Ciclisti in un tunnel, metafora perfetta dell'attuale movimento statunitense © Tour of California
Ciclisti in un tunnel, metafora perfetta dell'attuale movimento statunitense © Tour of California

Non è un paese per ciclisti

Un’analisi sul perché il ciclismo non prende piede negli Stati Uniti

In attesa che la Cina operi definitivamente il sorpasso, gli Stati Uniti sono, da circa 150 anni, la prima potenza economica mondiale, quella che ha trainato maggiormente il pianeta nelle sfide della modernità e della rivoluzione economica e industriale. Ma con uno dei simboli del progresso di fine Ottocento, la bicicletta, il rapporto è stato quantomeno freddo; vuoi per le distanze estremamente maggiori rispetto all’Europa, vuoi per il ravvicinato sviluppo delle automobili oltreoceano, le due ruote non hanno rivestito il medesimo ruolo sociale che hanno invece occupato nella storia del Vecchio Continente.

Parimenti si può riservare medesima considerazione al ciclismo, nonostante già nel 1880 al Madison Square Garden di New York si disputò la prima 6 Giorni su pista fuori dall’Europa. Venendo però ai giorni nostri, come mai questo sport, che sta conquistando spazi in buona parte del mondo, anglosassone e non, non riesce a penetrare – anzi, viene quasi “schifato” – negli Stati Uniti?

LeMond e Armstrong hanno smosso le acque, ma non è durata a lungo
Sicuramente, come nella maggior parte delle nazioni, uno sport diventa popolare quando atleti provenienti da quel paese riescono ad emergere. Nel legame tra Stati Uniti e ciclismo questa correlazione è facile da individuare, con due momenti di splendore in mezzo ad un ben più vasto disinteresse: sono gli anni prima di Greg LeMond e poi quelli in cui Lance Armstrong sembrava inarrestabile al Tour de France. Il cowboy texano è stato, nel suo momento di splendore, un personaggio di notorietà simile alle stelle degli sport di squadra piuttosto che agli attori o ai cantanti – di certo la sua vicenda personale di risalita dopo la malattia ben rappresentava il filone della narrativa statunitense legata allo sport.

Ma la messa alla berlina postuma di Lance e del sistema a lui riferibile ha rappresentato un momento di arresto con cui il ciclismo statunitense deve ancora fare i conti, e chissà ancora per quanto tempo. Va detto che, nello sport a stelle e strisce, non sono mancati i casi di doping o comunque di denuncia di un intero sistema agonistico; basti pensare allo scandalo BALCO coinvolgere la velocista Marion Jones o il leggendario giocatore di baseball Barry Bonds, piuttosto che il recente sistema di abusi e violenze nella ginnastica artistica femminile. Eppure, se altrove la situazione si è normalizzata, non si può dire altrettanto con il mondo delle due ruote.

Il problema economico è la chiave di volta. E le soluzioni non sembrano agevoli
L’obiezione della poca attrattività mediatica e televisiva del ciclismo vale fino a un certo punto mentre appare totalmente errata l’idea che non ci sia spazio negli Stati Uniti per la crescita di uno sport. Se football, basket, baseball e hockey in quest’ordine si spartiscono l’interesse negli sport di squadra, con categorie motoristiche e golf a difendersi più che egregiamente, vi è il caso contemporaneo del boom della pratica e della popolarità del calcio, che si sta ritagliando uno spazio sempre più interessante dopo diversi tentativi miseramente falliti nel passato.

Un problema molto serio, invece, e che separa in maniera netta il ciclismo statunitense da quello europeo (e mondiale) riguarda l’impossibilità per le comunità locali o statali, in base alle normative vigenti, di impegnarsi a livello economico nell’organizzazione degli eventi sportivi. I fondi, infatti, devono essere raccolti dai privati; senza un contributo pubblico, dunque, per chi organizza le gare l’unica logica che vige è quella di avere un ritorno dall’investimento – a meno di essere un benefattore, ma ci torniamo fra poco. Se per uno, magari due anni si può pensare di andare in rosso, è chiaro che nel medio/lungo periodo è inimmaginabile continuare a mettere in piedi una struttura senza ottenere nulla di concreto in cambio.

Senza Tour of California rimane poco
Il recente annuncio di AEG, società organizzatrice del Tour of California, di prendersi (almeno) un anno sabbatico dopo quattordici edizioni riguarda proprio l’aspetto economico. E se neppure l’unica corsa World Tour del paese nonché l’unica che attirava fiori di campioni e campionesse riesce a sopravvivere, figurarsi il resto. A livello UCI, sono sei le corse che gli Stati Uniti organizzano nel 2020, di cui solo tre professionistiche: il Tour of Utah maschile, sovvenzionato dal Larry H. Miller Group, la Colorado Classic femminile, che per proseguire ha deciso di concentrarsi abbandonando la versione maschile, e la neonata Maryland Cycling Classic maschile.

Ad essere veramente lungo è invece l’elenco delle corse nate e poi abbandonate, a cominciare negli anni ’80 dalla Coors Classics e dal Tour de Trump (poi ribattezzato Tour duPont) di metà anni ’90. Giusto per limitarsi agli ultimi casi per le gare a tappe, il Tour of Viginia è durato dal 2003 al 2007, il Tour de Georgia dal 2003 al 2008, il Tour of Elk Grove dal 2006 al 2013, il Tour of Missouri dal 2007 al 2009, la USA Pro Challenge dal 2011 al 2015, la Colorado Classic maschile dal 2017 al 2018.

Il ciclocross prova a difendersi, ma il business è l’unico padrone
C’è qualcosa che la federazione statunitense o quella internazionale stanno provando ad attuare per fermare l’emorragia? La risposta è semplice: no. E all’orizzonte non ci sono novità in questa direzione: a USA Cycling va benissimo avere un circuito dilettantistico partecipato, fatto principalmente di criterium e comprendente sedici eventi, per l’UCI sono altri i paesi in cui, anche per motivi geopolitici, è rivolta l’attenzione.

Una disciplina in cui c’è da registrare fermento è il ciclocross, con la Coppa del Mondo che nelle ultime tre edizioni ha sempre fatto doppia tappa fra Las Vegas, Iowa City e Waterloo, oltre alla rassegna iridata nel 2013 a Louisville che verrà replicata nel 2022 a Fayetteville. Anche in questo caso è il privato a metterci i fondi (valga il caso di Trek, che organizza la prova di Waterloo all’interno della sua sede); ma complice un posizionamento infelice nel calendario, che porta la maggior parte dei big a rinunciarvi, e la nuova riforma del ciclocross che penalizzerà gli atleti locali, il timore è che anche questo bel trend possa intraprendere una pericolosa parabola discendente.

Il vero interesse economico, un po’ come accade in Italia, si sta spostando sempre più sugli eventi di massa: se qui da noi sono le granfondo a farla da padrona, negli Stati Uniti a far la parte del leone sono le manifestazioni offroad in cui gli appassionati se la vedono, in un clima decisamente meno agguerrito rispetto a quel che avviene tra le strade nostrane, con gli atleti professionistici. Dalla Dirty Kanza nel Kansas, con quasi 3000 iscritti nell’ultima edizione, alla più antica, la Leadville Trail nel Colorado, è qui il vero business, che sempre più andrà ad erodere quel poco che ancora resta nel ciclismo su strada.

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