
Roubaix 2026: tre giorni sulle pietre per un singolo attimo di catarsi
A bordo strada, nella foresta di Arenberg, in una delle corse più belle della stagione
Ripubblichiamo su Cicloweb, nelle modalità tradizionali, un articolo sulla Roubaix 2026 apparso sul dodicesimo numero di Muri || la Newsletter breve ma intensa di Cicloweb. Iscriviti qui per leggere in anteprima i nostri contenuti, ricevendo la nostra newsletter sulla tua casella email ogni martedì!
Foresta di Arenberg. Una linea retta nel cuore del bosco, scavata tra pietre che sembrano essere state posizionate da qualche ubriacone locale. Appuntite, spietate, insensatamente irregolari. Migliaia di tifosi a bordo strada. Passa l’auto dell’organizzazione. «Tre minuti all’arrivo dei corridori». L’attesa cresce. Tutti si sporgono. Qualcuno prova a salire sopra uno sgabello per vedere lontano. Si intravede una maglia gialla in testa che spinge ingobbita. Un boato, a metà tra la gioia e l’incredulità, accoglie Wout van Aert mentre forza il ritmo. Dietro di lui c’è il campione del mondo Pogacar che prova a tenergli il passo, poi Pedersen e alcune sagome indistinte, inghiottite dalla velocità.
È un attimo. Un frastuono di ruote che rimbalzano sulle pietre. Qualcuno sceglie il tratto in erba sull’altro lato. Altri procedono piano, con le ruote forate. Qualcuno è persino caduto. Il pubblico urla, i più calorosi accennano a dei cori. Tra la nostra incredulità scorgiamo attardato Mathieu van der Poel. Il vincitore delle ultime tre edizioni appare scuro in volto, ben lontano da quella forma di eleganza con cui lo abbiamo visto pedalare altre volte. Gli sarà successo qualcosa, ci diciamo. Poi altri gruppetti sparsi, dispersi e ormai lontani dal centro nevralgico della corsa. Un paio di minuti al massimo e sulla foresta di Arenberg cala di nuovo, il silenzio.
Gli impressionisti dicevano che il senso della loro pittura era cogliere l’attimo fuggente e l’impressione che lascia. Da questo punto di vista, la Roubaix è la corsa impressionista per eccellenza. Una sequenza di immagini, di lampi, di sensazioni vissute a folle velocità che, per chi è lì a bordo strada, restano impresse per sempre. In altre corse è diverso, i corridori passano più volte dallo stesso punto, oppure nei tapponi di montagna li puoi osservare procedere lentamente, in una forbice di tempo che può superare la mezz’ora tra il primo e l’ultimo. Qui no. Qui è questione di pochi secondi, vissuti a velocità altissime.
Tutto dentro un attimo
La Roubaix da bordo strada è un vero e proprio attimo catartico. Un attimo che ha dentro di sé il senso di tutto. In quei pochissimi secondi, infatti, trova senso il vivido ricordo della sveglia all’alba di venerdì. L’aereo in forte ritardo, accolto dai pompieri per un guasto ai freni, che suona come un sinistro presagio per i tre giorni a venire. La bici rimontata di fretta nel piazzale dell’aeroporto di Charleroi e il bikepacking verso le zone della Roubaix, ovviamente controvento.
C’è tutta l’emozione della Paris-Roubaix Challenge, la prova dedicata agli amatori che ogni anno vede alla partenza migliaia di persone da tutto il mondo. Una prova affascinante, sullo stesso percorso dei professionisti, nel mio caso iniziata e mai finita a causa di tre forature e dalla paura concreta di rimanere a piedi nel nulla. Ma guardando sfrecciare i professionisti puoi capire come poco importa arrivare. Quello che conta, in questo momento, è aver vissuto le sensazioni di pedalare proprio qui, sulle loro stesse pietre, a una velocità ridicola rispetto allo spettacolo che stiamo guardando. Con la bici impolverata che grida pietà e l’ennesima foratura, proprio lì, dove anche il re Mathieu è appena dovuto scendere di sella.
Ma in quell’istante c’è anche l’immagine di Valenciennes, la città dove ho pernottato, che pur essendo a dieci chilometri dalla Foresta sembra completamente estranea alla corsa. Un’estraneità resa ancora più evidente dal fatto che, proprio nel giorno della Roubaix, nel suo centro si corre una maratona partecipatissima. Eppure, anche in un luogo così vicino e al contempo stranamente distante dall’Inferno del Nord, basta poco per riconoscersi. Un cappellino, una maglietta, uno sguardo. Segni inequivocabili di appartenenza. E così finisci a giocare a freccette e bere birre con perfetti sconosciuti, immaginando scenari improbabili per la gara del giorno dopo.

Tentativi di replica e quel ricordo di Notti Magiche
Abbagliati da quell’attimo catartico, pieno di significato, viene naturale cercarne un altro. La Roubaix, in fondo, lo permette. Il percorso è un continuo susseguirsi di curve, deviazioni, strade che si rincorrono. Se calcoli bene i tempi, se riesci a muoverti abbastanza in fretta, puoi anche provare a vedere la corsa più volte. Ci convinciamo di poterlo fare anche noi e con l’ausilio di una nota app tracciamo un itinerario tra i campi, per rientrare sul percorso all’altezza del settore di Sars-et-Rosières. Dieci chilometri per noi, trenta per il gruppo. Sulla carta torna tutto, ma la realtà, come sempre, è ben altra cosa. Ci scontriamo con l’uscita difficoltosa dalla Foresta, che in confronto la tangenziale nell’ora di punta appare come un luogo tranquillo e con l’idea, rivelatasi pessima, di entrare a tutta velocità su un tratto di pavé con gli zaini e le borse da bikepacking. Una scelta che causa la conseguente e inevitabile ennesima foratura e che ci toglie ogni speranza di rivedere la corsa.
Quando arriviamo sul settore di Sars-et-Rosières, infatti, anche gli ultimi corridori sono passati già da un pezzo. Ma è proprio a quel punto che la nostra Roubaix cambia nuovamente prospettiva, trasformandosi da attimo fuggente in esperienza collettiva intensa. Perché, proprio per dare agli spettatori qualcosa che vada oltre il singolo passaggio dei corridori, lungo i settori principali l’organizzazione ha previsto delle fan zone attrezzate, con birra, cibo e soprattutto maxischermi per seguire insieme la corsa.

Ci ritroviamo catapultati in una nuova dimensione. Centinaia di persone, strette una accanto all’altra, guardano concentrate la corsa che si avvicina lentamente alle battute finali. Persone di ogni età, provenienti da paesi diversi, che per alcune ore diventano una cosa sola. Ogni accelerazione viene letta, anticipata, quasi chiamata. Basta un movimento, un cambio di ritmo, e la folla risponde all’unisono. Le sensazioni sono quelle dei Mondiali di calcio. Quelle Notti Magiche passate davanti ai maxischermi, con centinaia di persone raccolte nello stesso spazio a inseguire un gol.
E poi c’è Wout. Ogni volta che si porta davanti, nell’aria si sprigiona un’energia particolare. Un qualcosa che va oltre il tifo, ma diventa partecipazione emotiva. Perché Wout non è solo l’uomo di casa, le Fiandre distano da qui appena dieci chilometri, ma è il ciclista con cui è impossibile non empatizzare. L’uomo in cui tutti si riconoscono. Quello che ci ha provato mille volte. Quello che ha perso, è caduto, si è rialzato. Quello che, come ha raccontato dopo la corsa, ha smesso tante volte di crederci, ma la mattina dopo ha sempre ricominciato a battersi.
Ed è così che l’ingresso nel velodromo, con la volata finale tra Van Aert e Pogacar, viene vissuto con una tensione assoluta. Sembra tutto apparecchiato per un finale già scritto, con il fiammingo, più veloce sulla carta, pronto a imporsi in uno sprint in cui attingere alle ultime energie rimaste. Ma quante volte non è andata così. Quante volte Wout ci ha abituato a sconfitte che sembravano impossibili. E allora, in fondo, lo pensiamo tutti: vediamo cosa gli succede stavolta.

Ed in quei pensieri il tempo è come si fermasse per un attimo. Un silenzio carico di tensione e di aspettative trattenute. Poi succede per davvero. Wout si alza sui pedali, esce dalla scia di Pogacar all’esterno dell’ultima curva e supera di slancio lo sloveno. È il momento esatto in cui tutto esplode. Un grido liberatorio che attraversa la folla e la unisce in un’unica voce. C’è chi si abbraccia senza nemmeno sapere con chi, chi per la gioia lascia cadere la birra, chi resta immobile per qualche secondo cercando di realizzare quello che è appena successo. E c’è anche chi non riesce a trattenersi, lasciandosi andare a un pianto pieno di emozione, quasi inatteso. Anche in questo caso si tratta di un attimo. Ma, proprio come nella Foresta, è quell’attimo che continuiamo a cercare. Un attimo che racchiude l’essenza stessa del ciclismo e che dà senso a tutto ciò che ci porta fin lì.
