Sonny Bill Williams lascia il campo dopo l'infortunio © AP - Themba Hadebe
Sonny Bill Williams lascia il campo dopo l'infortunio © AP - Themba Hadebe

Quando il sogno olimpico si rivela un incubo

La storia di Sonny Bill Williams, fenomenale All Black infortunatosi gravemente al debutto a cinque cerchi

Provate a pensare al tifo che Valentino Rossi attira in Italia, Novak Djokovic in Serbia e Peter Sagan in Slovacchia. Ecco, il protagonista della storia odierna può vantare un simile supporto, se non in misura addirittura superiore. Lui è Sonny Bill Williams, idolo dello sport nazionale di un paese (la Nuova Zelanda) che del rugby si nutre visceralmente.

Nato trentun’anni fa in quella che è la città principale del paese pur non essendo la capitale (Auckland), Williams è figlio di John, uno degli innumerevoli samoani arrivati a metà Novecento nel secondo paese del continente oceanico. Da piccolo era gracilino e si dilettava nel mezzofondo fino a quando, nei primi anni da teenager, inizia ad assaggiare lo sport di cui era gran tifoso e che il padre praticava; ovviamente, il rugby.

Ma non il rugby a 15, più popolare a livello europeo e mondiale, bensì quello più spettacolare a 13. La sua crescita prosegue bene sia livello fisico (ora è 194 cm per quasi 110 kg) che a livello tecnico tanto che a diciassette anni viene ingaggiato da uno dei club più importanti del continente, gli australiani dei Canterbury Bulldogs. L’esordio a livello senior, a diciannove anni, viene condito da una meta in un anno che vede lui e il team di Sydney conquistare il titolo.

La sua ascesa continua con la convocazione nell’aprile 2004 dalla propria nazionale per un test match contro i cugini australiani; la chiamata lo fa diventare il più giovane di sempre a vestire la divisa degli All Blacks nel rugby a 13. Nonostante diversi problemi dal campo dovuto ad un amore eccessivo per l’alcool, continua la sua crescita che lo porta al vertice, anche a livello economico, del panorama mondiale a 13.

Ma questo non gli basta: nel 2008 decide, improvvisamente, di passare al rugby a 15. Spostarsi dalla specialità precedente (nota anche come rugby league) a quella a 15 (conosciuto anche come rugby union): nella prima tipologia era uno degli avanti (per la precisione era un seconda linea) che devono fare soprattutto il lavoro sporco, nella seconda sarà per il resto della carriera un’ala-centro, ossia quelli che devono essere i principali finalizzatori delle squadre.

La scelta del nuovo team non è banale: non uno australiano né tanto meno uno neozelandese. Si vola in Francia, nella ricchissima Tolone del patron Mourad Boudjellal in una formazione che è allenata dal leggendario All Blacks Tana Umaga, capitano di lungo corso della miglior nazionale del mondo e per il quale ha un rispetto profondo. In Provenza va benissimo tanto che, al termine dei due anni di contratto, gli propongono un faraonico rinnovo che Williams però rispedisce cortesemente al mittente.

Il motivo è quella maglia nota in tutto al mondo: per poter far parte dei tuttineri a 15 bisogna militare per un club neozelandese, ed è proprio con uno di essi (i Canterbury Crusaders) che si lega. Il ct Graham Henry lo convoca subito per il debutto contro l’Inghilterra a Twickenham, diventando il secondo di sempre ad aver difeso i colori del paese sia nel rugby league che nel rugby union.

Fa parte del vittorioso team che nel 2011 domina la Coppa del Mondo in casa. Il suo percorso continua con tanto di una capatina fra il 2012 e il 2013 in Giappone con i Panasonic Wild Knights di Öta, grazie allo stipendio gentilmente erogato dall’omonimo colosso che possiede la franchigia. La sua impazienza lo porta anche a tornare nel 2013 all’amato rugby a 13 prima di un nuovo dietrofront nel 2015 dove si rimette in gioco nel rugby a 15, giusto in tempo per essere convocato per la sua seconda Coppa del Mondo, ovviamente vinta in Inghilterra.

E come se non bastasse, nel frattempo Williams si è esibito nella sua altra grande passione, la boxe tra i pesi massimi: il suo primo match nel circuito professionistico è datato 27 maggio 2009 quando supera lo sconosciuto Garry Gurr. Seguiranno nel corso degli anni (l’ultimo nel gennaio 2015) altri sei incontri, tutti vinti e tre dei quali per ko dell’avversario prima del termine.

Finito? Certo che no, visto che nel 2015 manifesta la voglia di tentare l’avventura olimpica nel rugby a 7, specialità che fa tornare la palla ovale nella famiglia a cinque cerchi dopo 92 di assenza (anche se a Parigi si praticò il rugby union). Riesce a convincere il coach Gordon Tietjens che può essere utile alla causa e dedica tutto il 2016 alla preparazione per l’appuntamento carioca.

Martedì 9, finalmente, è previsto il debutto contro il Giappone. All’inizio della seconda ripresa, il crac: mentre sta tenendo impegnati due avversari contemporaneamente sente, indistintamente, un rumore sordo. Capisce subito che è qualcosa di grave e chiede immediatamente il cambio, zoppicando nel salire sull’automedica. Il responso è chiaro: parziale rottura del tendine d’Achille sinistro.

Fine dei Giochi in un match stregato per gli All Blacks, che vedono anche un altro forfait (di Joe Webber) e la clamorosa sconfitta per 14 a 12 contro i terribili nipponici. Addio anche alle prossime uscite nella nazionale a 15, ivi compreso il test match novembrino all’Olimpico di Roma contro l’Italia. Ma non fine della carriera, per lui che vuole partecipare anche alla Coppa del Mondo 2019 in Giappone, che non ha escluso altre esperienze nel rugby a 7 e che ha in mente di indossare ancora i guantoni nel ring.

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