Maialen Chourraut impegnata nella discesa vincente © Getty Images - Jamie Squire
Maialen Chourraut impegnata nella discesa vincente © Getty Images - Jamie Squire

Italia in balia delle onde

La canoa slalom come simbolo di un paese immobile nell’impiantistica sportiva e nel sostegno agli atleti

La canoa slalom, che ha visto ieri la disputa delle sue ultime gare di questa edizione olimpica, è uno sport tra i più naturali come gesto: un’imbarcazione che scende per un rio mosso è un’eventualità assai comune, non necessariamente solo in luoghi di montagna. Eppure costruire un centro artificiale di tale disciplina è quanto di più oneroso possa esserci: basti pensare, a solo titolo esemplificativo, che il costo del campo di gara utilizzato a Rio de Janeiro è stato superiore ai 30 milioni di dollari.

Tale, importante, esborso taglia di fatto dal panorama della disciplina l’intero continente africano e tutta l’America Latina (con l’importante eccezione del Brasile); solo un atleta di colore è riuscito a competere a buon livello ma il protagonista, il togolese Benjamin Boukpeti, è a tutti gli effetti un cittadino francese che scelse la bandiera del paese di origine dei genitori per incontrare vita più facile nelle selezioni.

Costui fece una prima apparizione ad Atene 2004 quando fu diciottesimo; la sua impresa fu quattro anni dopo quando a Pechino seppe strabiliare tutti cogliendo un clamoroso bronzo nel K1, prima medaglia nella storia del paese dell’Africa occidentale. Chiuse la carriera a Londra 2012, quando occupò l’ultimo posto della top 10.

Fra Canada e Stati Uniti gli impianti artificiali si contano sulle dita di una mano, in Asia il conteggio è il medesimo fra Cina e Emirati Arabi Uniti (potevano gli emiri tirarsi indietro? certo che no), in Oceania ve ne è uno a testa per Australia (eredità di Sydney 2000) e Nuova Zelanda.

In Europa la situazione migliora, ed è proprio nel Vecchio continente che la disciplina affonda le radici (soprattutto nell’area danubiana): a fare le parti del leone sono Francia e Gran Bretagna, con questi ultimi capaci di costruire tre impianti nel giro di sei anni (beati loro). Possono gioire con uno o più impianti artificiali a testa anche Austria (alle porte di Vienna), Germania, Repubblica Ceca, Russia, Slovacchia, Slovenia e Spagna.

E l’Italia? Già, l’Italia; il Belpaese è l’unica nazione fra le quattordici nazioni medagliate nella storia olimpica assieme al Togo (ma si è detto sopra) e al Giappone (che sta costruendo l’impianto per Tokyo 2020) a non avere una struttura artificiale. I due campi gara e di allenamento principali sono “naturali”, ossia sono dei percorsi pressoché stabili predisposti su due fiumi.

Andando da Ovest ad Est, i due siti si trovano ad Ivrea, con il comune piemontese che sfrutta la Dora Baltea (e proprio in tale località la Coppa del Mondo di canoa slalom è tornata ad abbracciare l’Italia nello scorso giugno, dopo vent’anni esatti) e a Valstagna, piccolissimo municipio vicentino a nord di Bassano del Grappa incastonato nella Valbrenta e sulle rive dell’omonimo fiume.

Ben si capisce che l’utilizzo di questi due tracciati è praticamente impossibile nella stagione invernale (l’acqua è freddina, per così dire) nonché nelle giornate di maltempo, visto l’ingrossarsi dei corsi d’acqua. E appare dunque ancor più meritevole di applauso l’impresa del valstagnese Pierpaolo Ferrazzi (anche attuale commissario tecnico azzurro), capace di vincere nel K1 olimpico a Barcellona 1992 e di piazzarsi terzo a Sydney 2000, e del nativo di Cordenons Daniele Molmenti, che a Londra 2012 confermò le attese salendo sul gradino più alto del podio.

Proprio il pordenonese fu, nel corso della preparazione olimpica londinese, protagonista di un gesto che testimonia la quasi totale indifferenza generale che regna in Italia nei confronti della disciplina: Molmenti, che non più tardi del 2010 vinse il titolo mondiale (dunque non si parla di un “canoista della domenica”), fu costretto a vendere l’amata Ducati Monster per riuscire a pagarsi tre mesi di allenamenti supplementari in Australia, che a conti fatti si sono rivelati decisivi per il successo.

Una nuova Ducati gli venne regalata qualche mese dopo i Giochi dall’azienda di Borgo Panigale; caso emblematico di come troppi sport siano totalmente ignorati, salvo ricordarsi poi quando arrivano le medaglie nei sedici giorni dei Giochi Olimpici, per un sistema paese che deve migliorare anche da questo punto di vista.

Ma il tema dello sport e della pratica di esso viene purtroppo dimenticato, pur con diverse sfaccettature, da troppi appartenenti della classe dirigente, di quella imprenditoriale, di quella dei media (quotidiani che chiamano la propria sezione “sport e miliardi” mescolano una ristrettezza mentale e culturale di stampo medioevale, se non preistorica) e di quella dei tifosi, anche questi ultimi sempre pronti a diventare tuttologi sui social media su questo o tal caso di cronaca che abbia a che fare con lo sport (e non con l’agonismo).

Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani, diceva 150 anni fa Massimo d’Azeglio. E anche nello sport non siamo da meno.

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