Felice Gimondi primeggia a Falcade © Facebook
Felice Gimondi primeggia a Falcade © Facebook

Gira una volta – Falcade

Situato nella Valle del Biois, in una conca anticamente occupata da un lago poi prosciugatosi e in cui scorre il torrente omonimo, Falcade è un comune veneto di poco meno di duemila abitanti, facente parte della provincia di Belluno ad un’altitudine di 1148 metri sul livello del mare. La sua collocazione nel cuore delle Dolomiti permette di godere splendidi panorami che spaziano dalle Pale di San Martino alla Marmolada, senza dimenticare il Monte Civetta e il Focobon.

Località particolarmente frequentata in inverno, grazie alla presenza di numerose piste da sci, sa offrire anche altre importanti attrattive: a livello architettonico si segnalano la Chiesa dei Santi Fabiano e Sebastiano e la Chiesa della Madonna della Salute mentre particolarmente caratteristici sono i tabià, ovvero i tipici fienili in legno delle Dolomiti. Per gli amanti dell’arte invece va segnalato il museo dedicato ad Augusto Murer, uno dei maggiori pittori e scultori del Novecento, nato proprio in quei luoghi.

Una cartolina innevata di Falcade © Dolomiti.org
Una cartolina innevata di Falcade © Dolomiti.org

8 giugno 1971, la Lienz-Falcade di 195 chilometri costituiva la diciottesima e attesissima frazione di un Giro d’Italia giunto alla sua edizione numero cinquantaquattro. Dopo la partenza dall’Austria infatti i corridori sarebbero approdati nelle Dolomiti bellunesi dopo aver scalato, in sequenza, il Tre Croci, il Falzarego, il Pordoi e infine il Valles. La corsa rosa, priva in quell’annata di Eddy Merckx, aveva vissuto fino a quel momento numerosi colpi di scena: dall’inatteso crollo di Felice Gimondi nelle tappe di Potenza e sul Gran Sasso, parzialmente mitigato dalla bella vittoria di San Vincenzo, alla positività di Gianni Motta (seconda punta della Salvarani) in un controllo antidoping che gli costò 10 minuti di penalità in classifica generale, in osservanza dei regolamenti del tempo.

Oltre agli spagnoli (vittoriosi in tre occasioni con López Carril, Perurena e Fuente) vi furono anche vari atleti nostrani in bella evidenza: da Enrico Paolini (primo a Potenza) a Ugo Colombo, da Marino Basso (vincitore di ben tre tappe) a Claudio Michelotto, capace di prendere la maglia rosa a Casciana Terme e di conservarla anche dopo il duro arrivo sul Grossglockner, in una scalata contraddistinta da aspre polemiche, con Gimondi accusato di aver attaccato il trentino con lo scopo di farlo perdere e lo stesso Michelotto penalizzato di un minuto per aver ricevuto delle spinte. In tutto ciò lo svedese Gösta Pettersson, abilmente inseritosi nelle fughe d’inizio Giro, appariva particolarmente sornione, in attesa di passi falsi dei rivali.

Con questo clima si arrivò così alla frazione decisiva: nella prima parte di gara il grande protagonista fu Selvino Poloni, che acquisì un vantaggio di quasi 10 minuti nei confronti del gruppo principale, transitando per primo sia sul Passo Tre Croci che sul Falzarego, nel mentre alle sue spalle inseguiva un interessante drappello comprendente, tra gli altri, Fuente, Ritter, López Carril e Marino Basso. Il primo momento decisivo si ebbe però sul Pordoi: mentre alcuni dei fuggitivi (Basso primo in vetta) proseguirono, in gruppo l’andatura elevata risultò fatale sia a Michelotto, in non perfette condizioni fisiche, che al secondo della generale Aldo Moser, già irrimediabilmente staccati. Il Valles invece lanciò un quartetto: al redivivo Gimondi si unirono infatti lo scatenato Pettersson, il belga Herman Van Springel e lo spagnolo Galdos, che proseguirono decisi in discesa, in cui si registrarono le cadute di Houbrechts e Poppe, oltre a quella del già sfortunato Michelotto. Si giunse così sul traguardo con il secondo successo parziale per Felice Gimondi, a cui restò un’ennesima consolazione, che in volata s’impose su Van Springel, Pettersson e Galdos. La maglia rosa Michelotto giunse al traguardo con quasi 10 minuti di ritardo e fu costretta a cedere le insegne del primato allo svedese Pettersson.

Il Giro ripartì l’indomani da Falcade per dirigersi alla volta di Ponte di Legno (con vittoria del luogotenente di Pettersson Lino Farisato) e nell’ultima giornata lo svedese, piazzatosi secondo nella semitappa a cronometro conclusiva da Lainate a Milano, divenne il primo e finora unico rappresentante del paese scandinavo ad aggiudicarsi il Giro d’Italia, precedendo di 2’04” Van Springel e di 2’35” Colombo. Fu l’unico successo in un grande giro per Pettersson, in una carriera contraddistinta da un podio al Tour de France (terzo nel 1970) e soprattutto dai tre titoli mondiali nella 100 chilometri a squadre (specialità in cui ottenne anche un argento e un bronzo olimpico, oltre ad un bronzo individuale nel 1968), con la curiosa particolarità di riuscire nell’intento in un quartetto composto, oltre che da lui, dai suoi tre fratelli Sture, Erik e Tomas.

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