Peter Sagan batte Mark Cavendish e Tom Boonen a Doha. Giacomo Nizzolo è quinto © Bettiniphoto
Peter Sagan batte Mark Cavendish e Tom Boonen a Doha. Giacomo Nizzolo è quinto © Bettiniphoto

Il più forte, il più grande, il più figo del mondo: Sagan!

A Doha Peter vince il secondo Mondiale di fila, battuti Cavendish e un mitico Boonen; bella Italia e Nizzolo quinto

Chi è il corridore più forte del mondo? Risposta facile: Peter Sagan. Non è solo un atto notarile, questo, non lo diciamo solo perché il ragazzo ha vinto due Mondiali uno dietro l’altro (evento che non avveniva da Paolo Bettini 2006-2007) e altri ne potrà ancora vincere, a partire dal prossimo. La verità è che Peter Sagan è il faro più splendente del ciclismo globale, è uno che come si muove produce spettacolo, è il migliore in molti sensi e al contempo ha quel suo fare da bimbo candido a cui ogni cosa può essere perdonata.

Non che ormai lo slovacco di Zilina faccia di quelle monellerie che in passato hanno anche fatto discutere. È più posato, più tranquillo, anche sportivamente più sereno in quanto – proprio un anno fa a Richmond – ha voltato pagina in una carriera che fin lì era stata piena di promesse non del tutto mantenute, ma che da lì in avanti è stata una sequela di colpacci, uno più bello dell’altro. Negli ultimi 12 mesi Peter ha conquistato tra le altre cose la prima classica monumento in carriera (il Giro delle Fiandre), ha inanellato una serie di importanti successi (dalla Gand ai classici timbri in California e in Svizzera, chiudendo col GP di Québec), ha rotto il digiuno di vittorie al Tour (esultando in tre tappe oltre che per l’ennesima – la quinta di fila – maglia verde della classifica a punti); da ultimo, si è avvicinato al Mondiale non facendosi mancare un paio di affermazioni all’Eneco Tour, subito dopo aver fatto suo il primo Campionato Europeo per professionisti.

Una stagione da urlo, chiusa oggi – coerentemente – da un ennesimo urlo. In un Mondiale che doveva essere una delle più grosse ciofeche della storia del ciclismo e che invece si è risolto in una lotta a tratti bellissima tra uomini forti e scafati, che ci rende un podio memorabile con Peter tra Mark Cavendish e Tom Boonen (tutti e tre già vincitori di iride), che ci resterà in mente per la stordente battaglia del deserto orchestrata dal Belgio di Tommeke, che lascia un pizzico di delusione per lo svolgimento (troppo catatonico rispetto alle attese generate dal “pre”) nei giri del circuito di Doha, e che ha visto tra i protagonisti anche gli azzurri di Davide Cassani, gagliardi (come quasi sempre, oseremmo dire) nell’interpretazione della gara, pronti ad assumersi le proprie responsabilità, da grande nazionale quale quella italiana è stata in passato più di quanto non sia oggi (ma la strada per tornare a esserlo è tracciata); e rimasti alla fine con un quinto posto che non è in assoluto un premio (il podio non era lontanissimo), ma che neanche può essere considerato una sconfitta, visto come è maturato e soprattutto vagliata la caratura degli avversari con cui Giacomo Nizzolo (il nostro finalizzatore) si è trovato a misurarsi nel finale.

Un Mondiale che è stato a tanto così dall’essere – per gli annali – uno dei più indimenticabili di sempre, e che comunque il suo spazietto nelle nostre memorie di appassionati se l’è degnamente ritagliato.

 

Sette uomini in fuga e sante alleanze
257.5 km di gara, 151.1 in linea passeggiando nel deserto a nord di Doha, 106.4 in circuito (7 giri da 15.2 km) sull’isola artificiale di The Pearl Qatar. Come ogni buon Mondiale che si rispetti, la prima parte è stata dedicata ai comprimari di nazionali improbabili. Diversi tentativi in avvio, poi sette uomini sono riusciti ad andare in fuga al km 4, prendendo subito il largo: Brayan Ramírez (Colombia), René Corella (Messico), Sergiy Lagkuti (Ucraina), Natnael Berhane (Eritrea), Ryan Roth (Canada), Nick Dougall (Sudafrica) e Anass Ait el Abdia (Marocco). Per loro il vantaggio è arrivato a sfiorare i 12′ (per la precisione, 11’45” dopo 26 km), poi il gruppo ha cominciato a pedalare (mentre fin lì era stato quasi un surplace) e il gap ha iniziato a ridursi.

In particolare, a tirare a lungo è stato Kanstantsin Siutsou, bielorusso che più che per il capitano Yauheni Hutarovich (non certo uno dei favoritissimi di giornata) è parso lavorare in supporto alla Gran Bretagna del suo amico Mark Cavendish. Non a caso i britannici erano in blocco esattamente alle spalle di Siutsou. Fatto sta che il lavoro del bielorusso ha tagliato di quasi tre minuti il margine dei battistrada nel giro di 25 km.

Intanto il vento nel deserto si alzava, lasciando presumere che nel tratto di ritorno da Abu Yazoul (località nell’estremo punto settentrionale della fase in linea) potesse esserci la tanto attesa rumba di ventagli orchestrata dalle nazionali prive di un velocista di valore assoluto, Belgio in primis.

 

Arriva la svolta della strada, arriva la svolta della gara
Fino al km 77 (180 dalla fine) la situazione non è sostanzialmente cambiata: col vento presente ma contrario, non era ipotizzabile del resto che le cose variassero. Ma non appena si è svoltato a destra (e poi di nuovo a destra), la gara ha svoltato insieme alla carovana.

Proprio come era prevedibile, e come era peraltro stato ampiamente annunciato da Tom Boonen, è stato il Belgio a infuocare la corsa. La Gran Bretagna, che si trovava già lì da un bel po’, ha partecipato alla festa orchestrata dagli uomini di Tommeke, il tappo è saltato insieme a Caleb Ewan (e Matteo Trentin alle sue spalle), che per un tratto ha tentato di restare attaccato coi denti a quelli dell’avanguardia, per poi rassegnarsi a farsi da parte lasciando che il ventaglio si aprisse in tutto il suo splendore.

Il tempo per fare il punto della situazione (sempre molto complicato in simili contesti), che già il gruppo era totalmente esploso, spezzettato in sette-otto tronconi, con molti dei corridori più attesi rimasti invischiati nelle retrovie, e il bello è che c’era sempre una retrovia della retrovia, a un’alzata di sguardo si trovava ogni volta un plotoncino che stava più indietro, nell’infinita entropia introdotta dalla tattica kamikaze di Boonen e dei suoi. 175 km da lì al traguardo, ribadiamo. Come nel ciclismo degli anni leggendari. Come nei migliori auspici di tutti gli appassionati.

 

Chi c’era e chi non c’era là davanti
Sei uomini del Belgio, niente di meno: Tom Boonen, Jens Keukeleire, Oliver Naesen, Jurgen Roelandts, Jasper Stuyven, Greg Van Avermaet. Per tutti i gusti. Con loro altri 20 – cifra più cifra meno – tra cui la parte del leone la faceva (udite udite!) l’Italia di Davide Cassani, rappresentata addirittura da quattro uomini: Daniele Bennati, Jacopo Guarnieri e i due capitani Giacomo Nizzolo ed Elia Viviani.

La Gran Bretagna si è dissolta prestissimo, lasciando avanti solo Adam Blythe a far coppia con uno sveglissimo Mark Cavendish. Ottima la Norvegia con tre rappresentanti, i big Alexander Kristoff ed Edvald Boasson Hagen e il giovane gregario Truls Korsaeth; Australia benino ma non benissimo, dentro il capitano Michael Matthews supportato da Mathew Hayman; Slovacchia alla grandissima con Peter Sagan, suo fratello Juraj e pure il terzo uomo Michael Kolar, tre uomini schierati e tre uomini lì davanti; Olanda senza i più veloci ma con la volpe del deserto Niki Terpstra e Tom Leezer; cani sciolti, poi: il tedesco John Degenkolb, il francese William Bonnet, l’irlandese Sam Bennett, il danese Magnus Cort Nielsen.

A un rapido calcolo, evidentissima l’assenza dei big dello sprint francesi (Nacer Bouhanni e – ancor più attardato – Arnaud Démare) e tedeschi (Marcel Kittel e André Greipel), di Fernando Gaviria (rimasto nel secondo gruppetto), degli spagnoli (Juanjo Lobato totalmente trasparente), dell’olandese Dylan Groenewegen, di tutti gli altri.

Il Belgio è stato spietato. Ha macinato chilometri nel vento e nella sabbia, e strada facendo si sono persi anche altri rilevantissimi astanti, a partire da Degenkolb (foratura), proseguendo con Cort Nielsen (idem) e con Bennett (caduto). Pure Juraj, per andare a prendere delle borracce all’ammiraglia, è rimasto intrappolato nel vento, privando il fratello di un supporto che sarebbe stato ancora utile.

In quei convulsi momenti, anche Gaviria – nel secondo gruppo – è uscito dalla corsa, avendo tamponato Luke Durbridge ed essendosi fatto male a un fianco (nell’occasione è caduto pure Luka Mezgec). Un Jean-Claude Izzo avrebbe facilmente definito la situazione “casino totale”.

 

L’Italia che recita la propria parte
Torniamo sull’Italia: in quattro davanti, in cinque sparsi tra i vari gruppetti attardati; Manuel Quinziato nel secondo, Sonny Colbrelli e Matteo Trentin nel terzo, Fabio Sabatini (frenato da una foratura) e Daniel Oss ancora più dietro. Nel primo drappello mancava un azzurro che potesse rappresentare un’alternativa tattica, ma c’erano comunque i due più veloci col supporto dei due più scafati. Per il ct Cassani il bicchiere era decisamente mezzo pieno, e infatti non sono passati troppo chilometri prima che anche l’Italia cominciasse a collaborare col Belgio in un’azione che – a dispetto dell’enorme distanza che mancava al traguardo – aveva tutta l’aria di essere quella decisiva.

Affinché l’apparenza si trasformasse in sostanza, son dovute passare diverse decine di chilometri nel corso delle quali il secondo gruppo, animato dai tedeschi (Degenkolb, Kittel e Greipel in prima persona: i tre che avrebbero dovuto fare i gregari – compreso Tony Martin che sarebbe servito come il pane – erano tutti attardati), ha provato a non mollare.

Il gap dei secondi rispetto ai primi è stato tenuto all’inizio tra i 30 e i 40″, quindi a lungo intorno al minuto, ma non appena c’era un accenno di recupero da dietro, quelli davanti riacceleravano, frustrando ogni speranza negli inseguitori. Finché la situazione del drappello dei tedeschi non è caduta in balia di un’anarchia totale e diffusa, coi belgi ivi presenti (Jens Debusschere e Iljo Keisse) ineffabili nel rompere i cambi non appena potevano; esponendosi così anche all’ira degli avversari: clamorosa una reazione di Degenkolb che a un certo punto, annullato un suo (velleitario) contrattacco da Debusschere, ha spruzzato una borraccia d’acqua in faccia al fiammingo.

Ma a quel punto eravamo già nel circuito finale, e i buoi erano da tempo scappati dalla stalla.

 

Inseguitori sempre più allo sbando
Riavvolgiamo ancora il nastro per dar conto di alcuni dettagli. Ad esempio del fatto che i fuggitivi del mattino (tra i quali Ramírez era stato vittima di una spettacolare caduta ma si era rialzato e rimesso in scia ai colleghi) erano stati ripresi dal gruppo Boonen ai -145. Tra loro, bravissimi Ait el Abdia, Berhane, Dougall e Roth a resistere fino alla fine coi migliori.

Un’altra cosa che era successa era che nel gruppo inseguitore si segnalavano insofferenze varie già nel momento in cui (ai -118) qualcuno cominciava ad abbozzare inutili contropiede (l’austriaco Marco Haller con lo spagnolo Imanol Erviti e poi tutto solo). Mancava una vita alla fine, ma già era chiaro come sarebbero andate le cose.

I 26 al comando non si scomponevano. All’ingresso nel circuito di The Pearl Qatar, Kolar ha avuto un problema al cambio, ma è stato bravo a riaccodarsi al drappello buono; Blythe invece ha forato più avanti (nel secondo giro, a 85 km dalla fine), ma pure lui ha stretto i denti ed è rientrato sui migliori. Non era molto raccomandabile lasciare soli a quel punto i rispettivi capitani (Sagan e Cavendish).

 

Sul circuito di Doha la corsa si assopisce
Tanto era stato lo spettacolo nel deserto, tanto la corsa si è ammosciata visibilmente sugli stradoni di Doha. Ci si aspettava che il Belgio, motore di cotanti eventi, desse platealmente seguito al suo progetto di terremotare la corsa, una volta arrivati al circuito conclusivo, ma ciò non è avvenuto.

Si è pensato “ok, ora passeranno tre o al massimo quattro dei giri del circuito, dopodiché saranno fuochi d’artificio”; tantopiù che ormai il margine sui sempre più sfiduciati inseguitori era abbondantemente sopra la soglia di sicurezza (1’11” all’ingresso sull’isola, 1’28” al secondo passaggio, 1’50” al terzo, e poi sempre tendente a salire). E invece niente.

Alla fine del quarto giro Degenkolb e Kittel (ma anche Colbrelli) si sono ritirati, laddove moltissimi altri avevano già alzato bandiera bianca a più di 100 km dalla fine (compresi gli altri azzurri rimasti ancora più indietro: Oss, Trentin e Sabatini).

Alla fine del quinto (a 30 km dal traguardo) Keukeleire si è fatto da parte, davanti son rimasti in 25, e qualcuno ha cominciato a sospettare che non ci fosse tutta quella voglia di darsi battaglia, tra i battistrada: vuoi vedere che la tirano alla lunga fino alla volata?

 

Nessuno si muove, Van Avermaet fa lo stopper
Puntualmente, è avvenuto proprio ciò. Il Belgio, nonostante avesse nel taschino ancora la carta Van Avermaet da giocare, ha optato per un approccio più conservativo, puntando tutto sullo sprint di Boonen: scelta destinata a essere perdente, vista la presenza lì davanti di altre ruote veloci in grado di battere Tom sulla carta, da Kristoff a Matthews, dallo stesso Sagan allo spauracchio Cavendish, senza dimenticare i due velocisti italiani, che certo non partivano battuti rispetto al mitico campione di Mol.

Dal canto loro, le altre squadre non avevano grandi frecce ai propri archi: qualcuno, isolato, avrà pensato che se si fosse mosso in anticipo avrebbe rischiato di venire risucchiato e poi staccato, perdendo pure l’obiettivo minimo della top ten (che in un Mondiale dà sempre conforto); qualcuno, al servizio di un capitano, si sarà fatto l’idea di non poterlo abbandonare sul più bello (è il caso di un Hayman o di un Boasson Hagen, ad esempio); qualcuno dava l’idea di non avere comunque tutta questa gran gamba per tentare di sparigliare (è il caso dell’Italia: con Bennati e Guarnieri che avevano già speso abbastanza per alimentare l’azione, non rimaneva che mirare un buon piazzamento con Viviani o Nizzolo). Escludiamo in partenza pure i resti della fuga del mattino, ormai al lumicino delle forze, e converremo che solo l’Olanda – oltre al Belgio stesso, che però aveva già fatto le sue scelte – avrebbe potuto cercare la soluzione d’anticipo.

In effetti gli arancioni si sono mossi. Abbiamo dovuto aspettare l’ultimo giro per vedere la loro azione, ma ai 5 km finalmente Niki Terpstra ha accennato un allungo, subito stoppato da Van Avermaet e Hayman.

 

Il tentativo dell’outsider: Leezer
Dopo l’allungo solo accennato dall’olandese, Sagan ha messo Kolar ad aumentare il ritmo, bagnando le polveri altrui fino a una rotonda ai 2.7 km: lì di nuovo Terpstra, approfittando del fatto di essere uscito dalla rotatoria dalla parte opposta rispetto agli avversari, ha nuovamente accennato qualcosa, e di nuovo Hayman l’ha bloccato in partenza.

È stato allora Tom Leezer a cogliere la palla al balzo per partire in contropiede ai 2.4 km. Lo scatto del secondo olandese è stato ficcante e per qualche istante ha dato l’impressione di poter essere quello buono. Non di rado da situazioni tatticamente così bloccate è emersa alla fine la soluzione meno ipotizzabile. Leezer ha preso 100 metri di vantaggio, poi anche qualcosa in più, mentre la Norvegia inseguiva con Korsaeth.

L’oranje è rimasto davanti fino al chilometro finale (ancora 100 metri di vantaggio sotto il triangolo rosso), allora è stato il Belgio con Roelandts a togliere le castagne dal fuoco a tutti gli altri. La trenata di Jurgen ha fatto calare il sipario sul tentativo di Leezer, e ai 500 metri la volata era pronta per essere lanciata.

 

Gli azzurri lanciano lo sprint, Sagan lo vince
Il minitreno azzurro, con Guarnieri a pilotare ottimamente Nizzolo, ha preso l’abbrivio davanti. Boonen era a ruota del brianzolo, e quando Giacomo è partito ai 200 metri, Tom non ci ha messo troppo a saltarlo. Da dietro rinveniva forte Sagan con Cavendish a ruota, e quando i due si sono trovati davanti l’ostacolo formato dai due azzurri hanno optato per due vie differenti: lo slovacco è passato all’interno, tra Nizzolo e le transenne, trovando un pertugio che solo lui (ma grazie anche all’italiano per non averlo stretto); il britannico è andato invece per vie centrali, sbucando – dopo una quasi spallata con Matthews, che veniva dal fronte opposto della strada – alla sinistra di Boonen e superandolo abbastanza agevolmente.

Sagan però usciva da destra come un fulmine, e nulla ha più potuto fermarlo. La sua ruota ha rombato nettamente davanti a quella di Cavendish (che per la rabbia ha alzato la bici risbattendola giù, nell’atto di passare la linea del traguardo). Boonen ha difeso (col gomito!) il terzo posto dal ritorno di Matthews, rimasto giù dal podio. Nizzolo ha chiuso quinto, in una posizione che era più o meno quella che gli si poteva ascrivere alla vigilia, in un ipotetico sprint con molti dei migliori avversari.

I norvegesi hanno pasticciato un po’ nel finale, o Boasson Hagen non ha dato strada a Kristoff, o quest’ultimo non ne ha avuto per passare, fatto sta che EBH ha chiuso sesto davanti al compagno; ancora, ottavo s’è piazzato Bonnet, nono Terpstra, decimo uno sprecatissimo Van Avermaet. Guarnieri è stato 11esimo davanti a Blythe, Berhane, Roelandts e Roth. Ventesimo ha chiuso Viviani (qualche crampo nel finale per lui), 25esimo (a 4′ dai primi) Bennati; il secondo gruppo è stato regolato – per il 26esimo posto – dal russo Alexander Porsev. 53esimo e ultimo, a 6’03”, l’americano Robin Carpenter.

Una corsa facilissima altimetricamente, resa selettiva al massimo (solo un quarto dei partenti l’hanno portata a termine) e chiusa da un vincitore straordinario dopo momenti di grande spettacolo alternati a (troppo) lunghe fasi di studio. Tutto sommato, da quest’iride in salsa qatariota, ci si poteva aspettare di molto peggio. Appuntamento a Bergen 2017.

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