Oksana Chusovitina in azione a Rio de Janeiro © Vladimir Rys - Getty Images
Oksana Chusovitina in azione a Rio de Janeiro © Vladimir Rys - Getty Images

Quando la pensione non è un obiettivo

La storia di Oksana Chusovitina, uzbeka volante della ginnastica: in mezzo a teenager, una nonnina che ci sa fare

La prima delle tre giornate dedicate alle finali dei singoli attrezzi nella ginnastica artistica propone una storia sopra a tutte le altre, in uno sport che di suo si presta a raccontare di giovanissime atlete cinesi di 139 cm di altezza (Wang Yan), di statunitensi dall’infanzia difficile e dal presente lucente (Simon Biles), o di fenomenali giapponesi che spendono a Rio oltre 5000 dollari di roaming internazionale per giocare a Pokémon Go (Kohei Uchimura).

C’è chi, al passatempo globale del momento, non ha mai giocato, neppure quando i primi mostriciattoli avevano invaso i GameBoy di mezzo mondo. Perché quando Satoshi Tajiri creò Pikachu e soci nel 1996, lei aveva già vinto Campionati del Mondo e Giochi Olimpici. Oksana Chusovitina è una delle figure storiche delle pedane visto che le prime competizioni senior a livello internazionale le ha disputate nel lontano 1990.

E l’anno dopo, al Mondiale di Indianapolis, fece suoi due ori (a squadre e nel corpo libero) e un argento (nel volteggio). Dopo aver difeso negli Stati Uniti la bandiera dell’Unione Sovietica, ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992, in quanto uzbeka, gareggiò rappresentando la Comunità degli Stati Indipendenti raccogliendo il primo (ed ultimo) oro olimpico nella prova a squadre.

Con la propria patria, lei che è di Bukhara (città sulla Via della seta), gareggia dal 1993 al 2006, non riuscendo a mettersi al collo medaglie olimpiche; lo fa, invece, al Mondiale di Anahaim 2003 (ancora una volta negli USA), dopo un argento nel 2001 (e uno seguente nel 2005) e due bronzi nel 1993 e nel 2002, tutti nella medesima prova.

Ma nel 2002 c’è un fatto che sconvolge la sua vita: a suo figlio Alisher, nato nel 1999, viene riscontrata una leucemia linfoblastica acuta. Per curarlo (a Colonia, in Germania) servono soldi, e tanti: allora lei. assieme al marito Bakhodir Kurbanov (anch’egli sportivo, lottatore), impegna i premi raccolti nella carriera, venendo aiutata dalle molte donazioni dalle colleghe ginnaste, per permettere il trasferimento in Vestfalia.

Anche la federazione uzbeka le va incontro, dandole il permesso di allenarsi e di gareggiare per la Germania in modo da poter restare sempre vicino allo sfortunato bambino che riesce a guarire dalla terribile malattia. Dal 2007 compete a livello internazionale per il paese teutonico, con il quale si schiera ai Giochi Olimpici di Pechino: ed è nella capitale cinese che, a trentatré anni, raccoglie un fantastico argento nel suo amato volteggio dietro alla diciannovenne nordcoreana Hong Un Jong. Nel medesimo anno, in aprile, aveva fatto suo l’Europeo (nel volteggio, ovviamente) battendo l’azzurra Carlotta Giovannini.

Nonostante un annuncio di ritiro nel 2009, tale intendimento viene rapidamente cambiato, e il livello di rendimento è sempre assai elevato: arrivano due argenti europei nel 2011 e nel 2012 e un argento mondiale nel 2011 a Tokyo. Londra 2012 è il suo ultimo obiettivo, il suo sesto viaggio a cinque cerchi: riesce ancora una volta ad entrare in finale, accontentandosi di un bel quinto posto.

Dopo l’appuntamento britannico pare giunta la parola fine sulla sua carriera. Ma non ha alcuna voglia di smettere e si mette in testa di andare alla ricerca della settima partecipazione olimpica, evento mai raggiunto nella ginnastica. A differenza delle due precedenti uscite torna però a competere per la propria patria, dichiarando di volersi sdebitare per quanto fatto dalla federazione uzbeka nel momento più difficile della sua vita.

Al Mondiale 2013 ad Anversa entra, ancora una volta, in finale del volteggio piazzandosi quinta; resta fuori dalla contesa nel 2015 a Glasgow, fatto che non le garantisce di partecipare alla rassegna carioca. Per farlo serve un buon risultato nella preolimpica dell’ultimo aprile, che puntualmente arriva e che le permette di battere ogni record di longevità come atleta meno giovane nella lunga storia della disciplina.

E non è una presenza solo simbolica visto che anche stavolta la finale viene centrata: lei, quarantunenne, si ritrova a sfidare due sedicenni, una diciannovenne, una ventunenne, una ventiduenne, una ventitreenne e una ventisettenne. Si presenta con un salto impossibile, nettamente più difficile di quelli presentate dalle rivali: purtroppo non riesce ad eseguirlo alla perfezione, con un atterraggio che la costringe ad una capriola. Anche il secondo esercizio non è perfetto, e la media delle due esibizioni le regala un punteggio di 14.833 che le vale il settimo posto.

Chiude la sua carriera (a meno di ulteriori ripensamenti) sotto un’unanime ovazione del pubblico presente, delle avversarie e dei tecnici presenti alla HSBC Arena; perché, per lasciare una traccia dietro di sé, non sono tanto importanti i risultati quanto gli atteggiamenti e i comportamenti tenuti dal primo all’ultimo giorno dentro i palazzetti.

 

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