Tom Dumoulin firma autografi ai bambini al Critérium du Dauphiné © ASO - Alex Broadway
Tom Dumoulin firma autografi ai bambini al Critérium du Dauphiné © ASO - Alex Broadway

Pagelle 2019 – Rimandati & Bocciati

In crisi tanti atleti da grandi giri: Quintana e Porte regrediti, Bardet, gli Yates e López deludenti, Dumoulin, Froome e Aru rotti. Un’annata da dimenticare anche per Sagan

Thibaut Pinot – 6
La tentazione di mandarlo a fare un lungo ritiro a Lourdes è alta. Per l’ennesima volta, Pinot deve rinunciare ad un ottimo risultato in una corsa a tappe per un malanno estemporaneo, una banalissima e totalmente accidentale botta al ginocchio nella terza settimana del Tour de France, che lo costringe a ritirarsi in lacrime dalla Saint Jean de Maurienne-Tignes. Un peccato, davvero: mai come quest’anno lo scalatore della Franca Contea si era presentato così competitivo alla Grande Boucle, degno addirittura di un successo finale. Pimpante abbastanza per star dietro ad Alaphilippe nell’attacco a Saint-Etienne, sarà l’unico a staccare di ruota il futuro vincitore Bernal nella Limoux-Foix, una delle frazioni più combattute in salita. La sua stagione finisce col Tour senza difendere il successo al Lombardia, speriamo trovi la forza di superare l’ennesima difficoltà della strada.

Greg Van Avermaet – 6
Gli anni passano e si fanno sentire per il campione olimpico, attorno al quale è stata costruita una squadra di onesti pedalatori come il CCC Team che però non è paragonabile alla qualità della BMC: la campagna del Nord finisce senza grandi sussulti ed una collezione di piazzamenti, ma non è protagonista nelle classiche maggiori. Anche al Tour de France è spesso tra i primi, ma senza essere mai in grado di fare la differenza, come ad esempio quando viene surclassato da Trentin nella fuga della tappa di Gap. Ma gli va dato atto di aver sempre lottato nei 79 giorni di gara disputati quest’anno: dopo aver tentato qualcosa nel BinckBank Tour, pur rimanendo fuori dall’azione più importante, riscatta l’onore al GP de Montréal, tornando a vincere una classica dopo due anni. Al Mondiale risulta ancora invisibile.

Nairo Quintana – 5.5
Mette un po’ di tristezza vedere quello che all’inizio degli anni ’10 doveva diventare il principe dei grandi giri sbattersi e barcamenarsi a giorni alterni nelle tappe di montagna per recuperare con le fughe quanto perso il giorno prima: purtroppo questa è diventata la tendenza da un paio d’anni a questa parte e sembra anche irreversibile. La stagione era partita anche abbastanza bene, con una Paris-Nice persa da Bernal solo a cronometro, sfuggendo ai ventagli con disinvoltura e anzi, facendosi protagonista anche delle trenate. Poi, un Delfinato un po’ più che anonimo faceva da sirena d’allarme per il Tour, dove sarebbe crollato di schianto sul Tourmalet. Situazione simile alla Vuelta, dove tra l’altro parte bene e si ritrova anche in maglia rossa al termine della prima settimana, ma paga dazio in maniera troppo pesante nella seconda settimana, tra cronometro e salite asturiane, finendo fuori dal podio all’ultima tappa. Fa specie considerando che, come nella passata stagione, più di una volta Quintana si sia reso protagonista anche di grandi giornate vincendo in entrambi i giri, con la fuga di Valloire al Tour e con lo spettacolare contropiede nella seconda tappa di Benidorm alla Vuelta, forse il Quintana più “passista” mai visto. Senza dimenticare il trappolone teso a Roglic nella tappa di Guadalajara, uno dei pochi momenti tattici felici tra Tour e Vuelta per la Movistar.

Mikel Landa – 5.5
Nella sua abilità a trovare un compagno di squadra che possa sovrastarlo come capitano fino a risultare inattaccabile il basco non solo non ha eguali, supera sé stesso: ad Aru, Froome, Thomas e Quintana succede il sorprendente Richard Carapaz, col quale a differenza degli altri si è anche instaurato un buon feeling. Al Giro tra l’altro ci arriva anche preparato a puntino, nel comportamento tattico è ineccepibile, ma paga decisamente troppo nelle crono, specialmente la prima, che gli costerà il podio finale, perso per soli 8″. Al Tour non dovrebbe essere l’uomo di punta e invece finisce per far classifica meglio dei suoi compagni, dopo aver pagato tanto in pianura. Però insomma, il solito Landa un po’ malinconico. Nel 2020 alla Bahrain Merida non può farlo ancora una volta, a meno che non riesca a far risorgere Poels.

Adam e Simon Yates – 5.5
Un’annata particolarmente mogia per entrambi, senza una spiegazione convincente. Partiamo da Simon, che ha definito “straziante” il suo Giro d’Italia: nel 2018 aveva fatto sognare e aveva creato un legame con la Corsa Rosa, è tornato con l’idea di vincerla. Era migliorato sensibilmente a cronometro, sorprendendo tutti con la vittoria nella crono di Barbentane alla Paris-Nice, ed era partito col piglio giusto al Giro, classificandosi “primo degli umani” sul San Luca. Dalla scoppola di San Marino in poi, scivola nell’anonimato, senza andare oltre qualche allungo e l’ottavo posto finale. Il suo Tour è estremamente anomalo: con nessun capitano da aiutare veramente si rivela per gran parte delle tappe una passeggiata, ma quando decide di impegnarsi con una relativa facilità si prende due tappe pirenaiche in quattro giorni che un po’ salvano il bilancio della stagione. L’impegno doveva essere per Adam, che però è schiantato di netto nella seconda settimana, confermandosi corridore poco affidabile per i grandi giri. E sì che il suo inizio di stagione è stato più che incoraggiante, con la Tirreno-Adriatico persa solo nella crono finale dopo una settimana a battagliare costantemente nelle prime posizioni, il secondo posto ottenuto alla Volta a Catalunya, il quinto con vittoria nell’ultima tappa ai Paesi Baschi, la Liegi appena giù dal podio ed il buon Delfinato condotto fino a essere fermato da problemi intestinali. Stecca anche a fine stagione nel Lombardia.

Miguel Ángel López  – 5.5
La doppietta di maglie bianche Giro-Vuelta dovrebbe essere l’obiettivo minimo per un corridore così giovane ma già consolidato tra i migliori delle corse a tappe. Eppure non ci riesce alla Vuelta e fatica pure al Giro, dopo aver vinto la competitiva Colombia 2.1 e la Volta a Catalunya. Un Giro 2019 abbastanza bersagliato dalla malasorte, a cominciare dalla crono di San Marino, dove fora in un momento sbagliatissimo, per poi arrivare al contatto con un tifoso di Roglic sull’ultima salita del Monte Avena. Alla Vuelta però non ha scuse, e difatti nella prima settimana sembra che sia arrivato il suo momento: alla prima salita di Javalambre stacca tutti e indossa il rosso, ad Andorra una caduta interrompe sul più bello un attacco importante. Da lì il calo tra seconda e terza settimana, che lo porterà a chiudere la prova spagnola con un deludente quinto posto.

Tim Wellens – 5.5
L’alfiere della Lotto Soudal ripete un po’ un copione sempre molto simile negli anni: partenza bruciante, qualche ottima classica, ma nei grandi appuntamenti nessun risultato di rilievo. A febbraio le vittorie sono già tre ma l’ottima gamba viene fuori più col podio nella Omloop Het Nieuwsblad che nella Strade Bianche alla quale finalmente ritorna a prender parte – baciata da troppo sole per le sue caratteritiche, evidentement). All’attacco ma inconsistente alla Liegi, indossa la pois a lungo nel Tour ma va troppo piano nelle tappe più dure per tenerla, viene beffato nell’ultima tappa del BinckBank Tour dopo aver pregustato uno storico tris. Di positivo in questa stagione c’è il miglioramento a cronometro, che lo porta a vincere addirittura in due occasioni (Vuelta a Andalucía e Belgium Tour).

Bob Jungels – 5.5
Un esperimento malriuscito il suo, forse l’unico fallimento stagionale per la Deceuninck-Quick Step: dopo il colpaccio della Liegi 2018 ha finalmente provato la via del pavé e si direbbe che gli sia piaciuta, a giudicare dal gran numero fatto alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne, proprio alla Jungels. Si comporta bene anche in altre classiche del nord, andando sul podio alla Dwars door Vlaanderen e aiutando Stybar nella vittoria ad Harelbeke. Poi, però, il resto della stagione è ampiamente negativa: al Giro non seduce a cronometro e si sgonfia sulle montagne. Gli sforzi gli restano sulle gambe, si vedrà pochissimo nella seconda parte della stagione.

Michael Matthews – 5.5
L’uomo veloce australiano compie una stagione con pochi acuti e soprattutto molto corta, appena 50 giorni di gara. Inizia bene, con due tappe alla Vuelta Catalunya e un ottimo sesto posto all’esordio al Giro delle Fiandre dove ha preoccupato parecchi al via, ma sulla distanza ha sofferto nelle Ardenne, finendo staccato alla Liegi. Il suo Tour non è dei più memorabili, solo un secondo posto nella tappa di Épernay; a salvare il bilancio nella seconda parte della stagione è la seconda vittoria di fila al Gp de Québec, disputato comunque da pieno opportunista.

Arnaud Démare – 5.5
La vittoria a Modena al Giro non risolleva il bilancio del ridimensionato velocista da classiche francese il quale è mancato proprio come presenza, nel senso che non si è visto: non si è visto alla Sanremo e nelle altre classiche di primavera, seppure fosse al via. E non si è visto neanche al mondiale, scartato in toto dal selezionatore Voeckler che ha deciso di puntare tutto su Alaphilippe senza prepararsi un piano B. E sì che la vittoria più bella l’aveva ottenuta in una premondiale, al Giro di Slovacchia, sverniciando anche Kristoff, ma è ancora troppo poco per il vincitore della Sanremo 2016, che finisce la stagione perdendo anche nella Paris-Tours.

Fabio Aru – 5
Ad uno sguardo superficiale, la stagione di Aru si direbbe interlocutoria: una difficile operazione all’arteria iliaca, il rientro e ancora malanni a pregiudicarne le prestazioni. Ma se andiamo un po’ più in profondità, emerge ancora una volta l’incapacità di Aru nel controllare sé stesso, il suo corpo e la sua mente. È stato un errore da parte sua pensare che i suoi recenti insuccessi fossero legati solo ai malanni fisici: è rientrato troppo in fretta ed in maniera non abbastanza graduale, correndo nel modo più sbagliato (cioè cercando di stare sempre agganciato il più possibile) un Tour de France al quale non doveva neanche esserci. Così alla Vuelta si è presentato partendo anche bene, con l’ottima prima frazione di Benidorm, ma poi si è afflosciato presto, a causa di un malanno muscolare. Un anno da buttare, insomma: l’unica nota lieta la nascita della primogenita.

Romain Bardet – 5
Irriconoscibile. Non esiste un altro aggettivo per descrivere il Bardet del 2019, di gran lunga alla sua peggiore stagione da professionista. L’atleta che avevamo lasciato festante con l’argento ad Innsbruck ha preso di mira ancora un’altra volta il Tour de France, nascondendosi parecchio e limitando alla Catalunya e alle sole Ardenne (senza peraltro soddisfare) le apparizioni fuori dal territorio francese. Già vedendolo meno attivo del solito al Delfinato si capisce che qualcosa non va: la spugna la getta già a La Planche des Belles Filles, per poi confermare sul Tourmalet l’annata storta. Il voto è un po’ più alto di quello che dovrebbe essere per via del bis con la maglia a pois (già vinta nel 2016) ma stavolta il risultato è del tutto fortunoso, condizionato dai tagli per maltempo nelle ultime due tappe. Inoltre la sua stagione si chiude già col Tour de France.

Gianni Moscon – 5
Una preparazione sbagliata può rovinare una stagione? Stando a quanto dichiarato da Moscon, sembra proprio di sì. L’annata del trentino è nera: totalmente evanescente nelle classiche che finora l’avevano esaltato, appena adatto a compiere semplici mansioni da gregario per il team, regredito a cronometro. Un Moscon talmente brutto da non credere che potesse essere vero. E infatti non era del tutto vero: dopo il Tour ha ritrovato le motivazioni, anche grazie a Cassani, che ha creduto fortemente in lui e l’ha spinto a presentarsi al Mondiale nelle migliori condizioni. Ed il Moscon arrivato ai piedi del podio ad Harrogate, protagonista per l’iride al terzo anno di fila, non era comunque il miglior Moscon che potremmo immaginare: ci auguriamo che il 2019 sia stato solo una brutta parentesi.

Peter Sagan – 5
La nemesi del grande corridore che ci ha esaltato negli ultimi 10 anni: poco vincente, svogliato, attendista e tatticamente poco furbo. Un Peter Sagan che sta subendo l’ondata di nuovi arrivi nel professionismo, pronti a fargli le scarpe (ma attenti a darlo per spacciato già a 29 anni…). Cosa non è andato, nel dettaglio? La prima cosa che emerge con decisione è il numero di vittorie, appena 4 e nessuna classica. Poi, la sua primavera: doveva essere l’anno della Liegi, non ci è nemmeno arrivato a disputarla. Ancora una volta senza gambe nel finale della Sanremo, passivo al Fiandre, staccato nelle fasi finali della Roubaix da avversari meno quotati. Nel Tour salva l’orgoglio con la tappa di Colmar ed il ritorno in maglia verde, poi le buone prove nelle classiche canadesi restituiscono la speranza che stesse preparando un gran mondiale. E la gamba c’è, difatti: ma sbaglia totalmente, in maniera abbastanza clamorosa, la lettura tattica della gara. Forse la più grande svista tattica di sempre, da parte di Sagan.

Michael Valgren – 4.5
Emblema di una Dimension Data disastrosa nella preparazione della prima parte di stagione: aveva infiammato la campagna del nord nella scorsa stagione, in questa la sua maglia bianco-verde non si vede mai far capolino in testa al gruppo, dalla Omloop Het Nieuwsblad che deteneva fino alla Liège-Bastogne-Liège. Si riprende soltanto dal BinckBank Tour in poi: piazzato a Bretagne Classic e Gp de Montréal, arriva al 100% al Mondiale dove è la carta per il finale della Danimarca, ma non servirà. La stagione appena passata dovrebbe essere solo un incidente di percorso.

Michal Kwiatkowski – 4.5
Quando ti viene lo schifo per quello che stai facendo, in uno sport di fatica, i risultati non possono che essere negativi. La stagione di Michal finisce praticamente a marzo, dopo essere salito sul podio della Paris-Nice indossando anche la maglia gialla e anche della Sanremo. Poi lentamente le prestazioni scivolano nell’anonimato, tra le Ardenne così così ed un Tour de France nel quale non riesce a essere utile e vicino ai suoi compagni come una volta, fino a gettare la spugna per tutta la seconda metà della stagione dichiarando apertamente di essere stufo fisicamente e mentalmente. L’ex campione del mondo paga anni di consumo esagerato come gregario, ma cercherà di recuperare il piglio giusto per la prossima stagione.

Fernando Gaviria – 4.5
Ha ancora 25 anni, ma al momento sembra lontano dalle prospettive fenomenali che si figuravano al suo approdo al professionismo: nella sua prima stagione alla UAE Team Emirates, che doveva servirgli ad avere più libertà, finisce per avere un ruolo marginale ed essere lontano dai risultati nelle corse più importanti: è vero, vince una tappa al Giro d’Italia, ma solo grazie a un generoso declassamento, e comunque si ritira subito e finisce per saltare il Tour de France a causa di malanni fisici. Comincia a farsi largo la voce che non sia un corridore che ami la vita d’atleta, diciamo così, speriamo che non stia buttando via il talento.

Richie Porte – 4
Un’annata da capitano di una nuova squadra che si può definire in un solo modo: brutta. L’unica vittoria è nell’ormai classico traguardo di Wilunga Hill, e neanche gli vale il Tour Down Under. Da lì in poi canna tutto, anche le corse di preparazione ben sotto le aspettative, preso a schiaffi in faccia dai giovani al Tour of California che doveva vincere a mani basse. Il Tour de France lo finisce, ma incappa come al solito nella serie di disgrazie e sciagure che lo caratterizzano, e sul Tourmalet dimostra ancora una volta di non potercela fare.  Alla Trek non avrà gli stessi privilegi nella prossima stagione.

Tom Dumoulin – s.v.
Può una banale caduta compromettere una stagione e mettere a serio rischio la carriera? Purtroppo sì, nel suo caso. Che era arrivato al Giro d’Italia con una buona preparazione, forte anche di un quarto posto alla Tirreno-Adriatico e di una Milano-Sanremo corsa con piglio competitivo. Il contatto con Puccio verso l’arrivo di Frascati lo conduce in un lungo tunnel senza uscita, un infortunio sottovalutato inizialmente del quale si è rivelato molto complesso gestirne il recupero. Attualmente il buon Tom viaggia comunque a vele spiegate verso il 2020, costretto ad allenarsi in maniera scientifica (non può sforzarsi né troppo, né troppo poco), e un talento come il suo, ancora non completamente espresso, ha ancora tanto da dare alle competizioni. Annata nera della Sunweb nei grandi giri, costretta a perdere anche Sam Oomen per un problema all’arteria iliaca per tutta la stagione.

Chris Froome – s.v.
La stagione del maggior dominatore della storia recente dei grandi giri finisce contro un muro, e forse anche la sua carriera ad alti livelli: tutto proprio quando la sua stagione stava entrando nel clou, al Delfinato. C’è da dire che fino ad allora Froome aveva impressionato soltanto in negativo, limitandosi giusto ad un onesto gregariato verso i giovani della sua squadra al Tour of The Alps. A 34 anni, con un femore e gran parte delle ossa rotte, sarà difficile ripartire, ma intanto ripartirà: chissà cosa ha in mente l’anglo-keniano nel proseguimento della sua carriera.

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