
Gli Enhanced Games e lo sport come terreno ideologico
I Giochi del doping libero, finanziati dall'oscuro Peter Thiel, si sono tenuti a Las Vegas e sono stati un flop. Ma la notizia è davvero tutta qui?
Gli Enhanced Games, tenutisi dal 21 al 24 maggio a Las Vegas, sono stati una competizione sportiva in cui è libero l’uso di sostanze dopanti per migliorare la prestazione sportiva, purché siano farmaci approvati dalle agenzie del farmaco e sotto controllo medico. Sono stati presentati da molti come una pagliacciata destinata a fallire. Dal punto di vista strettamente sportivo e mediatico, è andata esattamente così: un solo record nel nuoto, peraltro con dubbi sulla misurazione e comunque non omologabile dal CIO, pochissima attenzione mediatica reale. Eppure liquidarli come un fallimento sarebbe un errore di lettura politica.
Il loro significato non sta nel risultato, ma nel progetto. Sono un tassello in una strategia culturale più ampia, che usa lo sport come terreno di ridefinizione antropologica: chi è l'uomo che vogliamo costruire, e con quali mezzi. Per capirlo, bisogna fare due passi indietro.
Primo passo: lo sport moderno come progetto positivista
Lo sport moderno nasce nel fertile terreno del positivismo ottocentesco. Ciò che lo distingue dallo sport dell'antica Grecia non è la competizione in sé, ma il ruolo centrale del numero - il punteggio, il record, la misura oggettiva della prestazione - perfettamente affine alla logica produttivistica capitalistica, e che si è adattato senza difficoltà anche al socialismo reale. Citius, altius, fortius - più veloce, più alto, più forte - a cui il CIO ha recentemente aggiunto communiter (insieme): l'atleta come modello dell'uomo moderno, sempre più produttivo, sempre più capace di reggere i ritmi della società e dell’economia.
Questo implica strutturalmente una tensione con i limiti naturali del corpo. Lo sport non celebra il corpo così com'è: lo trasforma, lo spinge oltre, lo sacrifica sull'altare della prestazione. È una logica violenta, abilmente camuffata da valori umanitari, spirito olimpico, fair play - narrazioni che convivono tranquillamente con la propaganda di regimi, le guerre fredde combattute sui campi di gara, i loghi pubblicitari in primo piano sul podio.
Secondo passo: l'antidoping: protezione della salute o scelta politica?
In questo quadro, l'antidoping nasce ufficialmente come risposta a due morti: quella del ciclista danese Knud Enemark Jensen alle Olimpiadi di Roma del 1960, e quella di Tom Simpson sul Mont Ventoux al Tour de France del 1967. Su entrambe le morti pesa l'accusa dell'uso di anfetamine, certo solo nel corridore britannico, e su entrambe la narrativa pubblica si è costruita rapidamente.
Il problema è che nessuna delle due correlazioni è mai stata dimostrata con certezza scientifica. Entrambi i decessi erano più probabilmente riconducibili a condizioni di caldo estremo - tema tra l'altro drammaticamente attuale - in cui le anfetamine possono essere state un co-fattore. Le basi empiriche su cui si fonda la nascita dell'antidoping istituzionale sono quindi fragili, e questo non è un dettaglio trascurabile: significa che il controllo del doping nello sport non è nato principalmente da un'evidenza medica, ma da un'urgenza narrativa e politica. Serviva un nemico riconoscibile, una causa chiara, un confine da tracciare.
Chi ha tratto vantaggio da quel confine? Qui entra in gioco la politica reale dell'antidoping, che raramente viene analizzata con franchezza.

La WADA (World Anti-Doping Agency) inserisce una sostanza nella lista dei proibiti se soddisfa almeno due dei seguenti tre criteri: aumenta la prestazione, è dannosa per la salute, viola lo spirito dello sport. Il terzo criterio è apparentemente il più soggettivo, quello più esposto all'interpretazione etica e culturale - eppure nei fatti la commissione WADA lo applica con coerenza, al punto da renderlo operativamente piuttosto oggettivo.
Ciò che attraversa tutti e tre i criteri, però, è una domanda più profonda che raramente viene esplicitata: cosa debba rimanere "naturale" nell'atleta. Ogni decisione della lista - su una sostanza, su un metodo, su una soglia - presuppone una risposta implicita a quella domanda. Alterare la concentrazione di ossigeno nel sangue è proibito; allenarsi in altura per ottenere lo stesso effetto è consentito. Assumere testosterone sintetico è proibito; sottoporsi a certi protocolli di recupero che manipolano gli stessi meccanismi ormonali non lo è. Il confine non è tracciato dalla fisiologia, ma da una visione culturale precisa di dove finisce il "naturale" accettabile e dove inizia l'artificiale inaccettabile - una visione che si spaccia per neutrale e tecnica, ma che è essa stessa una scelta politica e culturale. Non può non esserlo.
Sul secondo criterio - quello della salute - si concentra il vero potere discrezionale, perché il confine tra ciò che è "dannoso" e ciò che è accettabile non è mai puramente scientifico. La storia dell'inserimento delle sostanze nella lista WADA è anche una storia di interessi farmaceutici, di pressioni nazionali, di equilibri di potere nello sport internazionale. Le scelte su quando intervenire, su quali atleti controllare, su quali sostanze inserire o rimuovere dalla lista, hanno seguito spesso logiche che vanno ben oltre la medicina. Questo non toglie che la stessa WADA compie nel suo complesso un lavoro utile e essenziale, eticamente corretto, ma non impermeabile a essere strumentalizzato e con una visione ideologica.
L'antidoping, insomma, non pota la pianta per proteggerla: la pota per scegliere quale ramo far crescere, secondo una visione precisa di atleta - e di uomo - considerata desiderabile. Questa visione, occidentale e produttivista, ha storicamente favorito chi aveva accesso alle sostanze legali più sofisticate, ai metodi di allenamento più avanzati, alla medicina sportiva più cara.
Gli Enhanced Games: evoluzione, non rottura
In questo contesto, gli Enhanced Games non sono un'anomalia rispetto allo sport moderno: ne sono la prosecuzione logica, semplicemente con la maschera tolta. Se lo sport è strutturalmente orientato al superamento del limite naturale, e se l'antidoping è sempre stato una scelta selettiva su quali limiti superare e con quali mezzi, allora uno sport esplicitamente fondato sul potenziamento farmacologico è coerente con quella stessa logica - solo più onesto nella sua brutalità.
L'incontro tra il tecno-utopismo della Silicon Valley - che da decenni coltiva l'idea del superamento biologico dell'umano, dal transumanesimo all'ossessione per la longevità - e una destra populista che ha trovato nello sport un terreno privilegiato di ridefinizione identitaria e antropologica, produce esattamente questo: uno spazio in cui il potenziamento esplicito diventa non solo accettabile, ma desiderabile. Peter Thiel, uno dei finanziatori degli Enhanced Games, è la figura emblematica di questa convergenza: libertario radicale, sostenitore di Trump, investitore in tecnologie di potenziamento umano. Non è un caso isolato, ma un sintomo di come quella matrice ideologica stia colonizzando lo spazio culturale dello sport con una strategia precisa.
Il fallimento mediatico degli Enhanced Games non smentisce questa strategia: la conferma. Un evento che non funziona come spettacolo ma che genera comunque dibattito allarga nello sport il perimetro di ciò che è pensabile e accettabile, sposta l’Overton Window, normalizza la presenza del potenziamento esplicito nel discorso pubblico - questo è esattamente ciò che serve a chi vuole cambiare le regole del gioco nel lungo periodo. Non si conquista una cultura vincendo una gara: si conquista rendendo pensabile ciò che prima non lo era.
Quale alternativa?
Riconoscere tutto questo non significa rassegnarsi. Ma denota che l'alternativa non può essere semplicemente difendere l'antidoping esistente - che rimane uno strumento necessario, per quanto imperfetto e attraversato da contraddizioni - perché quell'antidoping porta in sé le stesse discordanze che hanno reso possibili gli Enhanced Games.
L'alternativa richiede una riflessione più radicale: uno sport che non metta il record al centro, che non trasformi l'atleta in modello produttivo, che riconosca il corpo come entità biologica con i suoi limiti, queste non sono debolezze da superare, ma parte costitutiva dell'esperienza umana. Uno sport che sia strumento di salute, espressione personale, pratica democratica accessibile, in cui la competizione sia stimolo al miglioramento di sé e non macchina di selezione eugenetica, un distopico transumanesimo. L’alternativa non è limitare lo sport alla sola attività motoria ricreativa, ma condividere con lo sport di élite il significato più profondo del proprio corpo e della sua natura in Natura. Una vittoria, per essere tale e senza tabù, deve essere sostenibile individualmente e per l’ambiente.
Non è utopia: è una scelta culturale e politica. Per farla, bisogna rifiutare gli Enhanced Games, con il loro processo di privatizzazione e monetizzazione totale delle biologie, e cambiare il modello di sport e di uomo che li ha resi possibili.
