Una scena del film Bicycleran
Una scena del film Bicycleran

Cicloproiezioni: Bicycleran (The Cyclist)

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, ventiquattresima puntata: il cinema iraniano si presenta al mondo con la storia di Nasim che per salvare la moglie si lancia in una “impresa” di endurance

In un magazzino buio, illuminato solo dal fascio di luce che entra dalla finestra, un giovane uomo si approccia a una motocicletta, si stringe una bandana sulla fronte, indossa una giacchetta fluorescente, richiude la finestra, mette in moto e si avvia. Abbiamo forse sbagliato storia? No, si tratta proprio della scena iniziale di Bicycleran (titolo traslitterato dal persiano, mentre è The Cyclist il nome internazionale della pellicola).

Film del 1987 diretto dal pluripremiato Mohsen Makhmalbaf, è universalmente riconosciuto come una delle opere che hanno fatto conoscere nel mondo il cinema iraniano, con i pregi e i difetti che questo comporta. Intanto l’uomo in motoretta ha iniziato il suo show, che consiste nel risalire una pista verticale sfidando la forza di gravità. Cosa significherà questo girare e girare? Una metafora della condizione umana? Una reprimenda della cittadina di confine colpevolmente interessata ai giochi circensi? Niente?

Non lo sappiamo, come non sapremo mai nemmeno chi è l’accattivante protagonista di questa sequenza iniziale, altrimenti il film avrebbe dovuto peraltro chiamarsi Il motociclista. E invece il personaggio principale è lui, Nasim, un povero rifugiato afgano dall’aria che più afflitta non si può. In lui riconosciamo subito il viso doloroso e sofferente che si addice al tipico protagonista di una pellicola che vincerà premi nei festival in giro per l’Europa.

Nasim non possiede una moto, al momento non possiede nemmeno una bici, non ha un lavoro, non ha denaro. Oltre a un figlio insulso, l’unica cosa che ha è una moglie che giace gravissima in un letto d’ospedale. Possiamo vedere la sua situazione come simbolo della disperazione che appartiene a ogni singolo essere umano, oppure come la premessa di un film estremamente lungo al di là della sua durata effettiva (appena ottantadue minuti, anche se guardandolo non si direbbe).

La moglie di Nasim sta molto male, e avrebbe bisogno di cure adeguate, ma per quelle ci vogliono soldi, e il nostro eroe non ne possiede. Così, senza sapere cosa fare, l’uomo e suo figlio Jomeh camminano nella folla, attraversano il mercato, si muovono fra case mezzo diroccate alla ricerca di non si sa bene che cosa, ma forse è solo un modo per guadagnare qualche minuto di pellicola con inquadrature esotiche. Alla fine i due giungono in una sala scommesse clandestina, dove il denaro passa di mano veloce, e intuiamo che qui Nasim potrebbe forse svoltare la sua difficile situazione.

Il cognato di Nasim infatti cerca di trovargli lavoro presso un piccolo boss locale. Che sa fare?, domanda il malavitoso, spiegando che potrebbe utilizzarlo nell’ambito del contrabbando, dilungandosi pure in un ragionamento morale secondo cui nessuno nasce fuori dalla legge. Ma il cognato risponde che Nasim è un ciclista, quando era più giovane ha anche vinto dei premi, è quella la sua specializzazione. L’altro lo guarda perplesso: e che me ne faccio di un ciclista?

Povero Nasim, evidentemente è arrivato troppo presto per conquistare punti UCI in corse asiatiche misconosciute ed essere successivamente ingaggiato da squadre europee bisognose di rimpolpare la propria traballante classifica. Così deve accontentarsi di continuare a vagare per il mercato, sempre più depresso, pensando – ovviamente le regole dei film d’autore da festival prevedono che per la maggior parte del tempo nessuno dei protagonisti parli – alla moglie malata e al denaro che non c’è. A un certo punto nota un uomo che cerca di suicidarsi sotto le ruote di un pullman, altri uomini che lo salvano e poi lo picchiano per aver provato a uccidersi. Insomma, come non farsi contagiare da tutta questa allegria?

Ma cerca e cerca alla fine l’occasione arriva. Il padrone di un circo in disgrazia gli propone di impegnarsi in una maratona ciclistica di cui sarà l’unico concorrente, pedalando giorno e notte per un’intera settimana, senza mai fermarsi. Nasim non sembra convintissimo, ma vabbè, non ha molte alternative per provare a salvare sua moglie. Così gli viene fornita una vecchia bici e subito si mette in azione. Da segnalare l’ostentazione fichetta della tipica inquadratura stramba del cinema da festival.

Guiderà la sua bici per sette giorni e sopravviverà!, strilla l’uomo del circo nel megafono, e incredibilmente le persone si avvicinano per assistere, e pagano persino un biglietto per entrare nel cortile che ospita il tentativo di Nasim. Il nostro è costretto a girare in tondo attorno a una fontana asciutta, in uno spazio talmente ristretto che viene il mal di testa solo a guardare. L’unica assistenza gliela offre il figlio che ogni tanto gli passa un bicchiere d’acqua.

Col passare delle ore la gente aumenta, anzi si affolla per vedere come procede la prova di questo disperato. I proprietari del circo mettono una bella insegna all’ingresso del cortile, e cominciano ad affacciarsi le prime bancarelle speranzose di fare affari. Intanto Nasim è costretto a proseguire la sua prova bendato, così, a sfregio, senza nessuna giustificazione o motivazione narrativa – all’interno della pellicola non ci si prende la briga di spiegare perché questo accade e nemmeno perché, dopo poco, termina.

Nel cortile si installa un barbiere, altri mercanti, dei giocolieri, si forma insomma un piccolo mercato come indotto del povero Nasim. Ma soprattutto arrivano gli scommettitori: ce la farà? Non ce la farà? Le cifre puntate diventano sempre più alte, mentre le immagini si somigliano un po’ tutte, ma non è colpa nostra se non succede niente di visivamente interessante. Del resto che ci si può inventare attorno a un uomo che non fa altro che girare in circolo in pochi metri quadri?

Intanto Jomeh riceve la paga spettante al padre e immediatamente la porta all’ospedale. Smossi dal contante, gli operatori sanitari subito si mettono al servizio della moglie di Nasim, cui viene finalmente dato l’ossigeno, una flebo, e persino un pasto (con del pollo arrosto, senza dubbio l’alimentazione ideale per una persona in gravissime condizioni). Da sottolineare ancora una volta l’utilizzo delle regole base del cinema da festival, in questo caso con l’inquadratura dove il personaggio principale scivola in secondo piano mentre qualcosa di meno importante occupa il primo.

Jomeh, il figlio della coppia, si conferma l’idiota che sospettavamo. Tutto a posto mamma, dice allegro, papà sta pedalando, e lo pagano per questo. Poi porta via il vassoio e si mette a mangiare il pollo arrosto. Intanto la donna, forse per la malattia, forse per l’ossigeno che le dà alla testa, ha le visioni, e gli appare fuori dalla finestra Nasim vestito da angelo, in sella a una bicicletta bianca. Grazie a questa rubrica abbiamo visto e commentato tante scene surreali e assurde, ma questa probabilmente le batte tutte.

Ma torniamo al cortile, dove è scesa la notte e Nasim deve combattere contro il sonno. Mentre tutti attorno a lui dormono, il pensiero della moglie sofferente riesce per ora a tenerlo sveglio. Sbanda un po’, ma non se la cava male. All’improvviso però la sonnacchiosa scena è rianimata da un inaspettato trambusto. Arriva un’ambulanza, e ne scende di corsa un medico che porge una provetta di vetro a Nasim chiedendo di fornirgli un campione d’urina: pure qua c’è l’antidoping!

In realtà non è l’antidoping – reazione pavloviana tipica dell’appassionato di ciclismo – bensì un’equipe medica che deve analizzare il suo stato di salute, e che nei giorni seguenti dovrà subire i tentativi di corruzione di chi ha scommesso a favore o contro l’uomo, per offrirgli al rifornimento delle anfetamine o al contrario del valium. Nel frattempo le persone pagano non solo per assistere allo spettacolo, ma anche per salire sulla bici guidata da Nasim in modo da poter pubblicizzare meglio le proprie mercanzie. Il nostro non sembra contento di essere diventato un testimonial, ma sa di non avere scelta.

Poiché, come avrete notato, la trama è parecchio essenziale, c’è tutto il tempo per dedicarsi a questioni non legate con la vicenda principale, come un accenno di rivolta populista a suon di petardi contro il console venuto col macchinone ad assistere allo spettacolo. Intanto continuano le analisi delle urine direttamente in loco, e certo queste colorazioni sospette ci fanno pensare che non sarà facile superare il giudizio della WADA.

Torna la notte e tutti ancora una volta si addormentano, a parte il povero Nasim costretto a proseguire il suo tentativo. Stavolta pare che nemmeno pensare alla moglie malata sia sufficiente a tenerlo sveglio, così l’uomo le prova tutte per resistere al sonno: si butta acqua in faccia, poi si prende a schiaffi, dopo si morde una mano e, quando non sembrano più rimanere altre opzioni, si infilza le palpebre con due stuzzicadenti, in una versione artigianale di Arancia meccanica.

Ma niente, non ce la fa proprio, e a un certo punto non può che crollare a terra, abbandonando la bici e, forse, la competizione. Per sua fortuna il giudice che dovrebbe garantire la regolarità del suo tentativo se la dorme della grossa, così il cognato di Nasim e il padrone del circo, accortisi della situazione, possono intervenire in soccorso dello sventurato. Il cognato lo sostituisce alla guida della bicicletta, cercando di nascondere il volto alla vista del giudice, intanto che il proprietario del circo nasconde l’addormentato Nasim in un sottoscala.

Alla mattina Nasim riprende il suo posto, fresco e riposato dopo questa manciata di ore di sonno, e infatti il pubblico è ammirato di come l’uomo riesca ancora a essere vigoroso dopo giorni di pedalare ininterrotto – o almeno così credono loro. Ma i grossi interessi degli scommettitori rischiano di rovinare una storia che pare andare verso il lieto fine. Al giudice della prova giunge persino una telefonata dove gli viene imposto di passare la cornetta a Nasim.

Falla finita con questa pagliacciata!, minaccia la voce dentro la cornetta. Ma Nasim non cede, nemmeno quando consegnano al figlio i soldi per un’intera settimana di cure in ospedale. L’uomo capisce che nessuno è interessato alla sua storia, ma solo che vinca o perda a seconda del tornaconto personale di ciascuno. Così si lascia prendere dalla rabbia e, afferrato un palo di legno casualmente nelle vicinanze, sempre continuando a pedalare – come se stesse partecipando a un palio – cerca di percuotere il corrotto giudice di gara.

Più si avvicina la fine della prova più Nasim fatica a rimanere sveglio, e così pure lo spettatore che davvero non ne può più di questo galleggiare nello strazio. Ottantadue minuti che sembrano infiniti, verso la fine dei quali dovrebbe comparire pure davanti a noi Jomeh a prenderci a schiaffi, per costringerci a resistere ora che siamo a un passo dalla meta. Con suo padre Nasim comunque funziona.

È un trionfo: la folla esulta adorante e sono arrivate persino le radio e le televisioni per riprendere il nostro eroe. Nasim viene intervistato già durante gli ultimi giri del cortile, ma nel momento in cui compie l’impresa, superando ufficialmente gli agognati sette giorni di sforzo, non si ferma e anzi seguita a pedalare, come se non contemplasse l’ipotesi di fermarsi. Potremmo intenderla come una metafora dell’impossibilità di superare davvero i nostri drammi personali, oppure un indizio che presto arriveranno notizie dal laboratorio antidoping.

Archivio

La vignetta di Pellegrini

Versione stampabile