Bauke Mollema a braccia alzate al Lombardia © LaPresse
Bauke Mollema a braccia alzate al Lombardia © LaPresse

Il giorno dell’apoteosi di Bauke Mollema

L’olandese vince un Lombardia “deitalianizzato”: nessun azzurro nei 10, il migliore è Visconti 17esimo. Un’altra piazza d’onore per Valverde

Da oggi c’è un né-carne-né-pesce di meno nel mondo del ciclismo professionistico: Bauke Mollema. Uomo da grandi giri ma non troppo, un terzo alla Vuelta 2011 (ma era quarto fino a poco fa, fino all’escissione del mitico Juanjo Cobo), un quinto al Giro quest’anno, un sesto al Tour sei anni fa; uomo da classiche dure, anche, ma il piatto piangeva, un paio di top ten alla Liegi, una al Lombardia, presenze mondiali sempre un passo dietro a quelli più forti, insomma la storia di un incompiuto, o meglio di uno che più di così non aveva potuto. La Clásica di San Sebastián 2016 come highlight di una carriera con qualche se e qualche ma, pochi successi (12 prima d’oggi), un paio di affermazioni di tappa tra Vuelta e Tour, non il tipico palmarès che ti fa tremare i polsi.

E non è che stasera la cosa cambi in maniera radicale, però cambia, sì. Perché un conto è non averlo; un conto è avercelo, un Lombardia, tra le cose belle che ti porti dietro sotto al titoletto “realizzazioni”. Per il ciclismo, è il massimo che Bauke ha ottenuto in 12 anni da professionista. Simpatico come tutti quelli che vincono poco, e di cui ci si ricorda magari più per qualche rovescio che per qualche successo, in questo finale di 2019 Mollema ha messo a frutto il buon periodo generale della sua Trek-Segafredo (anche oggi protagonista a più riprese, con Skujins e poi Ciccone prima che partisse l’olandese sul Civiglio); soprattutto è andato a riscuotere un po’ di quella montagna di crediti che si accumulano pedalando e pedalando, onestamente e indefessamente, per una carriera intera. Completando una stagione che comunque resta tra le sue migliori, con il quinto posto al Giro a far da brillante corollario a questa prima Monumento conquistata (primo olandese da Hennie Kuiper 1981, tra l’altro).

A volte si è il più forte in corsa, e non basta per vincere; altre volte si è uno del gruppetto buono, però le cose si mettono in una maniera perfetta, e si cava il famoso ragno dal buco. Oggi era il giorno giusto per Bauke, e perbacco aggiungiamo, ci va bene così. Altri tra quelli in lizza hanno già vinto, quest’anno o in passato, oppure vinceranno in futuro, ma a volte è bello che a imporsi sia quel ragazzone che in classe sta un po’ in disparte, lo vedi perché è alto ma magari lo senti poco perché parla col limitatore di potenza incorporato, c’è e non c’è, nelle foto di gruppo tra 20 anni qualcuno dirà “chi era questo qui, aspetta aspetta, mannaggia ora mi sfugge il nome!”, ma a ben pensarci tutti gli volevano almeno un po’ di bene, e tutti trovavano in lui qualcosa da apprezzare.

 

Masnada tra i fuggitivi, Jungels illude i suoi tifosi
La partenza del Lombardia 2019 è stata velocissima, prima ora a 47 km/h e fuga che si è messa in moto con otto uomini non malvagi, anzi. Qualità media molto alta si ravvisava tra Fausto Masnada (Androni-Sidermec), Rémi Cavagna (Deceuninck-Quick Step), Davide Ballerini (Astana), Cesare Benedetti (Bora-Hansgrohe), Toms Skujins (Trek-Segafredo), Marco Marcato (UAE Emirates), Enrico Barbin (Bardiani-CSF) e Petr Rikunov (Gazprom-RusVélo). 5’50” il vantaggio massimo al km 60 (sui 243 totali), poi il lavoro congiunto di Movistar, Ineos, Jumbo-Visma ha decurtato questo margine, e la fuga ha cominciato via via a perdere pezzi, via Rikunov ai -100, via Ballerini ai -80, via Barbin poco dopo, via Marcato e Benedetti a inizio Ghisallo, quando Skujins si è messo a forzare. A quel punto il vantaggio sul gruppo era sceso a 2’30”.

Masnada ha sofferto al principio della salita simbolo del Lombardia, poi si è rifatto sotto e ha rilanciato, mettendo a sua volta in difficoltà Skujins, mentre Cavagna saltava ai -70. Ai -65 Giovanni Carboni (Bardiani) ha aperto le ostilità in gruppo, Bob Jungels (Deceuninck) l’ha seguito e saltato, isolandosi all’inseguimento dei battistrada. Diciamo “dei” perché ai -61, discesa post-Ghisallo, Skujins ha riacchiappato Masnada.

La salita successiva, la Colma di Sormano culminante nel Muro omonimo. Jungels ha ripreso il compagno Cavagna che gli ha fatto una trenatina, poi il campione di Lussemburgo ha proseguito da solo, prendendo via via i vari fuggitivi della prima ora, e raggiungendo infine Skujins il quale, proprio lungo la Colma, si era infine disfatto della compagnia di Masnada; ai -52, imbocco del Muro, il margine di Bob&Toms ammontava a 40″ su un gruppo in cui già sulla Colma c’era stato qualche sommovimento minore, di gente che provava a evadere dal controllo degli Ineos, al lavoro in tutta questa fase centrale.

 

Ciccone si dà da fare e poi tocca ai big
Mentre sul Muro di Sormano Jungels confermava che – dopo le pietre di marzo-aprile – il 2019 non era proprio la sua annata, e perdeva le ruote di Skujins, dal gruppo (-52) usciva forte Rafal Majka (Bora), e quello era il segnale del tappo saltato. Iván Sosa (Ineos), Roger Latour (AG2R La Mondiale) e uno dei favoritissimi, Michael Woods (EF Education First), saltavano sul polacco, e poi altre emersioni dal plotone, Giulio Ciccone (Trek) con Rubén Fernández (Movistar), poi Sepp Kuss (Jumbo); le classiche seconde linee – a parte Woods e se vogliamo Latour – che aprono la scena alla battaglia dei big.

A Kuss si è accodato Jakob Fuglsang (Astana), segno che i grandi della corsa non restavano a guardare, e in effetti le distanze erano molto ridotte tra contrattaccanti e gruppo, e la fila indiana di quest’ultimo si assottigliava di metro in metro, sulle durissime rampe del Muro; Jungels e quindi Skujins sono stati ripresi ai -51, e subito è partito Ciccone, pur senza riuscire a fare la differenza. Dal plotone è scattato David Gaudu (Groupama-FDJ), e poi pure Vincenzo Nibali (Bahrain-Merida), con Enric Mas (Deceuninck) a ruota, a illudere i tantissimi tifosi in merito alla fattibilità del clamoroso tris. Mentre Gaudu si riportava sul drappello Ciccone, Alejandro Valverde (Movistar) e Primoz Roglic (Jumbo) si muovevano in prima persona per chiudere la porta a Nibali.

Mas ci ha riprovato ancora dopo, e di nuovo Valverde ha annullato il tentativo; Ciccone, tra prima del Gpm e la discesa, ha attaccato svariate altre volte, seguito ora da Sosa ora da Fuglsang, ma la situazione è rimasta fluida, con un gruppo abbastanza nutrito (quaranta suppergiù) a rimettersi insieme, tanto che una volta tornati sul piano (-42) qualcuno ha provato ad agire d’anticipo rispetto a Civiglio e San Fermo della Battaglia per selezionare un drappello di minore entità: nella fattispecie, Fuglsang, che ha portato via una quindicina di uomini, e non li citiamo tutti perché poi ci sono stati tutta una serie di rientri per cui di fatto la situazione restava sostanzialmente immutata in vista dell’accoppiata finale di salite.

Ai -35 Tim Wellens (Lotto Soudal) ed Emanuel Buchmann (Bora), appena rientrati sul drappello, hanno proposto un contropiede che ha regalato loro una quindicina di chilometri di copertina, con un margine che ha lambito il mezzo minuto; ma non era ancora la coppia giusta. E il Civiglio avrebbe rimesso tutti al proprio posto.

 

Il Civiglio respinge Nibali e lancia Mollema
Il primo a essere respinto dalla penultima ascesa di giornata è stato, ahilui, Vincenzo Nibali. Incappato in una borracciata sulle ruote (qualcuno aveva perso il “bidoncino”, forse lui stesso) che per poco non lo faceva cadere, il siciliano si è ritrovato nelle retrovie, e ha provato a risalire presto posizioni salvo rendersi conto che non era cosa: luce spenta, gara destinata a essere terminata solo per onor di firma (nel vero senso della parola), al 55esimo posto, in un gruppone a poco più di 6′ dal vincitore. Lo Squalo da sei anni vinceva almeno un GT o una Monumento ogni anno, Giro 2013, Tour 2014, Lombardia 2015, Giro 2016, Lombardia 2017, Sanremo 2018. La striscia si interrompe e la mestizia del tempo che passa troppo veloce ci pervade.

La Movistar ha imposto subito un buon forcing e ai -20 Wellens, già staccato da Buchmann, è stato ripreso; il destino del tedesco sarebbe stato il medesimo, nel momento in cui, poco dopo, il propositivo Gaudu è partito forte e l’ha superato, restando per un attimo da solo al comando della corsa. Roglic in prima persona ha riportato diversi uomini sul francese, Woods, Mas, Fuglsang, Egan Bernal (Ineos), Jack Haig (Mitchelton-Scott), Latour e Majka; in seconda battuta altri rientri, e tra questi l’uomo che è poi scattato a 18.5 km dal traguardo: Bauke Mollema (Trek).

Non era il primo degli osservati speciali, l’olandese, per cui hanno lasciato fare. Latour si è prodotto in non meno di quattro allunghi, mentre Bauke era già via (20″ il suo margine al momento), ma a lui (al francese) non hanno dato via libera, se non proprio in cima al Civiglio. Alle spalle di PRL c’erano i big conclamati della corsa, Valverde, Roglic, Fuglsang, Bernal, Woods, Mas, Gaudu e Haig. Italiani assenti, e questo sarà un leitmotiv su cui avremo tempo di riflettere per tutta la stagione fredda.

In discesa, ai -15, Valverde ha piazzato un allungo sulla cui scaturigine è stato ripreso Latour, ma di fatto il gruppetto inseguitore di Mollema (che intanto si era arricchito di ulteriori rientri, da Adam Yates in giù) era troppo eterogeneo perché si trovasse un accordo, sicché Bauke non solo non veniva riavvicinato, ma allungava addirittura, volando a 47″ di vantaggio a 10 km dalla fine. Urgeva, tra quelli dietro, un break deciso e decisivo.

 

Roglic e poi Valverde provano l’inseguimento disperato
Quel break l’ha prodotto Primoz Roglic, l’uomo accreditato della forma migliore al momento: non (solo) da tifosi e addetti ai lavori, quanto proprio dai risultati, dati i freschi successi tra Emilia e Tre Valli. Lo sloveno si è mosso a 10 km dalla fine, sulla scorta di un precedente scattino di Rudy Molard (Groupama), e qualcuno ha sperato per lui che potesse abbattere il gap da Mollema, che per la verità pareva abbastanza inossidabile a quel punto della storia.

Primoz in effetti ha rimontato qualcosa, ha succhiato quindici secondi al battistrada, ma per farlo si è pure un po’ prosciugato, per cui sulle rampe del San Fermo della Battaglia ha dovuto subire il ritorno di Valverde e soci, che l’hanno riagguantato a 6 km dal traguardo (uno abbondante dalla vetta del SFDB). I soci erano Woods, Fuglsang e Bernal. Il gap da Mollema era sceso a mezzo minuto, ma tutto sommato pareva abbastanza gestibile dall’uomo solo al comando: chiunque firmerebbe per ritrovarsi con 30″ di vantaggio a 5 km dal traguardo di un Lombardia, diciamolo pure.

Con Haig che in questa fase faceva l’elastico sul gruppetto Valverde, e Gaudu e Mas saltati, l’ultimo vero tentativo di ribaltare il copione l’ha operato Bernal con un superscatto a 800 metri dalla vetta del San Fermo; l’azione del colombiano (che comunque non ha fatto il vuoto su Valverde, Fuglsang, Roglic e Woods) ha abbassato a 20″ il gap da Mollema, ma gira e rigira si riproponeva sempre il solito schema, con la mancanza di collaborazione tra gli inseguitori che certo non ambivano (i non spagnoli del drappello) a servire la volata su un piatto d’argento a Don Alejandro. Per cui il capitano della Movistar ha capito che doveva far da sé, e ai -5 è scattato a propria volta, provando l’impossibile in discesa. Ma non era più tempo di cose impossibili.

 

Prima Monumento per Mollema, nessun italiano nei 10
Mollema ha gestito ottimamente la picchiata su Como e i successivi due chilometri che lo separavano dal più importante trionfo in carriera. Il lungagnone di Groningen quasi non credeva ai propri occhi (e alle proprie gambe) e si è goduto fino in fondo il rettilineo finale, percorso praticamente in ascesi, braccia larghe, occhi chiusi, testa rivolta verso l’alto, immersione totale nell’apoteosi.

Dal canto suo Valverde ha subìto il ritorno di Bernal e poi pure di Fuglsang nel finale, e si è dovuto accontentare all’idea di un altro secondo posto al Lombardia, dopo quelli del 2013-2014. Ha avuto buon gioco nella volatina dei battuti, a 16″ dal vincitore, e ha preceduto Bernal (primo podio in una Monumento per il colombiano) e Fuglsang. A 34″ Woods ha chiuso con Haig e Roglic; top ten completata da Buchmann, Latour e Molard arrivati a 50″ con Gaudu, Majka, Mas e Sosa.

Primo degli italiani, Giovanni Visconti (Neri Sottoli-Selle Italia-KTM), 17esimo a 2’08”: è il peggior risultato per l’Italia nella storia della corsa. E il piazzamento basso fa il paio con l’altro dato statisticamente rilevante, ovvero il fatto che non ci siano stati azzurri nei primi 10 all’arrivo: in questo caso c’è un solo precedente e data 1990. Chissà se tra dodici mesi staremo ancora piangendo miseria o se riusciremo a raccontare una storia un po’ diversa.

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