I guanti insanguinati di Florian Sénéchal, tra i primi a soccorrere Jakobsen © Twitter
I guanti insanguinati di Florian Sénéchal, tra i primi a soccorrere Jakobsen © Twitter

Giù le mani da Caino!

Poche ore dopo il terribile incidente avvenuto a Katowice, un’onda d’ipocrisia travolge Dylan Groenewegen. L’UCI però glissa sulle sue responsabilità e quelle degli organizzatori

Il 5 agosto del 2019, su un’anonima statale della Slesia, trovava improvvisamente la morte Bjorg Lambrecht, giovane e promettente ciclista belga. Una banale caduta, in una fase tranquilla della terza tappa del Giro di Polonia, se lo portava via in modo del tutto inaspettato. Come per una macabra ricorrenza, esattamente un anno dopo e nella stessa zona, a Katowice, il giovane e promettente Fabio Jakobsen sta lottando per sopravvivere dopo un rovinoso incidente in volata, che ha messo a repentaglio non solo la sua vita, ma anche quella di un giudice appena al di fuori delle transenne (colpito con violenza dalla bicicletta di Jakobsen), nonché di diversi atleti, che sono volati per terra lanciati ad una velocità attorno agli 80 km/h: in 3 (Marc Sarreau, Eduard Prades, Damien Touzé) hanno passato la notte in ospedale e riportato fratture.

Di incidenti nel ciclismo se ne vedono molti, di cadute rovinose in volata parecchie, ma raramente avevamo assistito ad una sequenza così violenta e spaventosa, che a differenza dell’incidente occorso un anno fa a Lambrecht, non può essere classificata come “fatalità”.

Per l’UCI esiste un unico colpevole: il suo nome è Dylan Groenewegen. È l’atleta che ha tagliato per primo il traguardo, è uno dei velocisti più forti al mondo e a 27 anni, con più di 50 vittorie da professionista conseguite, può vantare una notevole esperienza in materia di volate. Oggi, Dylan Groenewegen ha commesso una scorrettezza: ha cambiato traiettoria negli ultimi 200 metri, spingendo il connazionale Jakobsen verso le transenne; quel che è peggio, ha alzato il gomito quando il rivale era ormai chiuso, costringendolo alla terribile e rovinosa caduta che tutti abbiamo visto.

Fin qua, fatti incontrovertibili. E all’UCI tanto basta per sbattere il mostro in prima pagina, ed annunciare che ci saranno pesanti sanzioni per Groenewegen. In realtà solo fermandosi alla dinamica in sé ci sarebbe già del materiale di riflessione per l’Unione Ciclistica Internazionale, dato che manovre come il cambio di traiettoria in volata vengono troppo spesso tollerate dalle giurie, almeno fino a quando non ci sono incidenti. Lo stesso Groenewegen, nel 2016, vinse la volata dell’Eurometropole con una manovra simile,  non ci furono incidenti perché Oliver Naesen non è un velocista e non ebbe il pelo sullo stomaco di infilarsi tra le transenne. Ma non possiamo certo fermarci qua: come abbiamo detto, queste sono cose che succedono spesso, ma raramente si rischia la carneficina come oggi.

E allora, osservando un po’ più attentamente la volata odierna, si osserverà come i corridori siano arrivati al traguardo molto più veloci del solito: questo perché gli ultimi 200 metri della tappa sono in lieve discesa. E non si tratta di un arrivo che viene proposto per la prima volta, ma che si ripete da più edizioni di questa corsa. Non è difficile capire che ad 80 km/h il controllo della bicicletta diventa più difficile che a 60, e che se si cade, l’impatto è più violento e ci si fa molto più male. Inoltre, le transenne sono volate via come mattoncini dei Lego: transenne che oltre ad  essere leggere e non ben piantate al terreno, erano disposte male, sfasate, rendendo ancor più difficile per Jakobsen prendere le corrette misure dello spazio di passaggio. Transenne che avrebbero dovuto proteggere chi si trovava al di là (e così non è stato per niente) e che invece si son trovate proiettate nel bel mezzo della strada, causando pericolo a tutti i corridori.

La sicurezza in gara non è certo responsabilità di Dylan Groenewegen: è responsabilità di chi organizza una corsa, e della commissione di giuria UCI che ne approva l’operato. La presa di posizione dell’UCI contro l’atleta è ipocrita e vigliacca: è una foglia di fico nei confronti dell’operato di un organizzatore che, sin dall’ingresso del World Tour nel 2005, è stato troppe volte al centro dell’attenzione per mancanza di sicurezza in corsa. Di seguito un elenco dei fatti salienti:

  • 2008: Alla quarta tappa i corridori protestano per la pericolosità del circuito finale di Lublin, accentuata dalla pioggia, ed invalidano il finale di gara;
  • 2014: Nella prima tappa i fuggitivi finiscono su un tir parcheggiato nel percorso di gara (ma è solo l’ultimo di una serie di episodi avvenuti anche negli anni precedenti, con coinvolgimento anche di auto della polizia)
  • 2016: La tappa di montagna di Bukowina Tatrzanska viene dapprima accorciata e poi definitivamente annullata dopo 35 km per impraticabilità del percorso a causa delle forti piogge; 35 km tranquillamente evitabili, un’inutile forzatura degli organizzatori.
  • 2017:  è l’episodio più bizzarro: un pony, per fortuna molto disciplinato,  cavalca per qualche chilometro in mezzo al gruppo nel corso della sesta tappa, finché il russo Roman Maikin, manifestando una certa esperienza coi cavalli, non lo conduce fuori dal percorso.

Paradossalmente, l’incidente di Lambrecht è l’unico caso nel quale non risultano responsabilità appuntabili a Czesław Lang e soci.

UCI Ipocrita, vigliacca e criminale. Perché in questo momento nessuno vorrebbe essere Dylan Groenewegen, un uomo solo contro il mondo, il quale sta affrontando un momento cruciale nella sua carriera (cosa che evidentemente non ha ben compreso un personaggio tossico per il ciclismo come Patrick Lefevere, che si è scagliato in maniera brutale contro di lui: chi conosce la sua storia sa bene che il soggetto è sempre stato “Cicero Pro Domo Sua” e l’avere la sua roba un corridore che rischia la vita non è un alibi, giacché a parti invertite si sarebbe comportato in modo estremamente diverso. 

Ciò che Groenewegen rischia di perdere va ben oltre la squalifica che presto o tardi gli sarà comminata. Come tutte le persone coinvolte in maniera accidentale in un incidente serio, Groenewegen dovrà inevitabilmente fare i conti con i dubbi ed i sensi di colpa, oltre che col giudizio di colleghi e tifosi. È una punizione già abbastanza severa per chi ha fatto quello che diversi suoi ciclisti in passato hanno fatto impunemente, o senza vergogna. Un organo internazionale, a caldo, dovrebbe proteggere i suoi tesserati, non usarli come capri espiatori da dare in pasto all’opinione pubblica. In passato è una cosa già successa con vicende di doping o simili, qualcuno è morto e qualcun altro ne è rimasto profondamente leso, evidentemente la memoria di questa UCI è corta.

Come sempre, a questo punto chi può fare la differenza sono sempre i corridori: per fortuna ieri in molti hanno mangiato la foglia e puntato il dito nella giusta direzione. Occorre un’azione forte per la sicurezza in gara, occorre una protesta: lo si deve a Jakobsen, agli altri atleti per terra, e un po’ anche a Groenewegen.

 

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