Ravasi e Padun a braccia alzate sul traguardo di Breuil-Cervinia © Giro della Valle d'Aosta
Ravasi e Padun a braccia alzate sul traguardo di Breuil-Cervinia © Giro della Valle d'Aosta

Valle d’Aosta: è quasi Colpackccio!

Frankiny si salva dagli attacchi di Padun e Mas: tutto il podio in 11″. A Ravasi l’ultima tappa di un Giro poco felice per gli altri italiani

Il Giro della Valle d’Aosta è sempre stata una corsa alla portata di sorprese, attacchi sconsiderati, ribaltoni finali: una cosa normale considerando l’altimetria esagerata e la generale inesperienza degli atleti impiegati alla gestione di una corsa a tappe dura come codesta. Quest’anno in particolare, fino all’ultimo abbiamo tenuto il fiato sospeso, grazie a un coraggioso attacco del team Colpack nell’ultima tappa, la Valtournenche – Breuil Cervinia, che ha visto protagonisti Edward Ravasi, meritato vincitore dell’ultima frazione, e l’ucraino Mark Padun, rivelazione (almeno come uomo per le corse a tappe) della corsa, che è quasi riuscito a ribaltare il verdetto della tappa di ieri, ma per pochi secondi ha dovuto lasciare la vittoria allo svizzero Kilian Frankiny, a sua volta attaccato anche dallo spagnolo Enric Mas: il risultato è una classifica generale che vede i 3 atleti tutti affiancati sul podio nel giro di 11″, e visto anche l’approccio alla corsa, possiamo comunque considerare tutti e 3 vincitori morali di questo Giro della Valle d’Aosta. Alla fine – chi l’avrebbe mai detto – risulterà decisivo il risultato della cronosquadre della prima tappa, dove i BMC han compiuto una prova egregia, mentre i Colpack si sono comportati al di sotto delle aspettative.

Gibbons batte Duranti per i Traguardi Volanti
Particolarmente sadico il disegno di quest’ultima edizione del Val d’Aosta: anche l’ultima tappa, la Valtournenche-Breuil Cervinia, collima con un arrivo in salita, sebbene sia la frazione in linea con la distanza più breve (107 km). Una tappa agevole nella prima metà e massacrante nella seconda, con due salite lunghe e ben note come il Col St. Pantaléon e il già citato arrivo a 2000 metri, spesso sede di tappa anche al Giro d’Italia.

Sono in 13 a tentare di anticipare le mosse dei big con una fuga: Nicola Bagioli e Andrea Vendrame (Zalf Euromobil Désirée Fior), Nuno Bico (Klein Constantia), Filippo Zaccanti (Team Colpack), Caio Godoy (CMC), Daniel Pearson (Team Wiggins), Ryan Gibbons (Dimension Data for Qhubeka), Sergio Higuita (Manzana Postobón), Grigory Shtein (Astana City), Celestin Leyman (EFC-Etixx), Marco Landi (Hopplà Petroli Firenze), Markus Freiberger (Tirol), Jalel Duranti (Viris Maserati). Un’occasione per Duranti e Gibbons di contendersi, ad Aosta, la classifica traguardi volanti che li vedeva appaiati a 11 punti; vince il sudafricano sull’atleta della Viris.

Pantaléon, Manzana e Colpack pianificano l’attacco
La composizione della fuga lascia intendere che le squadre di secondo e terzo in classifica abbiano intenzioni bellicose; i 13 cominciano la prima salita di giornata con 1’30” di vantaggio. È però la Manzana-Postobón, a caccia di un successo di tappa, a provare ad alzare l’andatura a inizio salita, avvicinando la fuga e scremando parecchio il gruppo maglia gialla. Davanti resiste solo Filippo Zaccanti, pronto a far da testa di ponte per l’attacco di un incredibile Mark Padun, finora sottovalutato e non creduto capace di contendere per una corsa così dura: l’ucraino piazza l’affondo all’ultimo km di salita e si ricongiunge al compagno. Un pronto Frankiny riesce però a rientrare nella breve discesa, portando con sé però un altro compagno di Padun, il prezioso Edward Ravasi. Con Zaccanti che all’imbocco di Breuil si defila, Frankiny comincia la salita finale in un pericoloso sandwich.

Forcing di Padun, Frankiny stringe i denti
Padun decide di fare subito il forcing, e così Frankiny, quarto l’anno scorso in classifica finale, si sfila cercando di gestire il 1’57” di margine, piuttosto che forzare. Il duo Colpack comincia così 10 km di pura cronoscalata, cercando di guadagnare più margine possibile. Intanto, Frankiny deve fronteggiare anche il rientro di Enric Mas, distante solo 15″ in generale: il vincitore del Tour de Savoie Mont Blanc, familiare dunque alle salite della zona, ha elaborato una tattica conservativa che potrebbe risultare quella vincente.
Mentre Padun-Ravasi continuano a guadagnare, Mas riprende Frankiny a 4 km dall’arrivo, e lo passa.

Lo svizzero riesce comunque a stringere i denti e a non perdere troppo terreno. Nell’incertissimo finale, Ravasi viene ripagato del lavoro di gregariato con una vittoria con lo stesso tempo di Padun; Mas arriva a 1’39”, Frankiny a 1’46”, salvandosi così al pelo. A 2’20” giunge il quarto in classifica, Aldemar Reyes (Manzana-Postobón), seguito dal capitano Palazzago Alexandr Riabushenko, da Álvaro Cuadros (Fundación Contador), e dal cileno José Luis Rodríguez a 2’57”, con un altro Manzana, Hernán Aguirre, a poca distanza a 3’02”. Decimo, a 3’50”, il vincitore della terza tappa Maximilian Schachmann, che arriva con Sivakov, Lambrecht e Covili.

I verdetti: solo 2 italiani nei primi 20
La risicatissima classifica finale vede Frankiny vincere con 8″ su Mas e 11″ su Padun: i battuti si consolano rispettivamente con la classifica a punti e quella dei GPM. Più lontano il quarto, Reyes a 3’43”, mentre fa un bel balzo in avanti Edward Ravasi, che conclude quinto a 4’48”. Su di lui pesa la cotta della tappa di Pian di Tavagnasco: peccato per il bergamasco, che partiva come favorito considerando che nelle varie gare dilettantistiche di primavera era apparso uno dei più forti in salita, e quest’anno era già pronto per una esperienza professionistica. Inoltre, Ravasi è stato l’unico italiano seriamente competitivo nella corsa alpina, che già negli inviti ha prediletto-giustamente- i team stranieri, e non ha evidenziato altri grandi talenti nostrani: mai così povera la Zalf, Palazzago ancora piuttosto giovane (Luca Covili, secondo miglior italiano al quindicesimo posto, è un primo anno), Hopplà, Gavardo, Viris e Vejus hanno portato 8 corridori su 20 alla fine della corsa.

Tornando alla classifica finale, sesto un altro Manzana, Hernan Aguirre (i colombiani hanno vinto anche la classifica a squadre) a 5’17”, poi Schachmann a 5’46”, Pavel Sivakov (BMC Development Team) a 6’39”, José Luis Rodríguez a 8’48” e Bjorg Lambrecht (Lotto Soudal Under 23) a 8’18”.

Archivio

La vignetta di Pellegrini