Shefer, Fuglsang, Nibali e Scarponi gioiosi sul podio di Sant'Anna di Vinadio © Bettiniphoto
Shefer, Fuglsang, Nibali e Scarponi gioiosi sul podio di Sant'Anna di Vinadio © Bettiniphoto

Astana, lo squadrone che tremar il mondo fa

Attorno a Vincenzo Nibali una squadra solida per la conquista del Giro in cui spicca Scarponi

Vincenzo Nibali ha vinto il 99° Giro d’Italia. L’Astana ha vinto il 99° Giro d’Italia. Verrebbe da pensare che sia la stessa cosa; ma stessa cosa non è, perché certo, anche nelle sue precedenti vittorie al Giro ed al Tour il siciliano l’aiuto dalla propria squadra l’aveva ricevuto, basti pensare alla quinta tappa della Grande Boucle 2014, quando sulle pietre della Roubaix era stato anche grazie ad un grandissimo lavoro di Jakob Fuglsang e Lieuwe Westra che lo Squalo dello Stretto era riuscito ad assestare un colpo devastante ai suoi diretti concorrenti per la vittoria finale.

Scarponi gregario da sogno
Ma se il Nibali di quel Tour ebbe poi poca necessità di utilizzare i propri gregari per guadagnare ancora, esibendo invece una propria eccezionale forma, quello del Giro 2016 ai suoi scudieri deve moltissimo. È anche grazie al loro fondamentale aiuto che quando tutto sembrava perduto è riuscito a rialzarsi e a ribaltare una situazione che ormai sembrava terribilmente compromessa. In particolare, è nelle ultime due tappe che il loro apporto ha segnato le sorti della Corsa Rosa, indirizzandola verso quello che alla sua partenza era ritenuto il principale favorito, sprofondato in un buco dal quale in pochi avrebbero scommesso sarebbe uscito.

L’azione di Michele Scarponi nella tappa di Risoul, più un tentativo di conquistare la tappa, era piuttosto considerabile come ipotetico punto d’appoggio nel caso in cui Vincenzo Nibali fosse andato all’attacco. Il siciliano sembrava in apparente ripresa, ma sulle sue reali condizioni non potevano non esserci dei punti interrogativi dopo le due scoppole patite nella cronoscalata dell’Alpe di Siusi e nella tappa di Andalo.

A Risoul un gran gioco di squadra
La sofferenza sulle rampe del Colle dell’Agnello di Alejandro Valverde, dovuta alle prime progressioni di un Nibali che trovava anche il temporaneo appoggio di Bakhtiyar Kozhatayev, mandato in fuga al mattino e anch’esso utile alla causa Astana. E soprattutto la caduta nella discesa della cima Coppi della maglia rosa Steven Kruijswijk ha aperto altri scenari: ecco che quell’uomo lanciato all’attacco e con ogni probabilità destinato a vincere la tappa è stato richiamato all’ordine, per tornare a sperare nel sogno rosa.

E Scarponi, ligio al dovere, si è fermato rinunciando alla vittoria e ritrovando il proprio capitano proprio quando il gruppetto di Valverde sembrava potesse rifarsi sotto. Tempismo perfetto, perché quel riavvicinamento non si è concretizzato, ed arrivato alla salita di Risoul, dopo essersi fatto aprire la strada nei primi chilometri, Vincenzo si è involato verso l’impresa.

Fuglsang e Kangert, oggi preziosi
C’era ancora un Giro da vincere a quel punto, siamo alla storia di oggi, e con quell’intento è stato mandato in avanscoperta Tanel Kangert, confidando nelle capacità del capitano di terminare il sorprendente ribaltamento di un Giro che sembrava perso. Sul Colle della Lombarda si è decisa la corsa: il forcing Astana, operato prima da un finalmente pimpante Jakob Fuglsang, poi da uno Scarponi feroce nello sguardo e nella pedalata ha fatto da preludio all’attacco di Nibali.

A seguito del quale si è staccato Esteban Chaves; mentre un Valverde da applausi quasi gli si rifaceva sotto, chi ha trovato sulla sua strada Vincenzo? Kangert ovviamente. Ancora una volta un compagno fermato, ancora una volta trovato nel momento più adatto, quando lo slancio dell’azione può infiacchirsi e le gambe chiedere un sollievo anche solo temporaneo. E non si può non pensare, considerando a chi siede in ammiraglia Astana, Beppe Martinelli, al numero tattico con il quale Damiano Cunego vinse di fatto il Giro nel 2004, trovando nella strada verso Falzes il prezioso aiuto di Eddy Mazzoleni e Andrea Tonti. La squadra era diversa, la Saeco, la mente la stessa, quella del direttore sportivo bresciano.

Un gruppo di lavoro su misura, finalmente
È così che una squadra che certamente ha avuto passaggi a vuoto (la gestione non sempre chiarissima del duo Fabio Aru-Mikel Landa al Giro 2015, così come le prime tappe del Tour 2015) ma che spesso è stata attaccata oltre i suoi demeriti ha contribuito a far vincere la sua seconda maglia rosa a Nibali. Il quale, dopo l’insuccesso francese di un anno fa, aveva chiesto un gruppo di lavoro solido; desiderio esaudito, con il sostegno, anche morale, espresso dai suoi vertici e da un Alexander Vinokourov un po’ padre ed un po’ padrone; che su strada ha trovato dei compagni fortissimi e totalmente devoti alla sua causa. Senza la quale, insomma difficilmente sarebbe riuscito a compiere la sua straordinaria rimonta, culminata in una maglia rosa mai così di squadra.

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