Biniam Girmay batte Mathieu Van der Poel a Jesi © RCS Sport
Biniam Girmay batte Mathieu Van der Poel a Jesi © RCS Sport

Indelebile Girmay! Mathieu può solo complimentarsi

Giro, volata memorabile e vittoria storica per Biniam a Jesi. Van der Poel perde con sportività, bel terzo posto per Vincenzo Albanese. L’alta classifica non cambia, Juan Pedro López è sempre in maglia rosa

A Wout Van Aert davanti alla tv sarà scesa una lacrima, ripensando al Fiandre 2020 (come immaginiamo faccia un giorno sì e uno no…), perché in onda c’era un documentario molto interessante dal suo punto di vista: come battere Mathieu Van der Poel in una volata tirata. Relatore, Biniam Girmay. Ragazzone di 22 anni veloce e resistente, chi si fosse perso i suoi primi passi nel mondo del ciclismo professionistico (un anno e mezzo alla Delko prima di passare la scorsa estate all’Intermarché) si sarà comunque accorto della sua esistenza all’ultima Gand-Wevelgem, da lui vinta grazie a una volata ristretta, più o meno come quella di oggi a Jesi.

Più ristretta perché lì erano in 4 a sprintare mentre oggi nel primo gruppetto arrivato al traguardo c’erano 28 corridori; meno ristretta perché lì erano in 4 a sprintare mentre oggi di fatto erano in due: Biniam, detto Bini; Mathieu, detto il Fenomeno. Che Girmay sia un tipetto sveglio l’abbiamo capito da tempo, in questi giorni non sta facendo altro che stare sul mozzo di Van der Poel perché è lui il suo avversario, quindi l’uomo da marcare, eventualmente il collega da cui imparare, di sicuro uno a cui dare, prima o poi, una lezione. Bene, dopo la delusione di Visegrád (che comunque era una delusione carica di augusti presagi) oggi è arrivato il momento di quella lectio magistralis.

E torniamo a Wout, che tiriamo in ballo in maniera un po’ artificiosa (ammesso che possa mai esserlo, quando si parla – per sigle come piace a noi – di MVDP e WVA): perché quella volata del Fiandre 2020 fu paradigmatica tanto quanto quella di oggi. Anzi invertiamo: è oggi il paradigma (di come battere Mathieu in una volata testa a testa), quello fu l’antiparadigma. Bisogna insomma partire lunghi, più lunghi che si può. 300 metri? Va bene. 350 metri? Ottimo! 350 metri con strada che tira all’insù? Fantastico! Però: valla a realizzare. Chi te la potrà mai fare una volata di 350 metri all’insù, e vincerla? Da oggi lo sappiamo: Biniam Girmay.

Ovvero un altro che nel ciclismo dei fenomeni si trova comodo, si ritaglia un posto destinato a diventare sempre più preminente e, guarda te le cose, non ha nemmeno nulla da invidiare a quelli del Belgio o dell’Olanda o della Colombia in termini di tifosi, perché lui ha una nazione intera a palpitare per le sue imprese, ad attenderlo all’aeroporto quando torna a casa, ad accalcarsi a bordo strada quando lui fa il giro d’onore per la città: è già successo dopo la sbornia di Wevelgem, risuccederà dopo questo suo Giro storico, vedrete. Tornerà ad Asmara, capitale dell’Eritrea, e sarà accolto come un presidente, di più, come un re, di più, come uno che ha vinto una tappa al Giro d’Italia, e nessuno come lui c’era mai riuscito prima. Secondo africano a conquistare un successo parziale nella corsa rosa, il primo e sin qui unico (se vogliamo transigere sull’eccezione Chris Froome) era stato Alan Van Heerden, sudafricano a segno nel 1979 nella Chieti-Pesaro, guarda il caso, partenza da quella zona dell’Abruzzo, arrivo in quella zona delle Marche. Ma primo assoluto tra i corridori provenienti dal cuore del continente. Uno di quei giorni che restano negli almanacchi, insomma, questo della sua affermazione jesina.

Girmay vince e Van der Poel perde, ma certo perde proprio come un Mathieu Van der Poel, in maniera prorompente e spettacolare, dopo aver fatto tutto quel che gli era possibile (o che gli veniva in mente) per piegare ancora la storia della gara alle proprie volontà. Gli è mancato poco, 30 metri o forse 50, ma sufficiente – quello spazio – per formalizzare subito nella propria mente la sconfitta e metabolizzarla al volo, insieme a un cenno che diventa istantaneamente un meme, un ok agitato all’indirizzo di Bini con tanto di espressione del volto che a Roma tradurrebbero con un “me cojoni!”, altrove con un più moderato “tanta roba” e sulle carte intestate con un “complimenti sinceri”. Anche l’abbraccio post tappa, immediato, da parte di Mathieu al più giovane avversario, dice tanto dello spirito con cui questo ragazzo toccato dalla grazia interpreta la vita e il ciclismo. Se giocasse a rugby sarebbe il re del terzo tempo, Mathieu. Ma per fortuna gioca a ciclismo. “Gioca” a ciclismo, non è casuale quel verbo, pensateci.

La Pescara-Jesi di 196 km, decima tappa del Giro d’Italia 2022, era la frazione dei muri marchigiani, si transitava anche da Filottrano e non occorre dire altro: una folla ha atteso il passaggio della carovana rosa nel paesino di Michele Scarponi, tra mille omaggi e tanta tanta commozione. Dall’Abruzzo si è partiti veloci ma la fuga ha subito preso il via con tre uomini: Alessandro De Marchi (Israel-Premier Tech), Mattia Bais (Drone Hopper-Androni Giocattoli) e Lawrence Naesen (AG2R Citroën). Il vantaggio del trio è arrivato a 6’10” al km 40, poi via via Lotto Soudal, Alpecin-Fenix e Intermarché-Wanty su tutte hanno lavorato per ridurre il gap.

Poco da segnalare davanti (i traguardi volanti di Civitanova Marche e di Filottrano vinti da Bais, i Gpm di Montecosaro e Recanati conquistati da De Marchi), poco anche dietro a parte qualche intoppo: in particolare per la INEOS Grenadiers, i cui corridori oggi tendevano a perdere la sfida con la forza di gravità: caduto prima Ben Tulett, poi – cosa più rilevante – pure Richard Carapaz. Per fortuna nessuna conseguenza per entrambi, che sono rientrati nel plotone, l’ecuadoriano a 53 km dalla fine. Ovvero negli stessi frangenti in cui Mathieu Van der Poel (Alpecin) si ritrovava col cambio danneggiato da un detrito finito tra gli ingranaggi.

Cambio di bici e rientro solitario per Mathieu, che aveva perso nominalmente un minuto, ma dalla testa del gruppo: le ammiraglie le aveva più o meno davanti e il suo slalom tra di esse è stato motivo di spettacolo, mentre il Fenomeno si riportava ufficialmente in mezzo agli altri. Un “in mezzo” da cui mancavano alcuni nomi eccellenti dello sprint, per esempio Caleb Ewan (Lotto), staccatosi già a 80 km dalla fine sulla salita di Montelupone e destinato poi ad andare alla deriva, e pure Mark Cavendish che aveva perso contatto ai -70 sulla rampa di Recanati. Da annotare, infine, un paio di tentativi di allungo di Christopher Juul-Jensen (BikeExchange-Jayco), il secondo ancora a 33 km dalla fine sulla salita di Santa Maria Nuova, quando il danese è stato contenuto da Dries De Bondt (Alpecin) e Lorenzo Rota (Intermarché) nei panni dei padrini di Van der Poel e Girmay.

Sulla stessa ascesa, poco più avanti, dal terzetto al comando, a cui non rimaneva che un minuto di margine, è partito De Marchi, con l’idea di farseli da solo quei 32 km che mancavano alla fine. Altri intoppi: Tom Dumoulin (Jumbo-Visma) ha cambiato bici anche lui per un problema al cambio, è presto rientrato. A 25 km dalla fine Bais e Naesen sono stati raggiunti, ai -20 è stato ripreso pure De Marchi mentre gli Alpecin continuavano a tenere un ritmo altissimo, il quale non ha però impedito qualche fuoriuscita per esempio ai -12 si è mosso Tobias Foss (Jumbo) nella prima parte della salita di Monsano, l’ultima della giornata. Il campione nazionale norvegese è durato un chilometro, poi nell’ultima parte della rampa, ai -10, è passata a tirare la INEOS con una notevole trenata di Pavel Sivakov che ha fatto male a una parte del gruppo, per esempio Richie Porte, che del team inglese sarebbe teoricamente la seconda punta, anche se non vicinissimo in classifica, e che oggi scivola più giù nella generale, lui come peraltro Lennard Kämna (Bora-Hansgrohe), per restare ai più in vista delle graduatorie; perché se allarghiamo lo sguardo troppi ne dobbiamo comprendere, tra gli attardati di giornata, a partire da tutti gli altri velocisti che avevano resistito sin lì.

Le sparate del finale sono state troppo per Arnaud Démare (Groupama-FDJ), Giacomo Nizzolo (Israel) e via dicendo, e di fatto si son trovati a giocarsi il successo solo gli uomini di classifica e quelli da classiche. E come se lo son giocato! Ai 9.3 è partito Alessandro Covi (UAE Emirates), inseguito da Domenico Pozzovivo, oggi più che mai Madre Superiora della Intermarché, quindi ci ha provato Lucas Hamilton (BikeExchange-Jayco) e, sulla discesa da Monsano, ai 7.3, ecco l’allungo del cuore, quello di Vincenzo Nibali (Astana Qazaqstan); durato poco, perché subito Rota (ancora lui) si è messo in scia, e poi lo stesso MVDP è andato a chiudere ai 6.8.

Subito dopo Girmay ha sbagliato una curva a sinistra, pensava di dover andare dritto, insomma ha perso per un attimo il contatto epidermico con Mathieu finendo nelle retrovie, e subito se ne sono approfittati, dapprima Simon Yates (BikeExchange) con Davide Formolo (UAE), Giulio Ciccone (Trek-Segafredo) e proprio Van der Poel. Il quartetto è stato di fatto riassorbito ai 5 km ma di nuovo è partito in contropiede il Fenomeno. Formolo, provando a inseguire Mathieu, si è ritrovato a litigare col filo della radiolina (che sfuggiva via) e si è rialzato per non cadere; un breve allungo di Davide Ballerini (Quick-Step Alpha Vinyl) ai 4 km con a ruota Girmay (che aveva rapidamente ripreso le posizioni giuste), ai 3.7 Van der Poel si è fermato e per un attimo ci ha provato Carapaz, senza far la differenza.

Infine ai 3 km è partito forte Hugh Carthy (EF Education-EasyPost), a completare la teoria di azioni dei delusi del Blockhaus, ma pure lui non è andato dove voleva, ed è stato raggiunto ai 1400 metri. Restava solo da organizzare la volata leggermente all’insù di Jesi, la Intermarché poteva disporre più o meno di un vero treno, ma Van der Poel ha ideato quella che doveva sembrargli (in effetti lo era) un’ottima idea, piazzandosi lui alla ruota di Pozzovivo, l’uomo deputato a lanciare lo sprint. E invece Girmay gli è uscito di lato, ai 350 metri, alle transenne sulla destra, come un missile, e già per prendergli la ruota son partiti 3-4mila watt (è un’iperbole). Mathieu ha acchiappato Bini, l’ha affiancato al centro, pensava forse di poterlo sopravanzare, e invece il lumicino che rappresentava lo stato delle sue forze è andato sempre più affievolendosi, fino al blackout degli ultimi 50 metri, quando all’olandese è rimasta solo la forza per complimentarsi con colui che lo stava battendo in maniera fragorosa. Sportività a mille, come l’adrenalina del pubblico e la felicità di Girmay, che ha esultato con un urlo cinematografico prima di ricevere le congratulazioni di mezzo gruppo.

I primi 10 di quei 28 cui accennavamo più su: Girmay e Van der Poel già li sappiamo; si sono poi piazzati nell’ordine Vincenzo Albanese (Eolo-Kometa), complimenti a lui per il podio di giornata, Wilco Kelderman (Bora), Carapaz, Koen Bouwman (Jumbo), Romain Bardet (DSM), Pello Bilbao (Bahrain-Victorious), João Almeida (UAE) e Mauro Schmid (Quick-Step); Fabio Felline (Astana), Vincenzo e Mimmo hanno chiuso nei 20, rispettivamente 12esimo, 15esimo e 18esimo.

Qualche assestamento in classifica nel giorno della settima maglia rosa di Juan Pedro López. A 12″ dal capitano Trek c’è sempre Almeida, seguito da Bardet a 14″, Carapaz a 15″, Jai Hindley (Bora) a 20″, Guillaume Martin (Cofidis) a 28″, Mikel Landa (Bahrain) a 29″, Pozzovivo a 54″, Emanuel Buchmann (Bora) a 1’09”, Bilbao a 1’22”, Alejandro Valverde (Movistar) a 1’23”, Thymen Arensman (DSM) a 1’27”, Nibali a 3’04”, Jan Hirt (Intermarché) a 3’09”, Carthy a 4’22”, Lorenzo Fortunato (Eolo) a 6’51”, Iván Ramiro Sosa (Movistar) a 6’55”, Sam Oomen (Jumbo) a 7’21”, Kämna a 8’34”, Porte a 8’41” (quattro posizioni in meno per questi ultimi due), Bouwman a 9’38”, Ciccone a 10’12”, Kelderman a 11’02”, Yates a 11’11”, Sivakov a 11’54” e con lui siamo a 25.

Che domani dovrebbero restare più o meno immutati, a parte eventuali incidenti di percorso nella facilissima tappa 11, 203 km completamente pianeggianti da Santarcangelo di Romagna a Reggio Emilia. Chissà se Girmay si presenterà al via con una benda sull’occhio, dato che durante le premiazioni s’è aperto lo spumante sparandosi il tappo sull’occhio, appunto. Una gioia accecante, quasi.

Archivio

La vignetta di Pellegrini

Versione stampabile