erano le prove generali. Mads Pedersen, classe 1995, ha ripetuto quell’azione nel mondiale di Harrogate, con ben altri attori. E anche stavolta ha vinto, facendo piangere di gioia il più grande uomo da classiche della storia del ciclismo danese, Rolf Sørensen, che seguiva la corsa come commentatore tecnico della televisione danese: neanche lui era riuscito a regalare allo staterello scandinavo un titolo di campione del mondo, impresa riuscita a un corridore di appena 23 anni, uno dei tanti predestinati del vivaio nazionale (fu argento, dietro Van Der Poel, nel mondiale juniores di Firenze 2012), che però a differenza degli altri non si è perso. Pedersen è il più giovane vincitore da 20 anni a questa parte (un ancor più imprevedibile exploit: Oscar Freire a Verona 1999), ennesimo squillo di una generazione terribile che in questa stagione sta vincendo quanto e più della vecchia guardia.
Un vincitore non banale, di una mondiale che di banale non ha avuto niente. Dalla fuga iniziale, dove c’erano non uno, non due, ben 3 vincitori di grandi giri, all’azione finale, con la crisi di Mathieu Van Der Poel quando sembrava lanciato verso il tanto profetizzato titolo, e che sembrava aprire la strada a un desiderato quanto inatteso oro italiano di Matteo Trentin. Nel mezzo, un’interminabile giornata di pioggia, che ha reso quello di Harrogate uno dei mondiali più duri della storia moderna del ciclismo, con soli 46 corridori all’arrivo: non erano così pochi da Duitama 1995, quando appena in 20 terminarono la prova colombiana. Ma la giornata ricorda più Oslo 1993: anche allora, nella sorpresa generale, la spuntò un ragazzino dal sicuro avvenire, tale Lance Armstrong.

Tratto in linea tagliato, nella fuga Quintana, Roglic e Carapaz
È stata una settimana mondiale difficile a livello metereologico per lo Yorkshire, e l’ultima giornata risulta peraltro la più difficile di tutte, tra le mille difficoltà legate al maltempo (il permesso di volare per un solo elicottero, con conseguente black-out di un’ora per il rifornimento, l’area tifosi impraticabile). L’organizzazione vuole evitare un’altra situazione simile alla cronometro under 23, ed  è costretta a tagliare la parte più tecnica del tracciato in linea, che prevedeva le salite di Buttertubs e Grinton Moor, per un totale di 50 chilometri, che compensa con 2 giri in più del circuito finale per giungere a 261 chilometri di distanza. Un taglio che cambia radicalmente la lettura tattica della gara, nullificando di fatto il tratto in linea, per chi prevedeva di spaccare la corsa prima come successo tra gli under 23.
La partenza sarà comunque scoppiettante: non sono banali i nomi di coloro che vogliono rendersi protagonisti della prima azione di giornata. Il primo è Daniel Martin, accompagnato da Primoz Roglic, poi tra i vari comprimari compaiono anche i nomi di Daniel Martinez e Jan Polanc. Lo sloveno in particolare si rende protagonista di un’azione dopo 20 km, accompagnato da Richard Carapaz (Ecuador), Jonas Koch (Germania) ed Eduard Grosu (Romania). Seguono dal gruppo, ancora Primoz Roglic, spalleggiato nientepocodimenochè da Nairo Quintana (Colombia), e altri bei nomi, quali Petr Vakoc (Repubblica Ceca), Maciej Bodnar (Polonia), Silvan Dillier (Svizzera, Magnus Cort Nielsen (Danimarca), e anche Alex Howes (Stati Uniti), Hugo Houle (Canada). Un totale di 12 effettivi, che cumula 2 Giri d’Italia e 2 Vuelta: diciamo la verità, abbiamo visto fughe ben peggiori.

 Più brividi che sussulti nella parte in linea
La fuga verrà tenuta abbastanza sotto controllo, specialmente da un uomo in particolare, Rohan Dennis (Australia), che oggi festeggia anche la rescissione dal team Bahrain. Il vantaggio sale prima sui 2’30”, si stabilizza mentre la corsa affronta l’unica salita lunga di giornata, quella di Cray (dove il gruppo si ritrova comunque ad affrontare uno dei temuti guadi), per poi tornare a salire fino a raggiungere un picco di 4’30” a 170 km dal termine. La pioggia battente e il freddo si fanno sentire, e arrivano già i primi ritiri al rifornimento: da segnalare tra gli altri Ivan Garcia Cortina (sconfitto da r problemi intestinali), possibile outsider di una Spagna oggi spuntata, e la medaglia di legno della cronometro Patrick Bevin (Nuova Zelanda). Poche e poco rovinose le cadute: l’unico a dover abbandonare a causa di un incidente sarà il polacco Lukasz Owsian. Non ci sono gli attesi ventagli: troppo poco il vento, e troppa la distanza dal traguardo per tentare chissaché.

Una caduta mette fuori gioco Gilbert ed Evenepoel
L’unica caduta importante per la giornata si registra praticamente all’ingresso del circuito di Harrogate, quando alcuni corridori si incastrano all’ingresso del circuito finale: ad avere la peggio è Philippe Gilbert, ma finiscono per terra anche Nikias Arndt (Germania), Sebastian Langeveld (Olanda), Krists Neilands (Lettonia), Shane Archbold (Nuova Zelanda), Julien Bernard (Francia) e altri. Visto il capitano in difficoltà, Remco Evenepoel lo aspetta, nonostante Gilbert gli faccia segno di andare avanti. Un brutto momento, perché la corsa nel frattempo sta entrando nel vivo e formazioni come Francia e Danimarca mettono in testa i loro gregari per fare la corsa dura, tant’è che la fuga viene riassorbita presto, nel corso del primo giro. Un primo giro all’inseguimento, con Evenepoel e Declercq a tutta, che passano sotto il traguardo a 20”; ma i belgi e gli inseguitori, nel corso del secondo giro, devono alzare bandiera bianca, con la beffa dei compagni, non si sa quanto inconsapevoli, guidati da Greg Van Avermaet che si mettono a fare il ritmo in testa a Oak Beck Street. Fine dei giochi per uno dei grandi favoriti, e primo mondiale segnato da un bel gesto di generosità per la next big thing del ciclismo.

Una corsa ad eliminazione: fioccano i ritiri
Nei primi 4 giri del circuito non ci saranno altre azioni, complice il ritmo alto imposto dalla Francia (gran prova di Remi Cavagna) e anche dall’Italia, che usa in questa fase Giovanni Visconti. È selezione da dietro, non avvengono attacchi ma ad ogni giro il gruppo si assottiglia sempre di più: basta una caduta, o un problema meccanico, per terminare il mondiale. Ne sa qualcosa Diego Ulissi, che termina il mondiale rompendo il cambio su Oak Beak Street a 90 dall’arrivo. Quando arriva ai box è in ottima compagnia: si ferma il campione in carica Alejandro Valverde, e poi anche Matej Mohoric, Daryl Impey, Sam Bennett e più tardi anche Alexey Lutsenko, temutissimo dopo le recenti prove italiane. L’italia resta in 5 uomini, con Salvatore Puccio e Visconti che alzano bandiera bianca.

Craddock rompe il ghiaccio, poi arrivano Küng, Pedersen e Moscon
A 67 km al termine la corsa torna a essere dinamica, con un’azione di Lawson Craddock (Stati Uniti) su Otley Road: lo aggancia subito Stefan Küng (Svizzera), andando a formare un tandem che presto raggiunge un vantaggio di 45”. Nel sesto giro, dopo alcune schermaglie nello stetto tratto, è sulla salita di Oak Beck che si produce l’importante accelerazione di Mads Pedersen: mancano 47 km all’arrivo quando il danese va via, togliendosi letteralmente di ruota lo stopper dell’Olanda, Mike Teunissen, e riportandosi su Küng mentre Craddock si spegne. Sul falso piano si vede anche il primo azzurro a mettere il naso fuori dal gruppo, ossia Gianni Moscon che va in caccia. Quando mancano 3 giri all’arrivo, Teunissen riesce a rientrare, Moscon poco dopo, si forma quindi un quartetto (Pedersen, Küng, Moscon, Teunissen) molto interessante, che costringe un Belgio incredibilmente passivo a sacrificare Oliver Naesen al comando del gruppo.

Van Der Poel e Trentin devastanti su Oak Beck
Il quartetto arriva a sfiorare i 30” di vantaggio: dal gruppo tenta una reazione Nils Politt (Germania), ma non ha vita facile. È su Oak Beck che la corsa prenderà la piega definitiva, grazie all’uomo che tutti aspettavano: staccatosi Teunissen, Mathieu Van Der Poel accelera in maniera prepotente. Il migliore a reagire è Matteo Trentin, il quale non solo riesce a mettersi in scia del campione olandese, ma persino a rilanciare, riuscendo ad eseguire lo “strappo” dal gruppo al quale sopravvive solo il colombiano Daniel Martinez, che era leggermente in avanscoperta. Nel giro di poco, i 3 di testa vengono raggiunti da Van Der Poel e Trentin (mentre Martinez, complice forse un’incertezza, si stacca) ai -31, andando a comporre un quintetto con ben 2 italiani nel quale tutti collaborano alacremente. In discesa Toms Skujins (Lettonia), Carlos Betancur (Colombia) e Gorka Izaguirre (Spagna) si sganciano per cercare di rientrare, ma è troppo tardi, e si esauriranno nel corso del penultimo giro. Il gruppo inseguitore è ridotto ormai a 30 unità, la Germania tira con la forza della disperazione per Degenkolb, ma è troppo tardi: la corsa si fa davanti.

Colpo di scena 1: La crisi di Van Der Poel
Nel gruppo di testa quello più in difficoltà sembra Gianni Moscon; difatti il trentino della Val di Non comincia a perdere terreno sul penultimo passaggio ad Oak Beck. Ma Moscon è un corridore caparbio, e riuscirà comunque a rientrare poco dopo. Il vantaggio è ormai salito a 50”, ed il Belgio le tenta tutte, tra un Dylan Teuns rintuzzato da Bettiol e un Yves Lampaert che tira alla morte. Nell’ultimo giro, un colpo di scena assolutamente inatteso scompiglia completamente le carte: Van Der Poel va in crisi di fame, netta, irrimediabile, su Otley Road. Per gli azzurri è un ottima notizia: a questo punto Matteo Trentin è il favorito numero 1 per il successo, più forte in volata da Pedersen e Küng, e da meno tempo allo scoperto, con un gregario a disposizione. L’oro che manca da Varese 2006 sembra ormai ad un passo.

Colpo di scena 2: Pedersen batte Trentin
Nell’ultimo passaggio ad Oak Beck quello che si danna più l’anima è Küng: meno veloce del lotto, ha la medaglia come obiettivo principale. Moscon si stacca di nuovo, stavolta definitivamente, ma Trentin cerca di mantenere bassa l’andatura sperando un rientro. Col senno di poi, si rivelerà un errore: difatti Pedersen è in difficoltà in questa fase, ma riuscirà a rimanere attaccato e a risparmiarsi. Si arriva alla volata finale: Matteo Trentin la lancia ai 200 metri netti, ma Mads Pedersen lo passa letteralmente a doppia velocità, facendo emozionare i tifosi danesi e cacciando l’urlo in gola a quelli italiani, che avevano decisamente sottovalutato la velocità di un atleta anch’egli capace di vincere volate di gruppo. Küng bronzo a 2”, Moscon arriva quarto a 17”. Il quinto posto se lo aggiudica Peter Sagan, autore di una tardivissima azione su Oak Beck nell’ultimo giro: arriva a 43” in compagnia dello stopper Michael Valgren (Danimarca). Ciò che resta del gruppo arriva ad 1’10”, con la volata per il settimo posto vinta da Alexander Kristoff (Norvegia), nelle condizioni a lui più congeniali, sorpassando all’ultimo Greg Van Avermaet (Belgio), poi Gorka Izagirre (Spagna), Rui Costa (Portogallo). Sonny Colbrelli, autore di una buona prova sempre nelle prime posizioni, è undicesimo, superando Jakob Fuglsang (Danimarca) ripreso al traguardo, Zdenek Stybar (Rep.Ceca), Betancur, Ion Izagirre, Ahmund Grondahal Jansen (Norvegia) e l’ancora una volta stupefacente Tadej Pogacar: 18esimo ad appena 20 anni in un mondiale durissimo. All’arrivo, degli italiani, anche un bravo Alberto Bettiol, 25esimo ad 1’57” affiancando Michael Matthews.

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