Simon Yates vince la memorabile tappa di Torino @ RCS Sport
Simon Yates vince la memorabile tappa di Torino @ RCS Sport

È duello Carapaz-Hindley, è bello pure tutto il resto

Giro rivoluzionato dalla tappa di Torino: attacca la Bora e stravolge la classifica, l’ecuadoriano è la nuova maglia rosa tallonato da Jai. Tappa a Simon Yates, Vincenzo Nibali lotta alla pari coi più forti, Pozzovivo gran resistenza

Ma che bella tappa ci siamo goduti oggi? Su un percorso nato per stimolare attacchi e scontri frontali, i corridori del Giro d’Italia sono stati decisamente all’altezza delle attese, con un avvio di corsa battagliatissimo per quellli che cercavano la fuga, una fase centrale in cui la Bora-Hansgrohe si è presa l’incarico di smobilitare tutte le possibili certezze del gruppo, e un lungo finale in cui i più forti di giornata si sono sfidati con continui allunghi, inseguimenti, tentativi, azzardi, in una mai finita dissipazione di risorse fisiche e mentali. Di vincitori ne contiamo più d’uno: Simon Yates, che conquista la vittoria parziale con una bella azione nel finale, ed è la sua sesta affermazione al Giro; Richard Carapaz, che da pronostico si prende la maglia rosa, chissà se per mollarla prima o poi o se per tenerla fino a Verona; Jai Hindley, che giustifica il lavorone della Bora con la conferma di essere pienamente in corsa per il successo conclusivo, a coronamento di una frazione in cui ha affrontato con coraggio e consapevolezza lo stesso Carapaz e tutti gli altri, senza timore alcuno.

Poi Vincenzo Nibali, che ci ha fatto a tratti riassaporare certi gusti che ci prendevamo qualche anno fa, quando lo Squalo si giocava la vittoria più o meno in ogni GT a cui prendeva parte. A guardare le immagini di oggi senza nulla sapere sui contendenti, nessuno avrebbe potuto indovinare l’età esatta del siciliano (37 e mezzo); e lo stesso vale per Domenico Pozzovivo, che continua a fare l’highlander a quasi 40 anni, gravitando intorno ai vertici della corsa (quinto all’arrivo, quinto in classifica) con rara sapienza.

A oggi non riusciamo a dire se Carapaz paia effettivamente il più forte in gara, o se la rinascita di Hindley sia destinata a durare per tutta la prossima settimana. Se commentassimo una classica individueremmo in loro due e in Nibali i più forti della carovana, ma ricordiamoci di non considerare i valori visti oggi come scolpiti nella pietra, tutto potrà cambiare da qui a Verona, e anzi sarà molto facile vedere qualcuno di quelli che oggi parevano incontenibili andare in difficoltà su salite di diversa natura, all’interno di vere e proprie tappe di montagna, mentre è vero anche il viceversa, qualcuno tra quelli che oggi non hanno vissuto una giornata propriamente speciale ritroverà verve ed efficacia sulle grandi salite (pensiamo in particolare a Landa). A questo ovviamente aggiungiamoci il fatto che un GT è sempre un grande concentrato di entropia, ogni giorno è in programma un colpo di scena, positivo o negativo che sia, per cui guai a pensare che la classifica dopo 14 tappe debba poi assomigliare necessariamente a quella che avremo a fine gara. Anzi, l’esperienza ci insegna che spessissimo non sembrano nemmeno lontane parenti.

A margine di tutto, una riflessione sulla formula utilizzata per questa tappa (e in misura minore per quella di Napoli): circuito con salite brevi ma dure e ripetute intorno a una grande città. Beh, funziona maledettamente, e dovrà obbligatoriamente essere replicata, del resto lo si potrebbe fare per qualunque delle più importanti città italiane: lo spettacolo, sia sportivo che di pubblico che di scenari, è garantito!

Veniamo quindi alla fluviale cronaca di questa 14esima tappa del Giro d’Italia 2022, i 147 km da Santena a Torino. Non hanno preso il via Giacomo Nizzolo (Israel-Premier Tech), alle prese con dei malesseri e sicuramente scoraggiato dalla durezza delle restanti frazioni (a partire da quella odierna), Cees Bol (DSM) e Alexander Krieger (Alpecin-Fenix). Sin dalla partenza si è capito che ci sarebbe stato da battagliare tutto il giorno, del resto se il primo attacco lo muove dopo un chilometro Mathieu Van der Poel (Alpecin), il viatico è il massimo. Magari evitiamo di citare tutti gli uomini che, a ondate, hanno tentato invano di andare in fuga nei primi 40 km pianeggianti, più importante dire che in questa fase si è subito ritirato Tom Dumoulin (Jumbo-Visma), per il quale è stata troppo la prima salita di giornata, Il Pilonetto. Sulle cui rampe, tra gli altri, ha brillato per attivismo Simon Yates (BikeExchange-Jayco).

In vista del Gpm del km 43 (-104) si è avvantaggiato un gruppetto con la maglia azzurra Diego Rosa (Eolo-Kometa), poi transitato per primo in cima,  Ignatas Konovalovas (Groupama-FDJ) e Joe Dombrowski (Astana Qazaqstan), quindi in discesa sono subito rientrati anche Filippo Zana (Bardiani-CSF), Ben Zwiehoff (Bora-Hansgrohe), Diego Camargo (EF Education-EasyPost), Iván Sosa (Movistar) e Alessandro Covi (UAE Emirates). In seconda battuta son rientrati pure Nans Peters (AG2R Citroën), Sylvain Moniquet (Lotto Soudal), James Knox (Quick-Step Alpha Vinyl) e Oscar Riesebeek (Alpecin). A 92 km dall’arrivo avevamo insomma il drappello della fuga buona, formato da 12 corridori; e il vantaggio rapidamente cresciuto fino a 2’20” non faceva che consolidare tale convinzione.

E invece sulla salita di Parco della Rimembranza ai -86 la Bora ha iniziato a martellare con un ritmo potente il plotone, e l’ha fatto sia scalando che successivamente scendendo, fatto sta che al primo passaggio da Torino, ai -73.5, ai battistrada non restavano che 20″, mentre il gruppo maglia rosa era più bucherellato di un bilancio statale, e i più svegli a rispondere alla provocazione del team tedesco erano stati Richard Carapaz col compagno Pavel Sivakov (INEOS Grenadiers), la coppia Bahrain-Victorious Mikel Landa-Pello Bilbao, la coppia arzilla Vincenzo Nibali (Astana) e Domenico Pozzovivo (Intermarché-Wanty), quest’ultimo col compagno Jan Hirt, inoltre Simon Yates (BikeExchange-Jayco), attivo tra i provatori di fughe in avvio di tappa, e, pur con qualche difficoltà dello spagnolo, anche i due Trek-Segafredo Giulio Ciccone e Juan Pedro López, il quale peraltro indossava pure la maglia rosa, come ben sappiamo.

Subito iniziava la salita di Superga, e qui, dopo aver speso Giovanni Aleotti, Ben Zwiehoff (fermato dalla fuga) e Lennard Kämna, la Bora ha messo alla catena Wilco Kelderman e lui è stato super nel continuare a tenere a distanza i più fragili della giornata e nel lavorare ai fianchi tutti gli altri. Carapaz s’è ritrovato solo, disintegrata in pratica la INEOS che pure era (è probabilmente è ancora, al netto di una giornata negativa) considerata la più forte formazione del Giro a supporto di un capitano, intanto venivano ripresi e staccati i fuggitivi ancora rimasti davanti, ultimi a resistere coi migliori Dombrowski e Konovalovas.

Lungo la salita Ciccone è saltato (proprio completamente) mentre João Almeida (UAE) è riuscito a rientrare sui migliori ai -65, cosa che invece non è riuscita a Guillaume Martin (Cofidis), che pure era stato col portoghese per buona parte della scalata. Più indietro rispetto al francese Hugh Carthy (EF), Thymen Arensman (DSM), Alejandro Valverde (Movistar), per restare ai nomi più in vista in classifica. Carthy è riuscito a rientrare su Martin (e Konovalovas e Dombro) sulla successiva discesa (ai -60), ma è stato un fuoco di paglia: scordiamoci di vedere il britannico protagonista dell’alta classifica. Ma pure Martin, per quanto ci si impegnasse, non riusciva a far nulla di diverso dal vedere aumentare il gap rispetto ai migliori. Da dietro sarebbe rientrato più avanti sul francese pure un gruppetto col citato Arensman e con Lorenzo Fortunato (Eolo-Kometa), Diego Ulissi (UAE) e Zana (che faceva un po’ l’ascensore) tra gli altri. Valverde restava ancora più lontano, con Lucas Hamilton, uomo di classifica della BikeExchange dopo gli ulteriori 8′ persi ieri da Yates.

Di sicuro i primi non si preoccupavano dei crescenti ritardi degli inseguitori, la lotta era vibrante e al primo passaggio sul Colle della Maddalena ai -51 continuava il gran lavoro di Kelderman, con Hirt a soffrire parecchio nella circostanza. Era comunque sostanziato il drappello di 12 al comando: in ordine di classifica, López, Carapaz, Almeida, Hindley, Landa, Pozzovivo, Buchmann, Bilbao, Kelderman, Nibali, Hirt, Yates. 3’15” per loro al secondo passaggio da Torino, ai -36, rispetto al drappello Martin-Arensman, e 4’30” su Valverde-Hamilton (e Carthy, che sulla Maddalena aveva perso molto).

Solo all’inizio della seconda e ultima scalata a Superga, ai -32, Kelderman si è sfilato dopo aver tirato per un giro intero del circuito intorno alla prima capitale d’Italia. Questa ascesa è parsa infinita, coi successivi affondi di Buchmann, Carapaz, un Nibali che da tanto tempo non vedevamo così ispirato, Hindley, questi ultimi tre di gran lunga i più in palla. Gli altri, soffrendo e vedendo madonne, sbuffavano e poi si riavvicinavano per rientrare, in quest’attività Almeida come al solito brillava più di tutti.

Ai -28.6 (eravamo ancora su Superga) lo scattone di Carapaz ha fatto il vuoto e ha buttato all’aria López, qui finito definitivamente fuori dai giochi. Un chilometro e mezzo di rimanente salita per portarsi a 20″ di margine sui primi inseguitori, tirati in discesa da Bilbao soprattutto, e un margine di 25″ (ma era stato anche di 30″) tenuto all’abbrivio dell’ultimo Maddalena ai -16: su queste basi l’ecuadoriano provava a vincere la tappa, pur tenendo sempre in mente che l’obiettivo prioritario della giornata era la conquista della maglia rosa (da cui lo separavano soli 12″ alla partenza).

A 15 dalla fine nessuno si è più stupito quando ha assistito a un nuovo, bello scatto di Nibali. Hindley è stato il primo a seguire lo Squalo, e i due se ne sono andati, riavvicinando sensibilmente Carapaz prima di subire il rientro del solo Yates, laddove gli altri andavano scemando. Hindley ha rilanciato ancora ai 14.3, e qui ha staccato – anche se di poco – Nibali, portandosi per primo su Carapaz; poco male per il messinese, che ha gestito il tratto più duro della salita per poi rientrare non appena per un po’ spianava, esattamente come ha fatto peraltro Yates. Eravamo a 13 km dalla fine e in testa c’era un quartetto. All’inseguimento Pozzovivo e Almeida si erano sbarazzati del duo Bahrain, e in discesa il lucano avrebbe pure staccato João.

Nibali non ha forzato lungo la picchiata, lasciando che fosse Hindley a guidare il trenino, ma ha prodotto un ultimo tentativo sulla rampa di Parco del Nobile, ai -5.2, senza però riuscire a disfarsi della compagnia. Cosa invece riuscita poco dopo a Yates, che ai 4.6 se n’è andato verso il secondo successo di tappa al Giro 2022 dopo la crono di Budapest. Per lui sarà come al solito una corsa rosa carica di rimpianti. Lo Squalo ha giusto forzato un po’ nei 2500 metri finali in discesa, ma ormai non c’erano più differenze possibili se non quella della volata d’arrivo che avrebbe attribuito pure qualche secondo d’abbuono a 15″ dal vincitore.

A prevalere per il secondo posto è stato Hindley (che si era preso pure 1″ di bonus contro i 2 di Carapaz al traguardo volante dei -4.5), terzo l’ecuadoriano, quarto Vincenzo. A 28″ è arrivato Pozzovivo, a 39″ ALmeida, a 51″ Landa e Bilbao, a 1’10” Buchmann e a 4’25” López a chiudere la top ten. Fuori dai 10 Hirt a 6’28”, Valverde con Hamilton e Kelderman a 8’04”, Zana 15esimo a 8’50”, Martin a 9’37”, Fortunato e Dombrowski a 10’16”, Arensman a 10’41” e Santiago Buitrago (Bahrain) a 10’49”; ancora, 21esimo Diego Ulissi (UAE) a 11’14”, mentre Ciccone ha pagato 13’43” e Carthy addirittura 17’17”.

La nuova generale vede Carapaz in maglia rosa con soli 7″ su Hindley, 30″ su Almeida, 59″ su Landa, 1’01” su Pozzovivo, 1’52” su Bilbao, 1’58” su Buchmann, 2’58” su Nibali, 4’04” su López e 9’06” su Valverde. Seguono Hirt a 9’16”, Martin a 9’44”, Kelderman a 10’34”, Hamilton a 11’28”, Arensman a 11’47”, Fortunato a 16’46”, Yates a 18’44”, Bauke Mollema (Trek) a 19’57”, Sam Oomen (Jumbo) a 20’43”, Carthy a 21’18”, Buitrago a 22’45” e Ciccone, 22esimo, a 23’34”. Nei 30 entra Luca Covili (Bardiani), 29esimo a 38’06” da Carapaz.

Domani teoricamente si potrà replicare perché si va ancora in salita, e ancor più su, ma l’ultima scalata dei 177 km della 15esima tappa del Giro, la Rivarolo Canavese-Cogne, è parecchio facile per quanto lunga (22 km da Aymavilles all’arrivo); bisognerà vedere come ci si arriverà dopo le precedenti ascese di Pila e Verrogne, non facili, e soprattutto dopo le fatiche di oggi. Potrà succedere di tutto, così come quasi niente.

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