Il presidente Sergio Mattarella accende il braciere olimpico di Milano-Cortina © La Stampa / Reuters
La Tribuna del Sarto

Contro lo sport: etica, politica e ricezione della pratica sportiva

Il saggio di Stefano Pivato racconta come lo sport abbia progressivamente superato ogni resistenza culturale fino a diventare un fenomeno pervasivo nel paese

06.02.2026 19:09

Le due torri sottili del Palazzo degli Istituti Anatomici di Torino emergono dalla nebbia come due minareti; di fronte si estende il Parco del Valentino, e poco più in là si trova il primo stabilimento della FIAT, una pietra miliare nella storia industriale. Solo pochi isolati hanno rappresentato il cuore pulsante della Torino positivista di fine Ottocento, quando la città e l’Italia intera entravano nella modernità.

Insieme a scienza e industria automobilistica, anche lo sport è simbolo ed espressione della modernità. Questo tema è al centro del saggio dello storico Stefano Pivato, Contro lo sport (UTET Alfabeto, 2024), che racconta come “fin dal suo apparire, verso la fine dell’Ottocento, lo sport [abbia] rappresentato il catalizzatore di un dibattito tra modernità e passatismo, tradizione e innovazione, novità e misoneismo”.

Proprio alla vigilia delle quarte olimpiadi casalinghe di Milano-Cortina, il saggio di Pivato, pur breve, offre molti spunti e passaggi storici cruciali, raccontando come lo sport sia entrato e abbia progressivamente superato ogni resistenza culturale fino a diventare un fenomeno pervasivo nel paese.

Contro lo sport, Stefano Pivato (UTET Alfabeto)
Contro lo sport, Stefano Pivato (UTET Alfabeto)

Patriottismo, etica e l'onda lunga della Riforma: lo sport nell'Ottocento

Il patriottismo risorgimentale, lo spirito rivoluzionario socialista e la morale cattolica si opposero tutti alla pratica e alla competizione sportiva, in particolare verso le discipline di origine inglese, considerate una minaccia alla nazione, alla rivoluzione e alla fede. Il comune denominatore era frenare e, successivamente, controllare un fenomeno culturale così diffuso e di successo, come già erano il calcio e il ciclismo. Sarà poi il fascismo il primo movimento politico a sfruttare a fondo il fenomeno, rendendolo strumento di propaganda e pedagogia, pur con le forti posizioni antisportive di Mussolini nel suo passato socialista. Si narra che il futuro duce andasse a spargere chiodi sulle strade del Giro d’Italia. 

Anche alla prossima cerimonia olimpica, vedremo la politica con i suoi rappresentanti occupare il palcoscenico, perché da sempre la competizione atletica è uno spazio da presidiare, un luogo dialettico, fisico e simbolico, tra ideologia dominante e libera espressione.
Pivato, nel suo saggio, ci aiuta a comprendere questa intrinseca contraddizione, partendo dalla distinzione, agli albori dello sport in Italia, tra ginnastica e sport di matrice inglese. Mentre l’esercizio ginnico nelle palestre era visto come uno strumento pedagogico per formare soldati, quindi per coltivare un sentimento di appartenenza alla comunità e al primato morale della nazione, lo sport all’aria aperta, di origini soprattutto inglesi, era percepito come un ambito di libera iniziativa, capace di esprimere gli istinti più rozzi dell’uomo.
Questa visione era parte di una difesa culturale italiana dal modello britannico, simile al concetto tedesco di Turn (palestra), teorizzato dal prussiano Friedrich Ludwig Jahn. 

Pivato sottolinea giustamente come la prima diffusione dello sport inglese segua i poli della riforma protestante: dai puritani britannici ai calvinisti svizzeri, fino ai pietisti e luterani germanici e scandinavi. Il valore del lavoro e il successo professionale avevano infatti molti punti in comune con l’etica dello sport. Mentre nel mondo cattolico prevaleva il difficile rapporto con la corporeità, soprattutto femminile, e in quello nazionalista italiano la difesa dell’ordine sociale e militare.

Il corpo dell'atleta tra indottrinamento ed emancipazione 

All’inizio del XX secolo, l’attività fisica veniva vista più come addestramento (ginnastica) che come gioco, una visione che permarrà negli anni successivi. Ad esempio, nella Germania dell’Est (ex Prussia), una nazione che esprimeva uno straordinario dominio sportivo negli anni ’70 e ’80, grazie non solo al doping di stato, ma anche ai progressi scientifici nella scienza dell’allenamento, il capo allenatore della DDR, Dietrich Harre, scriveva nel 1972: “l’allenamento sportivo apporta un contributo validissimo per preparare la crescente generazione alla vita nella comunità socialista” (Teoria dell’allenamento; Società Stampa Sportiva, 1972). L’ossessione pedagogica attraverso lo sport resta costante fino a oggi; il corpo dell’atleta è ancora modello e matrice dell’uomo contemporaneo, strumento di propaganda, esempio più alto di produttività. Anche chi vedeva nello sport un ambito di libera iniziativa, non aveva torto. Soprattutto nei giochi di squadra, l’atleta, individualmente e collettivamente, esprime la propria personalità, idee e valori, manifestando la propria cultura. Questo, unito al valore simbolico della sfida tra un “Noi” e un “Loro”, è alla base del successo popolare dello sport all’aria aperta, che ha saputo vincere ogni opposizione politica, religiosa e sociale. 

Dal suo esordio fino a oggi, lo sport è stato ed è uno strumento liberticida, di indottrinamento, plagio di corpi e menti, manifesto ideologico del produttivismo e del buon soldato, come allo stesso tempo rimane un terreno di libertà espressiva, di liberazioni dei corpi, in particolare modo per le donne, uno spazio simbolico in cui riconoscersi e gioire. Una contraddizione mai risolta, una dialettica aperta ancora oggi. La storia della bicicletta è fondamentale nel leggere e riconoscere queste contraddizioni.

Luigi Ganna, vincitore del primo Giro d'Italia
Luigi Ganna, vincitore del primo Giro d'Italia

Pivato, ad esempio, racconta come il grande successo della prima edizione del Giro d’Italia del 1909 aprì un dibattito sia tra i socialisti che tra i cattolici. Pochi mesi dopo la vittoria di Luigi Ganna, il congresso dei giovani socialisti a Firenze si trovò a discutere se espellere i giovani compagni che praticavano sport, visto come strumento di distrazione dalla lotta di classe. La mozione fu respinta, ma ci furono lo stesso casi di espulsioni per “eresia sportiva”. Un sentimento antisportivo superato dal successivo riconoscimento del carattere sovversivo delle biciclette, con la nascita dei “Ciclisti Rossi”, un'associazione politica, sportiva e ricreativa, nata in seno ai militanti del Partito Socialista Italiano. Eppure tra i rivoluzionari un sentimento anti-sportivo con alti e bassi continuò a sopravvivere fino al ’68, quando, come racconta Adriano Sofri di Lotta Continua, “il tifo era tenuto nascosto come un’attività cospirativa di cui vergognarsi”. Il clero nutriva verso la bicicletta una diffidenza anche maggiore dei socialisti. Nei suoi ranghi chi usava il “diabolico e infernale strumento” rischiava la sospensione a divinis. Ancora più severa era la Chiesa verso le donne che andavano in bicicletta, giudicate antiestetiche, ma soprattutto immorali, al punto da accusarle di utilizzare la sella come strumento di autoerotismo!

Il corpo politicizzato

Alcune stanze del Palazzo degli Istituti Anatomici di Torino oggi ospitano il Museo Lombroso, dedicato allo scienziato positivista che arrivò a coniare il termine “ebefrenia biciclica”, per definire una forma di pazzia che spingeva i giovani a compiere atti criminali; la bici non come semplice strumento, ma vero e proprio fattore scatenante l’istinto a delinquere. Tuttavia, lo stesso Lombroso prevedeva che “il cicloanthropos del secolo Ventesimo soffrirà meno di nervi, sarà più robusto di muscoli dell’uomo del secolo ora trascorso. E così certamente per uno o due mali che il biciclo ci provoca, saranno dieci i beni che ci recherà in dono”.

La nebbia delle teorie lombrosiane, ormai confutate, si è diradata (il museo è oggi un monito per una scienza che non deve ricadere nei pregiudizi). Allo stesso modo, anche le opposizioni antisportive si sono affievolite nel tempo. Tuttavia, emergono ancora sporadicamente parole, atteggiamenti e azioni contro lo sport, anche se in forme diverse: dall’odio e la violenza verso la mobilità sostenibile in bicicletta, alle lamentele per le strade bloccate da una maratona, fino allo shit-storm rivolto ad atleti trovati positivi a sostanze vietate, l’alibi ipocrita che nasconde la natura ideologica dello sport.
Proprio quest’ultimo aspetto merita attenzione. Ora che lo sport ha conquistato piena legittimazione, sarebbe opportuno evitare di incorrere nell’errore opposto rispetto al passato. Lo sport non è soltanto un veicolo di salute, cultura, valori e divertimento, ma anche capace di influire con violenza sul corpo dell’atleta, di rappresentare un indottrinamento ideologico e di riflettere un modello produttivo che mira a un'eugenetica del vincente.

Contro lo sport di Stefano Pivato è una lettura utile a svelarci come lo spirito del tempo condizioni l’interpretazione di un fenomeno culturale, soprattutto se contraddittorio e dialettico come lo sport. E se oggi possiamo trovare ridicole le opinioni del passato, dovremmo chiederci se, in futuro, non saranno considerate altrettanto anacronistiche le nostre idee attuali.

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