Federigo Tozzi
Storie di Ciclismo e Biciclette

Federigo Tozzi: la bicicletta sulle crete

Siena e il suo contado prendono vita nei racconti dello scrittore-ciclista toscano

07.03.2026 13:04

Guardatelo. 

Il pantalone è tirato su fino al polpaccio mentre sembra stare in surplace al cospetto di un muro, probabilmente di Siena, la sua città.

Lo sguardo stampato su quel faccione è pensieroso e non è rivolto al fotografo ma alla strada, un po' di sbieco sotto i capelli arruffati.

Siamo nei primi anni del Novecento e quell’uomo con la camicia chiara sembra atteggiarsi davanti al fotografo come ha visto fare ai campioni del ciclismo dell’epoca Costante Girardengo o Alfonso Calzolari, oppure quelli d’oltralpe Henri Pelissier, Octave Lapize, Lucien Petit-Breton o François Fabe.

Il ciclista in questione si chiama Federigo Tozzi, fa lo scrittore ed il giornalista e andare in bicicletta gli piace, soprattutto quando va a zonzo insieme al suo “camerata” Giulio Grandi, un signore dagli occhi neri che abita tra le antiche stradicciole di Rosia, paesino poco lontano da Siena.

Insieme a Giulio Grandi il nostro scrittore pedala sovente per tutta la Toscana ed una volta ha pure scavallato l’Appennino e si è spinto fino in Emilia per ben dieci giorni di fila “con il fango in bocca e gli occhi che bruciavano”, come ha scritto nel 1914 nel breve racconto “Un’Osteria, che evoca quell’esperienza bella ma faticosa.

Al ritorno, quando sono partiti da Faenza verso Siena “S’era già di novembre; e il cielo tutto bigio, con le strade fangose e piene di pozzanghere; gli alberi oramai con poche foglie gialle; e i primi monti dell’Appennino, su per la lunga salita attaccati alle nebbie”. 

Vedevo solo la sua maglia sbiadita e i suoi capelli impillaccherati sotto il berretto senza oramai più colore. Qualche volta gli ricordavo qualcosa, perché si voltasse. I suoi occhi neri si alzavano un poco e poi si riabbassavano su la ruota d’avanti. Ma faceva una risata. Era robustissimo, con le braccia scure e pelose come i polpacci delle gambe”.

Portammo dentro le biciclette, appoggiandole ad una sfilata di sacchi pieni di farina. I ragazzi si chetarono e si misero subito a guardarle e toccarle, come se non ne avessero mai viste né meno una. Gli uomini, senza dir niente a noi, fecero lo stesso, abbassandosi, per vedere meglio, dopo essersi seduti sopra una panca larga un palmo”.

Tornato a casa lo scrittore senese scrive il racconto a mano su fogli ad uso dattilografico tagliati a metà.

In casa il Tozzi ha una macchina da scrivere di marca FAM e spetta alla moglie Emma ricopiare il manoscritto battendo ogni lettera su nastri di inchiostro nero o violetto prima di restituire i fogli al marito per una ultima correzione con una penna celeste dalla punta fina fina.

Le sensazioni riportate nel racconto non sono le sole nate in sella ad una biciletta e fissate in taccuini e in fogli tagliati a metà. 

Anni prima lo scrittore ha vinto un concorso alle Ferrovie ed è stato spedito alla stazione di Pontedera. 

L’esperienza dura solo alcuni mesi ma c’è il tempo di passare qualche giorno a fare il casellante sulla Siena-Asciano, proprio sotto il Monte Sante Marie, luogo iconico di Strade Bianche, la “Classica del nord più a sud d’Europa”, vicino al brecciolino che per ben tre volte ha visto i garretti di Tadej Pogacar alzarsi sui pedali e prendere il volo verso la vittoria di Piazza del Campo.

È possibile che anche in questa occasione Federigo Tozzi si sia portato dietro la bicicletta o ne abbia avuta una a disposizione, troppo ghiotta la possibilità di pedalare sulla schiena delle colline calve che formano le Crete Senesi.

A distanza di oltre un secolo poco è cambiato paesaggisticamente sui territori intorno a Siena tanto che le descrizioni comprese nella maggior parte delle opere dello scrittore senese possono essere percepite con slancio emotivo ancora oggi, andando a sommarsi alle emozioni regalate dai ciclisti che si sfidano intorno a Siena. 

Ecco allora “la chiarità tranquilla di queste campagne, che si mettono stese per stare più comode” oppure “mi ricorderò sempre dei bei prati verdi che cominciano dalla mia anima e dai miei piedi, e finivano quasi all’orizzonte. Pareva che tutta la terra stesse zitta per forza” o ancora “le colline differenti l’una dall’altra, scendevano al borro nascosto giù tra la fila doppia dei pioppi; e ognuno aveva i suoi vigneti: Mazzi di cipressi si stringevano insieme, sulla proda di qualche dirupo”.

Strade Bianche © RCS Sport
Strade Bianche © RCS Sport

Anche l’arrivo in città è descritto come appare ai nostri tempi.

E attorno alla città, gli olivi e i cipressi si fanno posto tra le case; come se, venuti dalla campagna, non volessero più tornare a dietro”. 

Le sue case, giù per le strade a pendio, parevano frane che mi mettevano paura; con i tetti legati dall’edere cresciute su per le mura della cinta, le mura che non si apriranno mai”. 

Su Fontebranda, dove inizia una terribile salita cittadina, il Tozzi scrive “Ma la Fontebranda è ficcata giù sottoterra, e i Macelli se ne stanno stretti stretti, rasente la balza che regge metà di Siena”.

Infine Piazza del Campo, dove Federigo Tozzi si reca spesso in bicicletta per arrivare alla trattoria gestita dal padre e dove per i corridori di Strade Bianche cessa la fatica e si spegne l’acido lattico: “La Torre del Mangia esce fuori placida da tutto quell’arruffio”.

Chissà dove è finita la bicicletta di Federigo Tozzi, chili di metallo che gli hanno permesso di sentire Siena e la sua campagna in un modo speciale, svelando il significato arcano delle cose afferrate con tutti i sensi insieme.

Resta l’ennesima conferma che la bicicletta è il mezzo migliore per guardare il mondo, annusarlo, sfiorarlo, ascoltarlo. 

La Strade Bianche al suo meglio: trionfo memorabile di Elise Chabbey