Tom Boonen guida il Belgio nel ventaglio che ha spaccato il Mondiale 2016 © Bettiniphoto
Tom Boonen guida il Belgio nel ventaglio che ha spaccato il Mondiale 2016 © Bettiniphoto

Belgio, perché lasciare il capolavoro a metà?

Nel deserto i fiamminghi di Boonen hanno spaccato corsa e avversari. Ma poi nel finale si sono troppo appiattiti sul capitano: per una ragione

Quei lettori abituati a passare interi pomeriggi a preparare deliziosi manicaretti per la cena, per poi non mangiarli ma limitarsi a guardarli, non condivideranno probabilmente lo spunto di questo articolo. Tutti gli altri però si staranno chiedendo, da qualche ora, per quale arcana ragione il Belgio, grande protagonista del Mondiale di Doha, abbia fatto fuoco e fiamme a metà gara, centrando l’obiettivo di terremotare la corsa e di ritrovarsi in schiacciante superiorità numerica nel gruppo di testa, per poi sedersi di fatto nel circuito conclusivo, aprendo il fianco a una sconfitta sinceramente immeritata per quanto era stato fatto vedere in precedenza.

La risposta a tale quesito la diamo subito. Non si può prescindere da un concetto: Tom Boonen in Belgio è un semidio (e forse possiamo anche togliere il semi); e si può dire che un buon 50% della tattica arrembante della nazionale del ct Kevin De Weert abbia poggiato più che sulle gambe dei suoi uomini, sul carisma del suo capitano.

Da quando Boonen nei giorni scorsi ha aperto bocca per stabilire che la sua squadra avrebbe dato battaglia prima possibile e al massimo delle sue potenzialità, non c’era da avere dubbi che le cose sarebbero andate esattamente così. E infatti nel deserto, dopo l’ormai celebre curva a destra dei -177 km all’arrivo, la nazionale belga si è messa in blocco davanti a tirar via un ventaglio e a frantumare in mille pezzettini il gruppo.

Una volta compiuto questo primo step, non è che il grosso del lavoro fosse stato fatto. Rimaneva da pedalare per appena 175 km, e pedalare forte. Senza un capitano idolatrato come Tom a guidarla, la truppa (qualsiasi truppa) si sarebbe probabilmente arresa, alla lunga. In fondo sono stati tanti i chilometri in cui gli inseguitori (in numero maggiore rispetto a quelli del primo drappello) non erano troppo lontani. Un tentennamento, un’impasse qualsiasi, un traccheggiare inopportuno, e quella splendida azione sarebbe sfumata.

 

Boonen, carisma e sapienza
In questo caso invece ciò non è avvenuto. Se il tuo capitano non ha paura del corpo a corpo lungo 175 chilometri, non puoi averne tu. Se ti incita sin dal primo metro dell’attacco a darci dentro per mettere insieme un secondo di margine dopo l’altro, non puoi esimerti dallo sputare l’anima su quella striscia d’asfalto sabbioso.

Oltre alla carica morale, Boonen è stato in grado di gestire in maniera sapientissima l’attacco nel vento, ha dettato tempi e ritmi, ha imposto andature e veti, ha invogliato gli avversari a collaborare e ha bacchettato quelli che non volevano saperne. Un generale più che un corridore. Amatissimo dai suoi, temuto dagli altri, rispettato comunque da tutti.

Quel rispetto che è dovuto a un personaggio con la carriera di Tom, già vincente da giovanissimo, straordinario interprete delle classiche più dure, al contempo essendo en passant ottimo velocista da Tour de France, nonché già Campione del Mondo nel 2005. Ma non occorre riepilogare qui il suo immenso palmarès.

 

Il progetto di Tom
Il progetto di rivincere l’iride a 11 anni di distanza dalla prima frullava da tempo in testa a Boonen. Al punto che in questi ultimi tempi l’abbiamo visto pure lanciarsi in volate di gruppo (cosa che ormai non faceva più, ritenendola troppo pericolosa), per ritrovare l’antico feeling con lo sprint e dimostrare a se stesso e al suo commissario tecnico di essere ancora in grado di spuntarla in una situazione del genere.

Oltre a ciò, all’età di Tom ogni stagione potrebbe essere quella dell’ultima zampata, e per concludere il quadretto è inevitabile citare la corrispondenza d’amorosi sensi tra il campione e il Qatar, terra in cui ha conquistato la bellezza di 22 vittorie nel piccolo Tour che lì si svolge di febbraio in febbraio.

Quando si realizza un progetto tanto affascinante quanto azzardato come quello di fare il vuoto nel deserto selezionando un drappello non troppo numeroso (25 unità o poco più) che vada a giocarsi il successo, l’acquolina in bocca vien da sé. Dev’essere proprio questo ciò che è successo oggi a Boonen. Troppa acquolina.

 

Eppure al Belgio non mancavano le alternative
Il circuito di Doha non invitava certo ad attacchi troppo strutturati. Facile e veloce, non presentava snodi su cui venisse naturale piazzare uno scatto, un allungo, un break. Gli avversari erano quelli che erano, fortissimi ma non tatticamente in grado di architettare troppe varianti allo spartito imposto dai soverchianti belgi.

Tra uomini veloci (e quindi intenzionati ad andare a giocarsela allo sprint) e gregari al servizio dei vari capitani, il novero di quelli che avrebbero avuto l’interesse (e la capacità) di giocare d’anticipo era miseramente ridotto. Giusto l’Olanda di Niki Terpstra e Tom Leezer (e infatti…), per il resto buio completo. Ah no; ci sarebbe stato – volendo – pure il Belgio.

Non è che in casa fiamminga mancassero risorse umane rispondenti alle caratteristiche necessarie per spezzare ulteriormente il drappello nel circuito finale. Jasper Stuyven è un finisseur alla Cancellara; di Jurgen Roelandts pochi ricordano forse un terzo posto al Fiandre, ma tutti hanno in mente la sua fuga impossibile nella Gand ventosa poi vinta da Paolini; Jens Keukeleire è scaltro uomo da classiche capace di piazzare anche spunti veloci; Greg Van Avermaet… beh, ha ancora bisogno di presentazioni, lui?

Nella strategia belga, Stuyven e Keukeleire (come anche il sesto uomo, Oliver Naesen) sono stati spesi nel deserto per dare il maggiore impulso all’azione d’attacco. Dopodiché sono stati ancora utilizzati per tirare a lungo nei sette giri del circuito di The Pearl Qatar. Ecco che qui la nostra visione comincia a discordare da quella di De Weert (o meglio: di Boonen).

 

Quello scatto che non è mai arrivato
Arrivati i 25 sul circuito conclusivo, il margine sugli inseguitori non era ancora sicuro ma poco ci mancava. Inoltre era abbastanza lampante che dietro non ci fosse un accordo eccessivo sul cosa fare e come farlo. Ma diamo per buono che ci volessero un paio di giri tirati ancora tutti insieme per sostanziare in maniera definitiva il vantaggio sul secondo gruppo.

A partire dal terzo giro, però, ci aspettavamo che il Belgio cambiasse pelle e cominciasse a lanciare i suoi uomini più pericolosi: se Stuyven e Keukeleire avevano già dato, restavano pur sempre Roelandts e soprattutto Van Avermaet da giocare. Invece si è proceduto (in maniera anche abbastanza antispettacolare, da un certo punto in avanti) in fila indiana, tenendo buoni i due potenziali contrattaccanti, a guardare le spalle a Boonen.

È emersa a quel punto la verità sull’atteggiamento dei fiamminghi: l’obiettivo non era tanto provare a vincere il Mondiale. L’obiettivo era provare a vincere con Boonen, e solo con lui.

Non pensiamo che De Weert in ammiraglia, o Roelandts e Van Avermaet in corsa, siano tanto sprovveduti da non sapere che le chance di successo di Tom allo sprint sui vari Sagan, Cavendish, Matthews, Kristoff e compagnia bella, fossero piuttosto limitate. Le chance di un Boonen che in aprile – giova ricordarlo – in una volatina a 5 perse da Mathew Hayman una Parigi-Roubaix che nessuno avrebbe pensato lui potesse perdere.

 

L’ultimo (?) omaggio a Tom: dovuto e voluto
Perché immolarsi in quel modo, allora? Non vale sostenere che i belgi “non ne avessero più”, perché Roelandts ha dimostrato di avere ancora tanta birra per trenare nel finale (e annullare il bel tentativo di Leezer); e GVA uno scatto non lo rifiuta mai, figurarsi se non aveva voglia di piazzarlo in un Mondiale. Invece GregVan si è limitato a svolgere funzioni da stopper sugli olandesi, e punto.

La verità è che nessuno in quella squadra si sentiva all’altezza anche solo di proporre un’alternativa al copione già vergato da Tom in persona. Nessuno – neanche il campione olimpico che pure negli ultimi anni ha messo la mordacchia a un certo Philippe Gilbert! – poteva osare togliere a Boonen l’occasione di provarci un’ultima volta. Nessuno dei suoi compagni poteva pensare di lasciare a cotanto capitano il rimpianto di sapere come sarebbe andata “se non avessi lasciato spazio a tizio o caio”. Non ha più 28 anni, come quando permetteva (giocando da specchietto delle allodole) al suo coéquipier Stijn Devolder di vincere non uno ma ben due (!) Giri delle Fiandre di seguito. A 35 anni non è più tempo di lasciare spazio al dubbio.

E allora diciamolo: il ciclismo belga aveva quasi l’obbligo morale di concedere oggi questo credito al suo più grande campione del nuovo millennio. Anche se ciò è costato un possibile oro; anche se è stato frustrante per lo spettatore assistere a 100 km finali senza un sussulto, dopo il grande show degli 80 precedenti; anche se questa gara sarebbe rimasta negli annali come un capolavoro totale, da mozzare il fiato, se le cose avessero preso quell’altra piega.

Da osservatori esterni un po’ rosichiamo per il mancato spettacolo del circuito di Doha. In un’altra situazione, criticheremmo apertamente la scelta del ct belga. Ma quando si pensa che un corridore come Tom Boonen, capace di accendere le corse a 50, 100, 200 km dal traguardo, tra un anno o magari due non lo vedremo più sgambettare in gruppo, ci prende il magone. E lasciamo correre. E ringraziamo, e basta: grazie Tom. Buon pro ti faccia, questo piccolo – ma in fondo grande – bronzo mondiale.

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