Jonathan Milan in maglia Team Friuli © RIccardo Scanferla
Jonathan Milan in maglia Team Friuli © RIccardo Scanferla

Jonathan Milan: «I Giochi, da sogno a possibile realtà»

Intervista alla giovane promessa azzurra, vincitore della medaglia di bronzo nell’inseguimento a squadre ai Mondiali su pista di Berlino

La conquista da parte di Elia Viviani della medaglia d’oro nell’omnium ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro ha contribuito a far realizzare al nostro movimento su pista un significativo slancio verso l’alto. Nell’ultimo quadriennio, sono diversi i corridori azzurri che ispirandosi al veronese hanno optato di affiancare l’attività su strada a quella nei velodromi, riuscendo ad eccellere nelle competizioni indoor. E ai recenti Mondiali su pista disputati a Berlino è sbocciata una nuova stella: Jonathan Milan.

Il ragazzo nato a Tolmezzo ma proveniente da Buja ha fatto parte del quartetto azzurro che ha centrato la medaglia di bronzo nell’inseguimento a squadre. Se già questa per il portacolori del Cycling Team Friuli è stata una soddisfazione insperata, quello che ha compiuto il giorno dopo è stata una vera e propria impresa dato che, a soli 19 anni, è stato il primo teenager ad abbattere la barriera dei 4’10” nell’inseguimento individuale. Il suo 4’08″094 gli ha concesso di strappare il pass per la finalina in cui, anche se battuto dal francese Corentin Ermenault, si è potuto godere gli applausi del pubblico presente nell’impianto tedesco.

Alla partenza per Berlino ti saresti mai immaginato di tornare a casa con una medaglia al collo?
«Non me lo immaginavo, ma lo speravo. Ero partito consapevole di essere pronto per affrontare sia l’inseguimento individuale che quello a squadre, con corridori aventi un’esperienza maggiore della mia. Quella berlinese è stata la mia partecipazione ad una rassegna iridata e ho vissuto una settimana molto emozionante, tutto quello che mi è successo è stato affascinante»

Quali erano i tuoi timori prima della finale valevole per il terzo posto dell’inseguimento a squadre?
«La paura più grande era quella di non riuscire a dare il meglio di me. Ottenendo il record italiano nel corso delle qualificazioni, avevamo già fatto vedere che eravamo presenti ad alti livelli. Ma quando c’è in ballo la conquista di una medaglia l’adrenalina è alle stelle: a differenza degli altri tre ragazzi, non ero abituato a gestire queste emozioni e l’ansia, in queste circostanze, può giocare sempre brutti scherzi. Nella testa di ognuno c’è sempre quel diavoletto che dice: “e ma se ti dovesse capitare qualcosa…”. Mi ponevo tanti se. Alla vigilia della prova è stato prezioso l’aiuto di Marco Villa e degli altri azzurri perché sono riusciti a tranquillizzarmi dicendomi di non agitarmi e di cercare di dare il massimo. Anzi, di dare il massimo»

Che effetto ti ha fatto salire sul podio iridato a soli 19 anni?
«È stata un’emozione fortissima. Se un anno fa mi avessero detto che sarei stato in grado di conquistare una medaglia con Filippo Ganna, Francesco Lamon e Simone Consonni, non ci avrei mai creduto. Al termine dei Mondiali ho notato che con il tempo i risultati si riescono ad ottenere»

E poi hai sfiorato un’altra medaglia bronzo nell’inseguimento individuale
«Prima delle qualificazioni non sapevo come sarebbe potuta andare quella prova. Avendo nelle gambe due inseguimenti a squadre, la stanchezza, sia a livello fisico che mentale, iniziava a farsi sentire. Mi ero solamente posto come obiettivo quello di scendere a 4’10”, migliorando così il mio record personale che era di 4’15”. Dopo i primi giri, avevo subito capito che stavo bene ed ho iniziato a spingere a tutta. Alla fine quando mi hanno mostrato il tempo che avevo fatto ero incredulo e per me è stata come una vittoria. Erano mesi che mi preparavo per raggiungere questo obiettivo e quando a Berlino non solo l’ho centrato ma l’ho anche superato perfino di un paio di secondi ero al settimo cielo. Poi nella finalina per il bronzo mi sono lasciato prendere dall’emozione, però il risultato che ho ottenuto vale più di un quarto posto»

Marco Villa ha detto che dovresti migliorare sotto tre aspetti: la posizione aerodinamica, i movimenti delle braccia e la distribuzione dello sforzo
«Concordo su tutto quello che ha detto. Sono molto alto con il busto e sicuramente devo migliorare la mia posizione in bicicletta. Inoltre, mi manca l’esperienza perché è solo da otto mesi che mi sto dedicando intensamente all’attività su pista»

Al termine della rassegna iridata berlinese, la tua popolarità sui social è cresciuta di molto
«Non sono un ragazzo che passa molto tempo della sua giornata a guardare il cellulare. Ho notato semplicemente che su Instagram, in soli tre giorni, i miei follower sono aumentati parecchio ed ora ne ho più di 1000. I numeri però non contano»

Per un ragazzo giovane come te, quanto è importante il supporto di Elia Viviani che nell’ultima edizione dei Giochi Olimpici a Rio ha riportato il ciclismo italiano a vincere una medaglia d’oro su pista?
«I suoi insegnamenti sono fondamentali per la mia crescita personale. Allenarsi con un campione come lui non è solo un privilegio ma anche molto istruttivo, sia a me che agli altri ragazzi del quartetto è in grado di trasmettere dei preziosi consigli»

L’altra star azzurra del nostro movimento su pista è Filippo Ganna, il quale sogna di vincere la Paris-Roubaix. Quale corsa vorresti vincere su strada?
«Condivido lo stesso desiderio di Filippo. È una corsa di alto livello e con una grande storia, essendo stata vinta da grandissimi campioni del pedale. L’altro mio grande obiettivo è quello di trionfare alle Strade Bianche, perché alzare le braccia al cielo in Piazza del Campo e sentire il boato di tutto il pubblico senese deve essere fantastico»

Sei alto 196 centimetri, dove pensi che la tua altezza si possa tramutare in un vantaggio?
«Sono un ragazzo molto alto e nel momento in cui spingo lunghi rapporti o devo percorrere numerosi chilometri in pianura ho dei vantaggi rispetto agli altri corridori. Ho un fisico adatto per eccellere in futuro anche nelle cronometro»

Mentre dove il tuo fisico potrebbe non offrirti dei vantaggi?
«Per la mia statura non sono un corridore molto pesante, infatti il mio peso forma è abbastanza nella norma. Tuttavia, il mio scoglio maggiore sono le salite. Se un corridore con il mio stesso fisico decidesse di allenarsi anche in salita, allora sarebbe in grado di tenere il passo degli scalatori per più tempo possibile»

Per il secondo anno consecutivo militi nel Cycling Team Friuli che nelle ultime stagioni ha lanciato nel ciclismo professionistico Pessot, Bais e Venchiarutti. Qual è il segreto di questa squadra?
«Il segreto è uno solo: la passione. Tutti i membri della mia formazione danno il meglio di se per istruire i ragazzi. Durante gli allenamenti non ci fanno mancare nulla e ci trasmettono la voglia di correre in bicicletta. Senza questi elementi non si va da nessuna parte»

E nella squadra è cresciuto anche il tuo compaesano Alessandro De Marchi
«Grazie al lavoro svolto dal Cycling Team Friuli, lui è passato al professionismo e conosciamo tutti che corridore è diventato in questi anni. Qualche volta capita che ci alleniamo assieme, anche se questo non avviene spesso perché Alessandro è via parecchio a causa degli impegni che ha con la CCC»

Abiti in una zona montuosa e si può dire che la montagna è nel tua DNA
«Amo camminare in montagna perché riesco a staccare la testa da tutti i pensieri relativi al ciclismo, i quali mi possono portare ansie nella mia vita. Andare anche solo qualche ora a rifugiarmi sui i monti mi rilassa molto»

Da piccolo hai praticato diversi sport tra cui il nuoto, il judo e il karate. Perché poi hai scelto il ciclismo?
«Ho iniziato con il ciclismo sin da quando avevo quattro anni; tutte le domeniche i miei genitori mi accompagnavano alle corse per correre. All’inizio lo interpretavo come se fosse un gioco e per me era solo un divertimento perché era come se stessi andando a fare una scampagnata con i miei amici. Non prendevo niente sul serio e nel corso degli allenamenti svolgevo gli esercizi più basici. Nel frattempo praticavo altri sport per capire fino in fondo se la strada che avevo intrapreso era quella giusta»

Cosa rappresenta per te il ciclismo?
«Correre in bicicletta mi trasmette una sensazione di libertà. Mi sono sempre allenato con grande passione perché per me il ciclismo è adrenalina allo stato puro»

Oltre il ciclismo, quale altro sport ti appassiona ancora adesso?
«Sono un amante dello sci perché come lo sport della mia vita mi trasmette una grande adrenalina. Piuttosto che seguirlo in televisione preferisco praticarlo ma sono anni che non riesco più ad andare a sciare essendo molto impegnato con l’attività in bicicletta»

Federica Brignone è in testa alla Coppa del Mondo, pensi che possa riuscire nell’impresa di diventare la prima azzurra a conquistare questo trofeo?
«Sì, secondo me ha buone chance di vincere»

Se la sciatrice azzurra potrebbe completare la sua missione nel prossimo fine settimana, il tuo obiettivo lo potresti raggiungere tra cinque mesi partecipando ai Giochi Olimpici: un pensiero ce lo stai facendo?
«Dopo questa rassegna iridata, ci sto pensando seriamente. La mia grande speranza, infatti, è proprio quella di andare a Tokyo. La decisione finale, ovviamente, verrà presa da Marco Villa in base allo stato di forma dei ragazzi del quartetto. Sono convinto che se tutti gli azzurri saranno al cento per cento, allora si potrà a casa una medaglia».

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