Elia Viviani Campione del Mondo 2021 nell'Eliminazione © UCI
Elia Viviani Campione del Mondo 2021 nell'Eliminazione © UCI

Viviani, arriva infine la vittoria più attesa!

L’Italia chiude i Mondiali di Roubaix con il quarto oro: quello di un gigantesco Elia nell’Eliminazione. La rassegna iridata si chiude con 10 medaglie azzurre, un risultato da tramandare ai posteri

Avevamo aperto i Mondiali su pista 2021 con un oro, quello di Martina Fidanza nello Scratch, e chiudiamo col medesimo metallo: Elia Viviani fa sventolare ancora un tricolore nel Vélodrome Jean Stablinski di Roubaix, è quello che accompagna il suo primo titolo mondiale su pista, conquistato nell’ultima prova della rassegna iridata 2021, l’Eliminazione. A 32 anni il veronese aggiunge la perla che mancava a una carriera praticamente perfetta negli anelli di tutto il globo, il Campione Olimpico di Rio nell’Omnium può da oggi mirare e rimirare la maglia iridata a lungo inseguita e sempre sfuggita, a volte per pochissimo: due argenti e due bronzi finora (l’ultimo nell’Omnium appena ieri), ma le sue ambizioni si appuntavano su questa Eliminazione, gara in cui si è sempre espresso ai massimi livelli, sulla quale ha costruito molto dei suoi successi nell’Omnium, e su cui l’Italia in questi anni ha dimostrato di essere una delle nazionali capofila: non è un caso che nella stessa prova, qualche giorno fa, anche Letizia Paternoster abbia alzato le braccia a Roubaix.

La gara è iniziata con una foratura del francese Donavan Grondin (uno dei favoriti) subito dopo le prime due eliminazioni (il primo a uscire, a sorpresa, lo svizzero Claudio Imhof); rientrato il transalpino, Elia ha controllato agevolmente tenendo le posizioni di testa fino a metà corsa, e ha visto uscire tra gli altri il giapponese Eiya Hashimoto, il tedesco Theo Reinhardt, il bielorusso Yauheni Karaliok; brividi quando in gara restavano 9 atleti su 22, con Viviani che ha avuto un passaggio di leggero appannamento, dovendo lottare per lasciarsi alle spalle l’israeliano Rotem Tene prima e lo statunitense Gavin Hoover poi.

Superata questa fase critica, l’azzurro ha pienamente ripreso il controllo della situazione, facendo praticamente il bello e il cattivo tempo mentre vedevano finire la propria prova lo spagnolo Erik Martorell, il britannico Ethan Vernon e il belga Jules Hesters. Restavano in quattro per tre medaglie: Grondin ha pagato caro un allungo del portoghese Iuri Leitao, venendo eliminato a un passo dal podio. No contest per il russo Sergei Rostovtsev, che a un giro e mezzo dal terz’ultimo sprint si è fatto sorprendere da un taglio della parabolica con cui Viviani si è involato insieme a Leitao.

La lotta a due per l’oro è stata entusiasmante, il lusitano ha provato a metterla giù dura, forzando già al penultimo giro e impostando una volata lunga, ma Viviani a quel punto era come un lupo sulla preda, non avrebbe mai mollato la presa e infatti, dopo aver concesso un paio di metri all’avversario, ha chiuso il buco sulla penultima parabolica per lanciarsi sul controrettilineo. Nulla ha potuto Leitao per contenere la foga agonistica di Elia, che è andato a vincere nettamente la volata, già virtualmente archiviata sull’ultima parabolica. Il rettilineo finale è servito all’azzurro solo per realizzare quanto stava avvenendo e per caricare l’esultanza sempre rinviata. Campione del Mondo!

Tra l’altro Leitao è proprio il corridore che ieri sera era stato superato all’ultimo sprint dal veronese quando sentiva di avere in tasca il bronzo dell’Omnium: se non inizierà a sognarsi Elia nei peggiori incubi, poco ci manca… Per Viviani quasi un premio alla carriera: il veterano della pista azzurra, il capo carismatico riconosciuto del gruppo di Marco Villa e Dino Salvoldi, colui che ha indicato a tutti la via della multidisciplina tra strada e pista, un corridore a cui il movimento italiano dovrà essere sempre grato per aver dimostrato che si può: primeggiare di qua e di là, fare bene d’estate e d’inverno, dividersi tra più specialità diverse, insomma un vero e proprio faro che la stessa UCI omaggia dell’appellativo di “Leggenda” nella sua comunicazione post-gara, me che in Italia incredibilmente trova ancora, nella parte finale di una carriera splendida, sin troppi detrattori. Una rivincita per colui che ieri abbiamo ribattezzato il “Mahatma” della nostra pista: la Grande Anima, che risponde agli impulsi (e li guida) di un grande cuore.

Resta da dare conto delle altre gare che hanno completato il programma odierno. Nelle discipline veloci l’atteso dominio olandese si è dispiegato nella Velocità maschile, con Harrie Lavreysen che ancora una volta ha battuto in finale Jeffrey Hoogland con un netto 2-0, nonostante il secondo abbia provato nella seconda manche a sorprendere il connazionale: ma non c’è stato verso, troppo superiore Harrie, iridato per il terzo anno di fila. Il bronzo è andato al francese Sébastien Vigier, portato alla bella dal tedesco Stefan Bötticher (che in realtà ha pagato una retrocessione nella prima manche e che in semifinale aveva fatto vedere le streghe a Hoogland).

E alle medaglie oranje ha fatto eco l’ennesimo oro tedesco tra le donne sprint: nel Keirin hanno dato forfait Emma Hinze e Pauline Sophie Grabosch, ma poco ha contato, visto che a imporsi è stata Lea Sophie Friedrich, già a segno nella Velocità a squadre e nei 500 metri. In finale LSF ha piegato la giapponese Mina Sato, la russa Yana Tyshchenko, la statunitense Madalyn Godby e la canadese Kelsey Mitchell. Non partita l’altra russa Daria Shmeleva, caduta malamente dopo aver tagliato (qualificandosi) il traguardo in semifinale.

Il medagliere si chiude con la vittoria della Germania con 6 ori, 2 argenti e 3 bronzi, seguita dall’Olanda (5-3-2). Al terzo posto una splendida Italia con 4 ori (Martina Fidanza, il quartetto maschile, Letizia Paternoster ed Elia Viviani), 3 argenti (il quartetto femminile, Jonathan Milan e Simone Consonni-Michele Scartezzini) e 3 bronzi (Filippo Ganna, Elisa Balsamo e ancora Elia Viviani). A seguire Francia (2-3-1), Gran Bretagna (2-1-5), Belgio (1-4-1), Stati Uniti (1-0-2), Danimarca (1-0-0), Russia (0-2-4), Giappone, Nuova Zelanda, Portogallo e Trinidad&Tobago (0-1-0) e Canada (0-0-1).

A Berlino 2020 le medaglie azzurre furono 6 (1-2-3), a Roubaix sono state 10 a conferma di una crescita generale della nostra pista, e in chiusura di Mondiali ci sia concessa una riflessione: questo movimento può fare ancora grandi cose, e in particolare la traiettoria del settore femminile è ancora in ascesa. Da più parti si vocifera di un benservito che la Federazione di Cordiano Dagnoni starebbe per dare al ct Dino Salvoldi: per quanto realizzato in questi anni, per il modo in cui il tecnico è riuscito a valorizzare le ragazze azzurre, per il progetto a lungo termine che ha messo in piedi e che – dichiaratamente – troverà coronamento ai Giochi di Parigi 2024, Salvoldi non merita di essere messo da parte. Non ora. Gli si permetta di completare il quadriennio olimpico e di raccogliere per quanto ha seminato in anni di duro lavoro. È una questione etica ancor prima che tecnica.

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