La differenza di abbigliamento tra la giocatrice tedesca e quella egiziana © Yasuyoshi China - AFP
La differenza di abbigliamento tra la giocatrice tedesca e quella egiziana © Yasuyoshi China - AFP

Donne a cinque cerchi, un passo avanti verso la parità

Da Rio arrivano tante storie di atlete alla conquista di diritti fondamentali

Questi Giochi saranno ricordati come le Olimpiadi dell’integrazione. Integrazione dal punto di vista della sessualità, integrazione dal punto di vista culturale. Ma anche come le Olimpiadi del riscatto da parte di atleti e, in particolare, atlete a cui la vita non ha regalato niente. Storie che, senza rischiare di cadere nella retorica, colpiscono nel profondo e lasciano il segno.

Nella serata brasiliana di ieri, dopo che si era appena conclusa la premiazione del rugby a 7 femminile, con l’oro dell’Australia, l’argento della Nuova Zelanda e il bronzo del Canada, il romanticismo ha attirato su di sé i riflettori dello stadio, oscurando per un attimo lo sport, protagonista fino a quel momento. Tra i palloncini a forma di cuore che decoravano il bordo del campo, Marjorie Enya, la responsabile dei volontari del rugby di Rio 2016, non poteva scegliere occasione migliore per dichiarare il suo amore alla giocatrice della squadra carioca Izzy Cerullo. La donna ha chiesto alla compagna di sposarla e la risposta positiva è stata suggellata da un bacio, che ha incendiato lo stadio e ha fatto impazzire le compagne di squadra della giocatrice del Brasile.

Poco distante dallo stadio del rugby, sul campo di beach volley, un incontro tra culture differenti ha avuto luogo durante il match tra Germania ed Egitto. Mentre le giocatrici tedesche sono scese in campo con il classico bikini, divisa usuale delle beacher, le due atlete egiziane hanno scelto, nel rispetto della loro cultura islamica, di indossare un completo molto diverso. Nada Meawad e Doaa Elghobashy hanno indossato maglia a maniche lunghe e pantaloni fino alle caviglie, con quest’ultima che ha voluto anche coprire il suo capo con un hijab. Mentre in passato, la cultura e le usanze di alcuni paesi avevano impedito ai loro atleti di gareggiare in discipline dove era d’obbligo una divisa che scopriva troppo il corpo, l’apertura da parte del Comitato Olimpico nei confronti dei paesi con tradizioni diverse da quelle occidentali, a partire dall’Olimpiade di Londra 2012, ha aperto le porte anche a nazioni “nuove” che possono ora gareggiare senza offendere la loro cultura o religione.

Da un paese musulmano, martoriato dalla guerra civile, viene Yusra Mardini, nuotatrice diciottenne siriana, che partecipa alla manifestazione di Rio sotto la bandiera olimpica dei Rifugiati. Non ha speranze di medaglia Yusra. Nella gara dei 100 m delfino è arrivata 41ª su 45, anche se ha vinto la sua batteria. Nei 100 m stile libero non ambisce di certo a grandi risultati. Ma la sua Olimpiade lei l’ha già vinta. L’ha vinta il giorno in cui su un barcone con altri 18 profughi, col motore rotto e a rischio di affondare in mezzo al Mar Egeo, Yusra si è tuffata in acqua e, aiutata da sua sorella e da altri due “nuotatori”, ha spinto la barca per più di tre ore fino a raggiungere la salvezza sull’Isola di Lesbo. Aveva abbandonato il suo paese, dopo che la sua casa era stata distrutta dai bombardamenti, decisa a inseguire il suo grande sogno di partecipare alle Olimpiadi. Raggiunta la Turchia, passando attraverso il Libano, si era imbarcata, con altri 18 disperati, su un gommone che, a stento, poteva trasportare sei persone. Dopo la sua impresa, si è stabilita in Germania, dove si è dedicata anima e corpo agli allenamenti per riuscire a coronare il sogno che l’ha portata fino a Rio.

Un’altra vita segnata sin dalla nascita dal luogo in cui è cresciuta è quella di Rafaela Silva, che ieri ha regalato la prima medaglia d’oro olimpica al Brasile. Nella favela di Cidade de Deus, dove viveva con la sua famiglia, il suo percorso di vita poteva prendere una piega molto diversa. Ma suo padre, per evitare che lei e sua sorella trascorressero il loro tempo libero tra i pericoli delle strade delle favelas, decise un giorno di iscriverle a un doposcuola serale, organizzato per i ragazzi delle scuole statali. I gruppi sportivi delle discipline più popolari erano già pieni, gli unici posti ancora disponibili erano nella palestra del judo. E così è iniziata la carriera da judoka di questa grande atleta, che, come racconta lei stessa, le ha letteralmente salvato la vita. Già tre anni fa, ai Mondiali del 2013, Rafaela si era regalata e aveva regalato al suo paese uno storico oro, laureandosi campionessa mondiale della sua categoria. Nella serata di ieri è arrivato il trionfo nella finale dei 57 chilogrammi di judo, contro la rappresentante della Mongolia Dorjsürengiin Sumiya, con al collo l’oro più bello, più speciale, accolto con un pianto di gioia liberatorio.

Archivio

La vignetta di Pellegrini