Nairo Quintana e Esteban Chaves sul podio alla Vuelta a España 2016 © EFE - Javier Lizón
Nairo Quintana e Esteban Chaves sul podio alla Vuelta a España 2016 © EFE - Javier Lizón

La corsa della discordia

Il progetto della prima prova professionistica colombiana è affondato dalla Federazione. Storia di un movimento che non sfrutta a dovere le possibilità

I suoi corridori di vertice sono tra i più talentuosi al mondo, capaci quest’anno di occupare quattro dei nove posti disponibili sui podi dei tre grandi giri (nessuno come loro). Ma il panorama ciclistico della Colombia non è così ben sviluppato dal punto di vista delle corse: il paese sudamericano non ha infatti alcuna prova professionistica nel calendario internazionale e solo una gara, la Vuelta a Colombia, è prova di livello UCI seppur di categoria .2, la più bassa.

Nel calendario nazionale riservato a élite e under 23 del paese degli Escarabajos sono infatti ben trentasei le prove con corse in tutti i mesi dell’anno ad eccezione di novembre, partendo dal 3 gennaio con il Circuito Feria de Manizales e passando per prove storiche come la Vuelta a Antioquia, la Vuelta a Boyacá e il Clásico RCN (attualmente in svolgimento), fino al 4 dicembre con la Aguinaldo Cundinamaqués. Tutte organizzate direttamente dalla Federazione.

Tornando alla Vuelta a Colombia, in questa stagione si è assistito ad un braccio di ferro tra federazione colombiana e giudici di gara dell’UCI, vinto da questi ultimi che, in base alle regole applicate comunemente in materia di partecipazione alle gare di elementi di team affiliati alla federazione internazionale, hanno messo fuori corsa quattro corridori (Miguel Ángel Rubiano, Carlos Quintero, Juan Pablo Wilches e Norberto Wilches) tesserati in quella data per formazioni Continental e presenti alla corsa come membri di squadre dilettantistiche nazionali (e non club locali, opzione altrimenti accettabili). Anche per tale vicenda pare che la Federciclo colombiana abbia minacciato l’UCI di far diventare anche questa prova una manifestazione nazionale.

Un tema che sta emergendo prepotentemente negli ultimi giorni riguarda il monopolio che la federazione colombiana ha creato in tema di organizzazione delle corse: tutte le prove sono infatti direttamente gestite dalla associazione nazionale senza possibilità di azione per i privati. E proprio uno di loro, Alejandro Carrizosa Isaza, ha scritto una lettera aperta che sottolinea i problemi emersi nel progetto di creazione una corsa 2.1, il Tour de Café, per il quale si era accordato con chi organizza annualmente il Tour of California e il Tour of Utah, oltre che l’edizione 2015 dei Mondiali su strada.

Nel testo, consultabile in maniera completa sul sito La Ruta del Escarabajo, si parla della genesi del progetto rintracciabile nel 2013 e subito bloccato dalla federazione che si era rifiutata di fornire le informazioni richieste; gli organizzatori si sono così rivolti all’UCI che ha risposto in maniera esaustiva alle loro domande. Il programma venne inviato nel maggio 2013 alla Federciclo colombiana che scelse di non inoltrare la richiesta di una nuova corsa all’UCI, preferendo abortire il progetto che, così, morì sul nascere.

Nel 2015 gli organizzatori del progetto, presenti a Richmond assieme ai collaboratori statunitensi, avevano presentato direttamente ai dirigenti UCI il loro piano che prevedeva la prima edizione del Tour de Café, sempre di categoria 2.1, per il febbraio 2017. L’UCI approvò la richiesta che, in quest’occasione, vedeva inoltre l’inserimento nel piano di lavoro di una prova femminile collegata (la prima nella storia della Colombia) di categoria 2.1 e in programma per il giugno 2017.

Dopo questa risposta positiva gli organizzatori iniziarono a contattare le autorità locali e nazionali (con tanto di patrocinio del Viceministro del Turismo) che risposero positivamente alla richiesta di fondi e di aiuto a livello pubblicitario. La risposta del presidente della federazione ciclistica, giunta lo scorso aprile, fu anche in tale occasione negativa, indicando come abusivi gli organizzatori e che solo la federazione ha il potere di organizzare le corse il paese e di chiedere all’UCI le opportune autorizzazioni.

Dopo tale chiusura il governo nazionale si muove indirizzando una lettera al presidente della federazione ciclistica colombiana che lo invita a approvare la corsa vista l’importanza promozionale che garantirebbe alle località coinvolte. Tale lettera, arrivata come detto dalle massime autorità politiche del paese, non trovò risposta dalla controparte così come nessun segnale arrivò per le successive richieste degli organizzatori del Tour del Café. Anche una teleconferenza fra organizzatori, UCI e Federciclo colombiana non portò ad un accordo, con questi ultimi che dichiararono di “non fidarsi degli imprenditori privati del paese“. Infine, pure un tentativo effettuato dalla presidente di Coldeportes (il dipartimento governativo incaricato dell’attività sportiva) andò a vuoto.

La Federciclo, nel corso dell’estate, ha fatto sapere di essere intenzionata a creare direttamente una prova di categoria 2.1, senza però specificare le tempistiche previste e le modalità dell’eventuale gara. E così, per gli innumerevoli tifosi di un paese in rapida ascesa economica e che può contare su corridori quali Darwin Atapuma, Esteban Chaves, Fernando Gaviria, Sergio Luis Henao, Miguel Ángel López, Jarlinson Pantano, Nairo Quintana e Rigoberto Urán, è ancora negata la possibilità di veder correre in patria tali nomi, con l’eccezione del campionato nazionale.

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