
Resta una sola cosa da fare: boicottare Tadej Pogačar!
Uno sport in cui vince sempre lo stesso non perde solo interesse: perde soprattutto credibilità. Lo sloveno è ormai ingiocabile per tutti, per cui i rivali dovrebbero puntare alle corse senza di lui
Ora basta. Basta applausi lungo la strada, basta abbracci al traguardo, basta sorrisi e baci e strette di mano. Basta celebrare Tadej Pogačar, consegnarsi ogni volta inermi al suo soliloquio inesorabile. È venuto il momento che gli altri facciano qualcosa, escano dai binari tracciati, insomma boicottino le corse a cui partecipa il fuoriclasse sloveno, fosse anche necessario, il prossimo luglio, schierarsi al via del Tour de Sibiu anziché del Tour de France.
Perché se fino a qualche stagione fa, perlomeno, lo strapotere del biondo era controbilanciato da saltuari (e salutari) scivoloni, dal 2024 a questa parte Pogačar è diventato veramente ingiocabile su ogni terreno, e la situazione peggiora anno dopo anno, mese dopo mese, corsa dopo corsa. Quando vuole, Taddeo prende e se ne va, anche su un percorso banale come quello della prima tappa del Giro di Svizzera, anche a 70 km dal traguardo, o magari a più di cento, come gli abbiamo già visto fare troppe volte.
E nemmeno la crema del ciclismo mondiale riesce a seguirlo: nemmeno a costo di accartocciarsi sul manubrio, di sputare un polmone, di rischiare l’enfisema come abbiamo visto fare giovedì a Vingegaard negli ultimi metri di Tourmalet. Mentre lui, Pogačar, sgrulletta garrulo e felice, apparentemente senza la minima fatica, come se invece di scalare la salita totem dei Pirenei in 43 minuti (due e mezzo meno del vecchio record!) stesse andando in graziella a comprare il pane sotto casa.
Naturalmente non è un problema di doping: figuriamoci se il leader della UAE corre a pane e acqua, ma figuriamoci se lo fanno anche i suoi rivali capitani di squadre quasi altrettanto ricche e finanziate da sponsor altrettanto potenti. Ho già scritto mille volte che l’approccio complottista è ipocrita e riduttivo, perché se si parlasse di “medicina sportiva” anziché di doping il dibattito sarebbe più sereno e disincantato. E aggiungo che se, disgraziatamente, Tadej Pogačar dovesse risultare positivo ad un controllo, dopo tutto quello che ha vinto e soprattutto il modo in cui lo ha fatto, sarebbe davvero la pietra tombale sul ciclismo. Quindi dio non voglia.
Detto questo, però, è inaccettabile che una delle generazioni di corridori più talentuose di sempre getti via i suoi anni migliori nel vano tentativo di seguire le terga di Pogačar, sia che si tratti di una salita alpina o pirenaica, che di un muro fiammingo o di una côte vallone. Ragazzi – e mi rivolgo a Vingegaard, Evenpoel, Seixas, Ayuso, Pedersen e perfino al mio acerrimo nemico Van der Poel! – datemi retta, basta andare dietro a Tadej!
Se neanche Vingegaard e Van der Poel gli fanno il solletico…
Pogačar non è il nuovo Merckx. Se mai è il nuovo Satana, l’Anticristo, o quantomeno uno che col demonio ci ha stretto un patto di ferro: perché ormai non esiste una spiegazione razionale – che pure, in passato, in questa stessa rubrica ho provato più di una volta a dare – alla facilità con cui il Mostro di Komenda ridicolizza puntualmente una concorrenza di tale livello. Prendiamo, ancora, Vingegaard: pure lui, giovedì, ha polverizzato il precedente record del Tourmalet, eppure questo non gli ha impedito di prendere una bastonata pazzesca, sul traguardo di Gavarnie-Gèdre!
Ma prendiamo, agli antipodi, un corridore come Van der Poel: pur con tutto il male che gli voglio, ma sarà forte Mathieu van der Poel? Sarà o no il più grande classicomane apparso sulla terra, quantomeno, nel nuovo millennio? E non si diceva che il Giro delle Fiandre era una corsa cucita precisamente sulle sue caratteristiche, una corsa in cui lo si poteva considerare pressocché imbattibile? Eppure sono almeno un paio di edizioni che Mathieu si schiera al via della Ronde con la consapevolezza di correre per il secondo posto, di fronte all’ineluttabilità del Vecchio Kwaremont pogaciariano.

Vingegaard e Van der Poel: per dire di due corridori fortissimi, ma talmente diversi tra loro che nell’arco di un’intera stagione potrebbero anche non incontrarsi mai al via della stessa gara se non, naturalmente, al Tour de France. Eppure, due corridori che condividono la stessa, insensatamente ossigenata e insopportabilmente puccettosa nemesi slovena. Di fronte a tutto questo, mi chiedo, che senso ha ancora per i campioni di oggi – e per le rispettive squadre – continuare a insistere sulla Grande Boucle?
Infatti Jonas l’ha capito, e quest’anno ha scelto di capitalizzare – se non di “salvare” – la propria stagione venendo a correre e vincere, in scioltezza, il Giro d’Italia. Ma cosa aspettano gli altri big a fare altrettanto in futuro? Non lo dico da italiano, fosse anche il Giro d’Albania la seconda gara a tappe più importante alle spalle del Tour, varrebbe lo stesso ragionamento, e poi ciascuno dovrebbe diversificare il proprio calendario a seconda delle proprie caratteristiche: per come stanno le cose, se sei un punto di riferimento di questo sport devi smettere di legittimare Pogačar andando alle sue stesse corse. Devi invece evitarlo, fargli terra bruciata, andare sull’Aventino prima che sull’Aventino ci vada lui (facendo, naturalmente, il KOM).
Creare un sotto-circuito de-pogaciarizzato
Perché corridori della classe di Vingegaard, della mediaticità di Evenepoel e del talento di Seixas, possono giustificare l’investimento fatto su di loro dai rispettivi sponsor anche in corse “minori”, nel momento in cui queste corse vengono nobilitate dalla loro presenza senza essere uccise da “quell’altro”. Pensiamo, appunto, alla Red Bull: è chiaro che il Tour de France è nettamente l’evento che restituisce il ritorno maggiore a chi investe nel ciclismo, ma per piazzarti al Tour ti basta l’anonimo Lipowitz che avevi già a libro paga. Se quest’inverno hai messo mano al portafoglio per accaparrarti Evenepoel, che senso ha portarlo in Francia ad accumulare solo brutte figure e frustrazioni? (Basti vedere le dichiarazioni di Remco al termine della tappa del Tourmalet, incazzato proprio con Lipowitz reo, a suo dire, di non aver ricambiato le trenate ricevute al Catalogna. Ma cavolo, Remco, non ti sei accorto che Florian ne ha semplicemente più di te, sulle grandi montagne, catalane o francesi che siano?). Sarebbe come aver comprato una Ferrari per andarci a fare la spesa, quando avevi già in garage il Ducato-Lipowitz, che ha pure più capacità di carico per metterci le sporte.
È venuta l’ora di boicottare Tadej: ritagliarsi, all’interno del World Tour, un sotto-circuito de-pogaciarizzato, e lasciare che il Mostro si giochi il Fiandre con Naesen, la Liegi con Bagioli e il Tour con Uijtdebroeks. In modo da vedere gli Evenepoel, i Vingegaard e i Seixas dare spettacolo altrove. Fosse anche al Tour de Sibiu.
Fuor di provocazione, il problema è uno ed è serio: che lo strapotere di un uomo solo, esteso a tutte le corse più importanti e protratto negli anni, alla lunga impoverisce il ciclismo più di quanto lo arricchisca, perché ne fa uno sport prevedibile e scarsamente contendibile. D’altra parte, l’esplosione di Pogačar non è nemmeno riuscita ad attirare sul ciclismo chissà quale attenzione da parte del grande pubblico: nonostante sia uno degli sportivi più forti di sempre, infatti, la sua popolarità non è minimamente paragonabile a quella di un Roger Federer o di un Kobe Bryant.
Indubbiamente, per alcuni anni ha portato aria fresca e ridestato, sì, un po’ di interesse: i suoi duelli con Vingegaard tra il 2021 e il 2023 sono stati leggendari, così come leggendari sono ancora gli scontri con Van der Poel alla Sanremo e alla Roubaix, non a caso le uniche corse in cui Tadej non potrà mai essere dominante. Peccato che si parli di due soli giorni di gara nell’arco di una stagione e che, come detto, bastino già i muri del Fiandre per tornare ad assistere al solito film. E questo, per il movimento, sta diventando un problema con cui fare i conti.
