Il palco de "Il Processo alla tappa" nella tappa di Canazei al Giro d'Italia 2017 © Bettiniphoto
Il palco de "Il Processo alla tappa" nella tappa di Canazei al Giro d'Italia 2017 © Bettiniphoto

La Rai al Giro 100 ma senza la lode

Il bilancio della copertura della tv pubblica per la Corsa Rosa. Bene cronaca e opinionisti, male regia e “La grande corsa”

Il #Giro100 è definitivamente andato in archivio, con la prima vittoria olandese a rappresentare un virtuale nuovo ingresso nel secondo secolo di vita della Corsa Rosa. E grossomodo metà delle edizioni sono state trasmesse in diretta televisiva dall’Ente di Stato, la quale ha un contratto che prevede la trasmissione anche dell’appuntamento 2018 (e delle collegate prove organizzate dall’azienda milanese nell’anno venturo). Come è stata dunque l’esperienza del Giro d’Italia 2017 sulle reti Rai?

Ottime notizie dal fronte ascolti
Partiamo dunque dai freddi dati: gli ascolti, innanzitutto. Mai così alti nelle precedenti sette edizioni; merito della corsa, rimasta aperta e incerta fino alla fine. Tanto che la tappa più seguita è stata la 20ª, la Pordenone-Asiago: oltre 3 milioni e 300 mila spettatori di media sintonizzati nel segmento “Giro all’arrivo” per l’ultimo appuntamento di montagna, con il 27.43% di share. Il picco è stato toccato però con la cronometro conclusiva: alle 17.30, ossia quando a Nairo Quintana mancava meno di 1 km al termine dello sforzo (e, contemporaneamente, Tom Dumoulin fremeva nell’attesa), 3 milioni e 844 mila spettatori erano in visione, per un picco dello share del 31%.

Numeri, questi, inferiori al massimo toccato nel 2016, quando l’arrivo di Vincenzo Nibali a Sant’Anna di Vinadio fu visto da oltre 4 milioni e 200 mila spettatori (e la tappa in sé da oltre 3 milioni e 650 mila). Dunque, come indicare come positivi i dati 2017? A fare la differenza è la media giornaliera che, come detto, dopo sette anni torna a superare quota 2 milioni: “Giro all’arrivo”, che copriva grossomodo l’ultima ora e mezza di azione, è stato visto mediamente nel corso delle 21 tappe da 2 milioni e 30 mila spettatori.

Un ascolto inaspettato: basti pensare che Rai Pubblicità ha venduto gli spazi televisivi stimando un ascolto medio di poco superiore a 1 milione e 830 mila spettatori. Quindi un 11% di incremento rispetto alle stime. E che, in vista della prossima edizione, aiuterà ad attrarre ancor più investitori pubblicitari; anche perché, diciamocela tutta, sentire più volte al giorno Marco Haller nello spot Alpecin o la piccola nipotina “so tutto io” rovinare la storia della moneta sbagliata al nonno Massimo Dapporto è stato estenuante.

Il passaggio su Rai2, una scelta vincente
Ma questi numeri sono stati favoriti da una novità. Per la prima volta dopo il ritorno del Giro sulle reti Rai (dal 1993 al 1997 fu irradiato dalle emittenti Fininvest/Mediaset) la gara è stata trasmessa da Rai2, canale statisticamente seguito da una platea meno attempata rispetto a quella di Rai3 (e, sempre per tornare nell’ambito pubblicitario, con un maggior numero di potenziali compratori dei prodotti reclamizzati), dove, stando alle indiscrezioni, la direttrice Daria Bignardi non si sia fasciata la testa per la migrazione.

Per evitare la dispersione è stato deciso, una volta partita la diretta sul secondo canale, di non proseguire il collegamento con RaiSport. Scelta certamente corretta. Però, e qui arriva l’inghippo, a patto che venga mostrata la corsa. Ma quest’anno, complice anche una diversa impostazione avallata (o richiesta?) dal neopresidente di RCS Urbano Cairo, uno che ha iniziato a masticare televisione oltre trent’anni fa, così non è stato.

“La grande corsa”, una grande delusione
Il pomo della discordia si chiama “La grande corsa“. Dalle 14 alle 14.45 ha rappresentato, non ce ne vogliano i protagonisti, l’incubo degli appassionati. Una trasmissione che, con l’intento di far avvicinare gli occasionali al Giro, ha allontanato, almeno per l’ora scarsa di programma, gli accaniti. L’idea di per sé di catturare un pubblico diverso dal solito è giusta; anzi, è fondamentale. Tuttavia a pagarne le conseguenze non deve essere, come invece purtroppo è stato, chi durante l’anno vede tutto il ciclismo targato Rai (e non solo).

Una minima ancora di salvezza è stata rappresentata dalla possibilità di assistere, tramite il più che valido sito web dedicato da RaiSport, alle immagini della regia internazionale. Ma per chi non è pratico o per chi non aveva a disposizione tale risorsa le alternative erano o passare alla concorrenza di Eurosport (per gli abbonati a Sky e Premium) o attendere, sfiniti, la conclusione del programma.

Il quale era presentato da due neofiti (e si è visto) delle due ruote come Marco Lollobrigida e Massimiliano Rosolino, la cui conduzione non resterà negli annali del giornalismo, per essere teneri. Saremmo curiosi di conoscere quante casalinghe di Voghera o pompieri di Viggiù sono state invogliati, grazie alla trasmissione, ad assistere al successivo svolgimento della frazione del giorno. Crediamo pochi. E, con buona dose di sicurezza, meno di quanti hanno deciso di saltare a piè pari il programma per poi sintonizzarsi con la diretta.

La mancata diretta della tappa su RaiSport (con Rai2 occupato) grida vendetta
La nota dolente relativa all’inedito programma riguarda la già citata interruzione di trasmissione su RaiSport una volta iniziata “La grande corsa”. Del bilancio relativo al Giro in Rai, questo è senza alcun dubbio il problema più grave. Attirare una diversa platea, come detto, è scelta buona e giusta; al pari di conservare quella affezionata. E dunque, perché non si è deciso di continuare a trasmettere la corsa sul canale specializzato fino alle 14.45, orario in cui anche su Rai2 la corsa veniva mostrata?

La possibilità dal punto di vista tecnico c’era, data la presenza della regia dedicata; lo spazio sull’unico canale rimasto (inciso: la chiusura di RaiSport2 è stata una enorme perdita, con colpe addebitabili a dirigenti e giornalisti Rai, atleti e dirigenti del mondo dello sport e anche ai semplici appassionati) c’era in quasi tutti i giorni. Ma così, ahinoi, non è stato. La conseguenza è che alcuni momenti salienti della gara si sono visti in maniera frammentaria.

È il caso, ad esempio, della Firenze-Bagno di Romagna piuttosto che della San Candido-Piancavallo. L’apice, però, è stato purtroppo raggiunto nella Rovetta-Bormio. A causa del programma di cui sopra gli spettatori non hanno potuto assistere all’ascesa dello Stelvio, la Cima Coppi della Corsa Rosa; a conti fatti non è accaduto nulla di rilevante, ma perdere la salita per un programma di chiacchiere in libertà è stato qualcosa di assurdo. E che questo esperimento, possibilmente, non venga più ripetuto per il futuro.

Ok Pancani-Martinello e anche Conti. Ma quanti intermezzi!
Passando alla gara in sé, sempre di alto livello la telecronaca di Francesco Pancani e il commento tecnico di Silvio Martinello; l’unico appunto che si può avanzare riguarda la rara enunciazione di palmares e caratteristiche degli atleti, tratto invece presente con i rispettivi predecessori. Evidente la sintonia tra i due, che ben si manifesta anche durante le apparizioni di Beppe Conti: all’ex prima firma di Tuttosport viene riservato (finalmente!) il ruolo per cui è tagliato, ossia di storico del ciclismo. I due/tre interventi a tappa hanno spesso riguardato avvenimenti non proposti nel passato, dando anche un momento di stacco alla cronaca in fasi meno avvincenti.

Ecco, uno degli annosi problemi riguarda gli intermezzi. Molti gli stacchi pubblicitari (non che su Eurosport sia diverso), cui l’utilizzo dei riquadrini per gli ultimi due passaggi mette una pezza. Ma prima c’è la trasmissione alle 13.30 su RaiSport del tg (magari anticiparlo per le tre settimane di gara all’ora precedente, no?), quindi il collegamento su “La grande corsa”, si prosegue con gli interessanti “l’alfabeto del Giro” di Roberto Iacopini e il “traguardo volante” di Stefano Rizzato (il quale, ma qui siamo di parte, ha effettuato un bel debutto anche nelle interviste del dopotappa), per non citare degli inserimenti dei messaggi social (buona innovazione), della presentazione del Processo o delle clip, mandate a livello internazionale, relative a gpm e traguardi volanti. Decisamente troppo.

Buon debutto per Saligari, le interviste sempre traballanti
Passando a chi coadiuva la cronaca, ottimo l’ingaggio di Marco Saligari: si nota la passione per la bicicletta del Commissario e i suoi interventi, conclusi dal già classico “passo!”, sono spesso risultati utili. Anche a TGiro ha formato una bella accoppiata con Andrea De Luca, anche lui bene sulle moto (mentre rivedibile nelle interviste, soprattutto in lingua inglese). Proprio le interviste sono, purtroppo, uno degli atavici problemi della spedizione Rai al Giro. Oltre ai sopramenzionati, ancora non bene Antonello Orlando, che per esperienza ciclistica è il più navigato della truppa; così così Nicola Sangiorgio mentre decisamente meglio Luca Di Bella, impegnato al mattino.

Giro Mattina“, dedicata alla presentazione della tappa, è filata via bene con Tommaso Mecarozzi e uno Stefano Garzelli finalmente meno ingessato. L’unica grave ed enorme pecca di questa trasmissione riguarda la mancata diretta: per scelta è stato deciso di tenere il programma ad un orario fisso, mandandolo quindi in onda in registrata. Ad avviso di chi scrive, non il massimo.

Buoni opinionisti al Processo, ma poco altro
Veniamo poi al programma storico del Giro in Rai, ossia il “Processo alla tappa“. Per l’ottavo anno la padrona di casa è Alessandra De Stefano; la quale, purtroppo, si discosta dal ruolo di moderatore, preferendo una maggior intromissione nei dibattiti. Ma tale scelta non appare, oggi come nelle sette precedenti stagioni, consona, vista la presenza di tanti e qualificati opinionisti a supporto. Il perfetto ruolo della giornalista napoletana, come ripetiamo da anni, è quello di intervistatrice, dove le sue doti di conoscenza delle lingue e di veracità sarebbero preziosissime.

Nella trasmissione ideata nel 1962 da Sergio Zavoli ha fatto il suo debutto Alessandro Petacchi, decisamente più spigliato sceso dalla bicicletta rispetto al periodo in sella. Solita garanzia Davide Cassani, conoscitore come pochi del ciclismo e dei ciclisti di ogni età e nazionalità. Ecco, un’altra obiezione riguarda la tradizionale “chiusura” degli ospiti del Processo, con le stesse facce spesso protagoniste (e magari qualcuno che si presenta di sua sponte senza invito…); anche se qualche passo in avanti è stato compiuto, soprattutto con qualche apparizione di atleti stranieri.

La nuova regia non sempre all’altezza
Una novità, causa pensionamento di Nazareno Balani, ha riguardato la responsabilità della regia internazionale, affidata a Stefano Brunozzi (quella italiana a Marco Spoletini). Rispetto al predecessore sono state adottate scelte diverse, la più visibile delle quali la rinuncia allo split screen (letteralmente, schermo diviso): se le quattro finestrelle erano la regola nei Giri passati, permettendo in salita di seguire al meglio l’andamento, così purtroppo non è stato quest’anno.

Se la qualità e la scelta delle immagini paesaggistiche è stata apprezzata, discorso diverso per quelle della gara. Molto caotica la comprensione delle volate, in particolar modo quella sarda di Tortolì. In quelle di montagna non è stata invece prestata attenzione ai gruppetti, non coprendoli con le moto: questa scelta si è riverberata anche nella cronaca, con Pancani e Martinello (e le altre emittenti, italiane e non) costrette ad andare a tentoni o, in caso di aggiornamenti, sfruttando le informazioni da Radiocorsa.

La giornata peggiore è stata la terzultima, in occasione della San Candido-Piancavallo: prima la poca reattività nel mostrare l’allungo suicida del Team Sunweb in vetta a Cima Sappada. Ancora peggio quando, nella salita conclusiva, scatta Thibaut Pinot: al francese non viene assegnata né una motoripresa né un elicottero e neppure l’eventuale motocronaca. Notizie sul francese della FDJ, in lotta per la maglia rosa, vengono date svariati minuti più tardi, una volta entrato nel km finale.

La non diretta del Mortirolo grida vendetta. Ottimo, come sempre, Camurri
Altra nota di demerito, anche se parziale, riguarda l’intempestività delle pubblicità. Caso vuole che, in diretta, non si siano visti la caduta ai piedi del Blockhaus causata dalla moto della polizia, la scivolata di Quintana nella discesa di Miragolo San Salvatore e la pausa fisiologica di Dumoulin poco prima del via dell’Umbrailpass.

A cui aggiungere, ma la responsabilità in questo caso va al responsabile editoriale, ossia Alessandro Fabretti, e ai suoi diretti superiori, la mancata l’integralità di alcune tappe importanti (come invece comunicato dall’ufficio stampa). Capiamo che la coppia Cairo e Vegni, come ampiamente dichiarato, non sia fan delle lunghe dirette, però non aver visto l’intera ascesa del Mortirolo è stata una scelta errata. E che, per il futuro, speriamo di non vedere di nuovo.

Chiusura dedicata a quelli che sono stati i momenti forse più riusciti di tutta l’esperienza Rai del #Giro100. Azzeccata l’introduzione di brevi servizi all’interno della tappa (sì, altre interruzioni della cronaca) curati da Monica Matano e riguardanti atleti del passato, non forzatamente campioni (l’ultimo, a mo’ di esempio, riguardante Michele Coppolillo). Infine la solita garanzia rappresentata da Edoardo Camurri e il suo “Viaggio nell’Italia del Giro“, uno dei programmi migliori del palinsesto della tv pubblica. Il quale, purtroppo, non è stato premiato dagli ascolti; ma non è una novità, vista la progressiva e ormai dominante accettazione della trasandatezza e della volgarità, sugli schermi e non.

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La vignetta di Pellegrini

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