Filippo Ganna impegnato in un settore di pavé con a ruota il vincitore Van der Poel © INEOS Grenadiers
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Mancò l'abitudine, non il coraggio

Ottima prova di Filippo Ganna alla Parigi-Roubaix edizione centoventi. Davanti nel drappello buono con altri campioni, ottima la risposta delle gambe e l'attitudine, c'è da lavorare sulla tecnica

09.04.2023 21:51

In questa Parigi-Roubaix ancora una volta è stato battuto il record di velocità, proprio come una settimana fa al Giro delle Fiandre, e proprio come alla Ronde lo spettacolo - seppur minore rispetto a domenica scorsa, va detto - si è vissuto dalla partenza all'arrivo, soprattutto grazie alla lunga lotta per centrare la fuga (alla fine composta da quattro comprimari) e dalla lotta senza confine per il successo che si è aperta ai -102 e protratta fino al Carrefour de l'Arbre, quando la menata dei soliti due e soprattutto la foratura di Wout van Aert hanno chiuso definitivamente i giochi. I protagonisti, a partire dal vincitore Mathieu van der Poel, hanno tutti una storia particolare da raccontare.

Partiamo proprio da lui, dominatore seriale delle classiche del pavé (è la prima Roubaix, ma ha già nel carniere due Fiandre e la Milano-Sanremo di tre settimane fa) e straordinario padrone della gara odierna. Attento sin dal primo attacco di Van Aert, Mathieu non si è mai lasciato sorprendere o anticipare e una volta ottenuto l'appoggio di Gianni Vermeersch e soprattutto del preziosissimo Jasper Philipsen, dal quale a questo punto ci si può e deve aspettare di tutto nei prossimi mesi e anni (anche in corse altimetricamente di una certa difficoltà), non ha più perso il controllo della Regina delle Classiche; sua la responsabilità di sferrare diversi attacchi nei quali ha palesato le inimitabili doti tecniche, sua la capacità di rilanciare sull'asfalto facendo scoppiare quasi tutti. L'ha domata da vero fuoriclasse e ancora una volta la sorte gli ha sorriso, aiutandolo a non cadere nel contatto con John Degenkolb (a proposito, che bello rivedere il teutonico lì davanti nella sua corsa dopo diverse primavere difficili) ed evitandogli la foratura che ha invece colpito l'avversario principale. Quando lo si vede attaccare così tanto e così spesso, unico ad animare la parte centrale di gara, si potrebbe rimanere perplessi ma è sempre bene ricordare che Mathieu è fatto così e quindi più prende vento in faccia, più significa che ne ha e più si alzano le possibilità che i rivali, pur rimanendo maggiormente a ruota, soffrano lo stile di gara del figlio d'arte che sta confermando di essere nettamente superiore anche al padre Adrie. Oltre alla pietra che si porta a casa, quel che rimane è un'impressione di padronanza dei propri mezzi e controllo assoluto dello scenario di gara totalmente unici nel panorama di queste corse primaverili. 

Per gli sconfitti c'è da recriminare, ma anche da sorridere: Mads Pedersen ormai non ha più bisogno di lodi, è uomo affermato a queste latitudini e anche oggi si è mosso benissimo, dimostrandosi un fenomeno sulle pietre della Foresta e rinunciando solo ai -4 al sogno di salire sul podio anche quest'oggi. In futuro ci riproverà e considerando quanto sia intelligente in corsa è tutt'altro che improbabile che prima o dopo riesca a portarsene una a casa. Anche per Stefan Küng non si può parlare di delusione, ma anzi di conferma, la conferma che questa è gara dove gli spetta un posticino lì davanti ove ci si giocano le piazze importanti e che anch'egli, trovando lo scenario giusto, potrebbe riuscire nel colpaccio. Oggi però non era il giorno, troppo forte Mathieu e troppo forti anche Van Aert, Pedersen e Philipsen. 

Un piccolo discorso a parte lo merita proprio il belga della Jumbo-Visma, oggi protagonista, proprio come il rivale MVDP, di una corsa che ha sfiorato la perfezione tattica. Se al Giro delle Fiandre la sua inferiorità nei confronti di Van der Poel e Pogacar è palese, alla Roubaix la musica è tutt'altra e l'aveva già chiarito nelle ultime edizioni. Anche la squadra, nonostante la foratura di Christophe Laporte e la caduta di Dylan van Baarle abbiano messo loro i bastoni tra le ruote, si è ben comportata e ha compreso qual è il miglior modo per supportare il capitano Van Aert: presentarsi compatta prima di un segmento decisivo, lontano dal traguardo, e far sgasare il leader, rimanendo con uno o due compagni a ruota di WVA in modo da poter continuare ad alimentare l'azione dopo la conclusione del suddetto tratto determinante. Anche far partire il francese e Nathan Van Hooydonck .- pur sapendo che non sarebbero mai rientrati sotto - è stata buona cosa poiché ha consentito a WVA di risparmiare le energie davanti e di marcare stretto solamente Van der Poel, a cui ha sempre risposto molto brillantemente.  

L'opportunità di giocarsela in una volata a due se l'era guadagnata tutta il belga (e vedendo come sono andati gli ultimi quindici chilometri l'esito non era affatto scontato), ma come detto è stata la dea bendata a maledirlo per l'ennesima volta condannandolo ancora al podio. Un rapido elenco di tutta la malasorte che l'ha colpito dal 2018 ad oggi nella gara più adatta alle sue caratteristiche di passista eccelso che però non ha maledettamente ancora conquistato: nell'edizione vinta da Sagan un problema meccanico lo appiedò nel finale impedendogli di lottare con Terpstra per il podio; l'anno successivo le sue peripezie iniziarono ai -150 proseguendo dentro e oltre la Foresta di Arenberg. Alla fine gli sforzi lo fecero saltare ai -20; l'edizione del 2020 annullata per Covid fu seguita da quella autunnale in cui trionfò Colbrelli. Colpito anche in quel caso da iella, era comunque difficile immaginarselo davanti vista la condizione in netto calo; infine, prima di oggi, il 2022 in cui dovette combattere contro la sfortuna ancora una volta dalla Foresta e poi di nuovo nel finale, trovando così nei chilometri conclusivi un Van Baarle indomabile sulla strada che portava alla vittoria. Una storia di tanto amore (da parte di Wout) ma anche tanto odio. La quota zero accanto al numero di vittorie ottenute da Van Aert in questa gara è una delle ingiustizie del ciclismo contemporaneo, ma sappiamo bene che nel 2024 tornerà in Francia più agguerrito che mai e chissà che quella non possa essere la volta buona.

La corsa di Filippo Ganna

Anche l'Italia, dopo le emozioni che ci avevano regalato Gianni Moscon e Sonny Colbrelli circa 18 mesi fa, è stata della partita grazie all'uomo più atteso, Filippo Ganna, colui che da quando si è ritirato Vincenzo Nibali ha dovuto prendere sulle proprie spalle il fardello di guida del movimento, ruolo che talvolta lo ha penalizzato soprattutto a livello mentale, quasi sommerso dalle esagerate aspettative e richieste che gli giungevano numerose prepotenti da un po' tutte le parti. Quest'anno ha finalmente deciso di preparare le classiche e come si era già intuito dal San Juan la gamba del piemontese era ottima, del tutto pronta ad affrontare le grandi sfide che il mondo delle classiche gli poneva davanti.

Già alla Milano-Sanremo, in realtà, aveva dato prova di poter essere inserito nella stessa frase dei fuoriclasse del ciclismo attuale come Tadej Pogacar e i due sfidanti odierni Van der Poel e Van Aert anche riguardo alle classiche, ma si sa, la Parigi-Roubaix è una Monumento che fa storia a sé e di conseguenza non si può dare nulla per scontato finché non lo si osserva di persona in azione sul pavé. In realtà però, mettendo insieme i pezzi del puzzle, e cioè in primis proprio la Classicissima, poi Harelbeke in cui si è ottimamente difeso in un ambiente già decisamente diverso da quello ligure e infine la gara del 2022, dove palesò una buona predisposizione per queste pietre, si poteva giungere a pronosticare una gara da protagonista per Ganna, seppur un gradino sotto ai favoriti principali. 

Alla fine protagonista è stato e il sesto posto finale può sicuramente renderlo soddisfatto, ma anche stimolarlo in vista dei prossimi anni, quando con l'accumularsi dell'esperienza e dell'abitudine i risultati e soprattutto le prestazioni atletiche e tecniche (che non sempre bastano per far bene a Roubaix) potrebbero giovarne, consentendogli magari di correre anche all'attacco, cercando di anticipare le mosse degli altri big, e non solamente di subire la corsa come avvenuto oggi. La presenza di Philipsen rendeva però ogni idea di partire velleitaria sul nascere e non è un caso che nessuno ci abbia provato, nemmeno Pedersen e Küng, nonostante MVDP palesasse la propria superiorità ogni tre per due. Non si può quindi farne una colpa a Ganna se ha scelto di restare passivo e non provare mai uno scatto negli ultimi quaranta chilometri.

La sua Roubaix dai -102, quando si è messo in moto WVA insomma, era iniziata non benissimo. Il piemontese si era un po' fatto sorprendere nelle retrovie del plotone e aveva accusato alla fine del settore di Wallers un ritardo pesante nei confronti del drappello con Wout e Mathieu, ma era indietro anche rispetto al gruppetto di Pedersen e Yves Lampaert. La squadra però in quel frangente si è dimostrata compatta proteggendolo fino alla Foresta di Arenberg, in particolare bisogna ringraziare Connor Swift, e salvando di fatto le sue ambizioni. Sullo sconnesso pavé di Arenberg Pippo ha cercato di tenere le ruote di Pedersen, non riuscendoci, ma comunque selezionando con un'ottima azione un drappello buono per ricucire sui primi post-Foresta, palesando oltre che una buona gamba anche un carattere combattivo e pronto alla lotta.

Nel testa a testa con i migliori però, già prima del Carrefour de l'Arbre, segmento in cui Ganna ha dovuto salutare definitivamente i più forti, sono state messe in evidenza alcune problematiche già evidenziate nelle fasi precedenti di corsa: in primis un rapporto col pavé buono ma non ottimo, soprattutto nelle curve a gomito in cui l'alfiere della INEOS si è sempre trovato a perdere qualche metro da chi lo precedeva, accumulando così una serie non trascurabile di sforzi gratuiti che nel computo finale delle energie spese pesano parecchio. I cambi di ritmo sono stati un altro elemento che l'ha fatto particolarmente soffrire, ma di passo è poi sempre rientrato sotto, prendendo spesso in mano il peso dell'inseguimento; tra le note positive, appunto, c'è proprio questo e cioè l'attitudine battagliera e il carattere con cui Ganna ha ogni volta riportato sotto altri compagni di difficoltà con le sue trenate micidiali. Forse poteva chiedere qualche cambio in più, è vero, ma il coraggio e soprattutto il modo di fare da vero leader, da vero favorito, da corridore che vuole giocarsela fino in fondo fanno ben sperare in vista delle prossime edizioni.

Tracciando un bilancio complessivo della sua prova, si può affermare che Ganna abbia confermato di esser portato eccome per la Parigi-Roubaix, ma di soffrire ancora un po' troppo a livello tecnico il pavé francese. Con il tempo e l'abitudine potrebbe migliorare notevolmente e subire meno i devastanti cambi di ritmo che infliggono alla corsa personaggi del calibro di Van der Poel e Van Aert. Tra ciò che di buono si porta a casa Pippo c'è soprattutto il coraggio di non tirarsi mai indietro e di comportarsi da vero campione e la caparbietà con cui, anche dopo le difficoltà maggiori, soprattutto l'accoppiata Carrefour-Gruson, è riuscito a tornar sotto a chi nei segmenti non in asfalto aveva dato l'impressione di essere migliore. Vincere di pura forza finché ci saranno certi avversari in circolazione sarà durissima, ma con un po' di fortuna, la giusta dose di intuizione tattica e un miglioramento tecnico nulla è precluso a Filippo Ganna.

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