Mo Farah, simbolo di una Gran Bretagna pigliatutto © AP Photo - David J. Phillip
Mo Farah, simbolo di una Gran Bretagna pigliatutto © AP Photo - David J. Phillip

Gran bottino per la Gran Bretagna

Alla scoperta del miracolo albionico: medaglie a pioggia che derivano dalla programmazione

Il tutto ha una data di inizio: 4 agosto 1996, ultimo giorno dei Giochi Olimpici di Atlanta. Si delinea il medagliere della deludente edizione statunitense (scippata a suon di dollari ad Atene), che vede al comando i padroni di casa davanti a Russia, Germania, Cina, Francia e Italia (13 ori e 35 medaglie totali). Seguono poi tantissimi paesi grossomodo secondo le attese, con l’eccezione del Giappone ventitreesimo. Ma l’Impero del Sol Levante non è comunque la delusione più cocente, che risponde al nome di Gran Bretagna.

Per trovare i sudditi di Sua Maestà bisogna abbassare lo sguardo fino ad un clamoroso trentaseiesimo posto, frutto di 6 bronzi, 8 argenti e la miseria di 1 oro, conquistato dal leggendario Steven Redgrave (non ancora Sir) in coppia con Matthew Pinsent nel due senza del canottaggio. Peggior piazzamento di sempre.

Per ovviare a questa debacle ignominiosa il governo del conservatore John Major decide di agire. Chi di dovere passa in rassegna vari sistemi sportivi; la scelta cade su uno, quello italiano. Lo sport tricolore vive un gran periodo frutto di una programmazione di qualità, di risorse certe e di atleti e tecnici di talento assoluto (oltre che, in alcuni casi, da sistemi poco ortodossi).

Qual è l’elemento che più ha attirato l’attenzione dei britannici? Il sistema di finanziamento dello sport che già dalla lunga presidenza del CONI di Giulio Onesti viene garantito dagli incassi, tolti i premi pagati agli scommettitori, del Totocalcio. I proventi del gioco più amato dagli italiani sostengono lo sport azzurro fino ai primi anni 2000 quando il progressivo calo delle giocate, unito dalla scelta politica del Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti di cambiare la destinazione, provocano un diverso (e ridotto) tipo di contributo dato dallo Stato allo sport tricolore.

Dicevamo degli albionici, che decidono di copiare pari pari il sistema della Penisola: da allora e fino ad oggi le risorse che alimentano il comitato olimpico nazionale giungono dal sistema delle lotterie nazionali. Assieme a tale scelta vi è un ulteriore punto di merito da parte del governo e dei dirigenti dell’epoca dello sport: vengono individuati alcuni sport nei quali viene considerato più semplice raccogliere medaglie (e, se possibile, in numero cospicuo).

Nome facile per il primo sport: è il ciclismo su pista, che viene ritenuto avere un livello medio non eccellente e che garantisce un buon bottino di medaglie. In secondo luogo si decide di puntare su equitazione e canottaggio, attività dalla lunghissima tradizione, e si punta anche sulle due regine dei Giochi Olimpici ossia atletica e nuoto, che permettono di specializzarsi in alcune macroaree.

Altro elemento fondamentale riguarda il tipo di finanziamento scelto: non a pioggia quanto in base al merito. Prima di ogni rassegna a cinque cerchi (che sia estiva, invernale o paralimpica) UK Sport stabilisce delle tabelle di rendimento per ciascuno sport comprendenti il numero di medaglie richiesto o, in caso di sport con poca competitività, risultati minimi da portare.

Questa decisione ha portato ad un scompenso fra i contributi ricevuti (attenzione: non si parla di budget totale) dalle federazione di vertice (e che hanno saputo lavorare meglio) alle altre: giusto per fare qualche esempio, nel quadriennio 2013-2016 il canottaggio ha ricevuto circa 38 milioni di €, il ciclismo poco meno di 35 milioni di € e l’equitazione poco più di 21 milioni di €. Nel medesimo periodo in Italia il canottaggio ha ricevuto all’incirca 12 milioni di €, il ciclismo poco più di 16 milioni di € e l’equitazione sugli 8 milioni di €.

Al contempo le discipline sacrificate come basket, lotta, pallamano e tennis tavolo si sono dovute arrangiare per andare avanti, sviluppando il lato degli introiti dalle sponsorizzazioni perché da UK Sport non hanno ricevuto un becco di un quattrino.

I primi effetti del nuovo corso britannico si vedono subito: a Sydney 2000 sono 11 le medaglie d’oro (3 nella vela, 2 nell’atletica e nel canottaggio, 1 a testa per boxe, ciclismo, pentathlon moderno e tiro) e 28 quelle totali. Lieve flessione ad Atene 2004 con gli ori ridottisi a 9 (3 nell’atletica, 2 nel ciclismo e nella vela, 1 a testa per canottaggio e equitazione) ma il numero complessivo salito a 30.

Il decisivo salto di qualità si registra a Pechino 2008: questo per una molteplice serie di motivi. Innanzitutto perché i fondi sono aumentati, permettendo migliori condizioni di allenamento per gli atleti; quindi la crescita di quegli sportivi nati dal punto di vista agonistico sotto il nuovo sistema; infine, ma non ultima causa, grazie alla assegnazione dei successivi Giochi Olimpici a Londra, permettendo quindi un ulteriore incremento del budget totale.

In Cina gli ori più che raddoppiano visto che sono ben 19 (47 le medaglie complessive): il merito principale va al ciclismo che porta l’enormità di 8 ori (7 su pista e 1 su strada, tra le donne con Nicole Cooke). Da soli i venticinque atleti delle due ruote sarebbero stati all’ottavo posto del medagliere, davanti all’intera spedizione francese. Gli altri allori sono stati portati a casa dalla sempre competitiva vela (4), dal canottaggio e dal nuoto (2 ciascuno) e da atletica, boxe e canoa, capaci di primeggiare in un’occasione.

Londra 2012 è stato il coronamento del percorso: 29 le medaglie d’oro e 65 quelle complessive che valgono un terzo posto nel medagliere dietro ai colossi Stati Uniti e Cina, per un podio che mancava da Anversa 1920. Ancora una volta God Save the Cycling che ripete le 8 medaglie d’oro (sempre 7 su pista e 1 su strada, stavolta grazie a Bradley Wiggins nella cronometro). Fanno la gioia dei tifosi di casa anche atletica e canottaggio (4 ori), boxe ed equitazione (3 ori). canoa (2 ori), taekwondo, tennis, tiro, triathlon e vela (1 ciascuno)

Se l’appuntamento di casa è stato un successo incredibile, Rio de Janeiro è, a due giorni dalla conclusione, una ciliegina (bella grossa) sulla torta visto che finora sono state portate a casa 24 medaglie d’oro e 58 totali, per un secondo posto nel medagliere che potrebbe diventare definitivo.

La celebrazione del modello britannico è proprio l’edizione carioca grazie all’esponenziale aumento di sport capaci di conquistare le medaglie del metallo più prezioso. Dalle 11 specialità londinesi si è passati (sempre finora) alle 14 brasiliane: 6 ori nel ciclismo (tutti su pista), 3 nel canottaggio, 2 nella ginnastica (mai accaduto prima), nell’equitazione e nella vela, 1 per atletica, canoa, golf, hockey, nuoto, taekwondo, tennis, triathlon e tuffi.

Tutti gli sport hanno raggiunto gli obiettivi predisposti alla vigilia tranne le sole atletica (previste dalle 7 alle 9 medaglie, sinora sono 4 ed è possibile arrivare al numero minimo prefissato) e canottaggio (fermatosi a 5 medaglie – di cui, come detto, 3 d’oro – ma che doveva conquistare dalle 6 alle 8 medaglie. A rischio il pentathlon moderno, che avrebbe dovuto portare 1 o 2 medaglie; rimane solo la prova maschile di domani. Tanto di cappello o, come si dice da quelle parti, hat tip.

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