Romain Bardet vince a Peyragudes, alle sue spalle Rigoberto Urán, Fabio Aru e Mikel Landa © Bettiniphoto
Romain Bardet vince a Peyragudes, alle sue spalle Rigoberto Urán, Fabio Aru e Mikel Landa © Bettiniphoto

Bardet e Aru 300 metri sopra il cielo

Tour de France, a Peyragudes Romain vince la tappa e Fabio scavalca Froome al primo posto in classifica. Giornata forse epocale

Potrebbe essere stata una giornata a suo modo epocale, questo giovedì 13 giugno 2017. Epocale nella storia minima del Tour de France di questi anni, piccoli episodi nell’ambito dell’epopea del ciclismo, ma che per noi che li viviamo in presa diretta sono ovviamente molto significativi. Oppure potrebbe essere un incidente di percorso. Lo scopriremo nei prossimi giorni.

Quello che sappiamo stasera è che Chris Froome non fa più la paura che faceva fino a stamattina. Il diavolaccio vestito di giallo è stato messo a nudo nelle sue fragilità, quella maglia gli è stata strappata – anche se per un’inezia – e questo fatto dimostra che non ci sono imbattibili sotto il cielo del ciclismo 2017; poi potrà vincere lo stesso il Tour de France (e forse lo farà), ma tutto è diverso, da qui in avanti.

I mancati attacchi dei giorni scorsi sono diventati lo staccarsi sul muro finale di oggi; e chi dice che la tendenza non proseguirà su questo pendio, anziché invertirsi da domani?

Il negativo (anzi: il positivo!) del discorso di Froome è il racconto della giornata esaltante di Fabio Aru e Romain Bardet. Il secondo ha conquistato il successo di tappa che avrebbe già meritato domenica a Chambéry, e rilancia alla grande le proprie ambizioni e il sogno di tutti i francesi, quello di trovare finalmente un connazionale che vinca il Tour a più di trent’anni da Bernard Hinault. Questo Bardet, mai così forte, convinto, sicuro dei propri mezzi, efficace e supportato da un grande team, è davvero un corridore da prendere con le molle, da parte di tutti. E col passare dei giorni gli sta montando intorno un’aura di estasi popolare che potrebbe farlo volare, a patto che lui sappia dominarla e non se ne faccia schiacciare: la personalità non gli manca; la caratura è già da tempo quella di un giovane campione.

L’altro protagonista del giorno è Fabio Aru, e qui si consuma una vicenda clamorosa nel suo essere inattesa. Un corridore reduce da un anno nerissimo, da un Tour de France vissuto male (quello del 2016) e chiuso peggio, con un 13esimo posto che pose più di un dubbio sulle effettive doti del sardo; punta tutto sul Giro, ma un infortunio un mese prima lo mette fuori causa, e allora deve ripartire, ricominciare; sposta le sue fiches sul Tour, e sin da subito si mostra all’altezza della situazione e degli avversari. Vince a La Planche des Belles Filles. Chiude coi migliori sul Giura. Resta vicinissimo al primo della classifica, Froome. E oggi, con un finale esplosivo e grintosissimo, non vince un’altra tappa (ci va vicino) ma riesce a strappare la maglia gialla al kenyano. Un risultato straordinario, spaventosamente straordinario.

C’è ancora tanta strada davanti, c’è tanto da pedalare e una leadership da difendere con una squadra ridotta maluccio (oggi è saltato l’acciaccatissimo Jakob Fuglsang). D’altro canto, un capitano che giorno per giorno assume maggiore convinzione, maggiore padronanza dei propri mezzi. È un romanzo in fieri, di formazione, quello che Fabio Aru sta vivendo in Francia, e noi con lui, seguendo le sue imprese. Ma è un romanzo di inarrivabile pathos. Vorremmo avere con noi fisicamente questo libro, per andare a sbirciare l’ultima pagina, per leggere il finale. E invece dovremo aspettare 10 giorni, e vivere con ansia crescente ogni pagina, ogni capitolo, ogni tappa di questo stillicidio. Che fatica, signori!

 

Ulissi in fuga, e pure Kittel e Matthews
Lungo tappone pirenaico con le difficoltà ben miscelate nella seconda metà, i 214 km da Pau a Peyragudes sono iniziati nel segno della consueta fuga da lontano. Partita per una volta non al km 0, ma un po’ più avanti, e senza eccessiva battaglia (anche se l’andatura nella prima ora è stata altissima: 48 orari): proprio il chilometraggio rendeva più d’uno dubbioso sulla possibilità del buon esito dell’attacco a lunga gittata.

Dopo una quindicina di chilometri si è definitivamente composto un drappello di 12 con Cyril Gautier (AG2R La Mondiale), Diego Ulissi (UAE Emirates), Michael Matthews (Sunweb), Koen De Kort (Trek-Segafredo), Nils Politt (Katusha-Alpecin), Imanol Erviti (Movistar), Stefan Küng (BMC), Thomas De Gendt (Lotto Soudal), Julien Simon (Cofidis), Jack Bauer e Marcel Kittel (Quick-Step Floors), e Stephen Cummings (Dimension Data). Simpatica la presenza all’attacco di Kittel, 5 vittorie di tappa fin qui: non aveva bisogno dei punti del traguardo volante per rafforzare la sua maglia verde (obiettivo – la classifica a punti – che ha invece mosso Matthews), ma ha voluto ugualmente farsi questa scampagnata. Bravo lui!

Poco da segnalare nella fase iniziale della tappa: Alberto Contador, a cui non ne sta andando bene una, ha perso contatto dal gruppo a causa di un passaggio a livello abbassato; ma poi è rientrato senza problemi, mentre la Sky in velocità da crociera teneva la fuga a una distanza non esagerata: il vantaggio massimo dei 12 sarebbe stato toccato ai piedi del Col de Menté, al km 124 (90 dalla fine), con il tempo di 6’20”.

I vari traguardi intermedi: la Côte de Capvern (4a categoria, 150 km al traguardo) ha visto passare per primo De Gendt, allo sprint di Loures-Barousse (-120) si è imposto Matthews su Kittel (ma la classifica della maglia verde resta blindata: 352 punti per Marcel, 222 per Michael), poi al Col des Ares (2a categoria, -103) De Gendt ha preceduto l’impegnatissimo Matthews, e sul Col de Menté (1a categoria, -75), i passaggi sono stati invertiti, con Bling che ha tolto punti Gpm a TDG, possibile rivale del suo compagno Warren Barguil per la classifica della maglia a pois.

In discesa poi Matthews ha proseguito forte, staccando per un po’ i suoi compagni di fuga (dai quali aveva perso contatto in salita Kittel), ma nel fondovalle verso il Port de Balès le posizioni si sono ricompattate.

 

La Sky controlla, Fuglsang salta
Il plotone è stato tirato dalla Sky, come detto: Christian Knees e Luke Rowe sono stati sufficienti a tenere sotto controllo la situazione fino al Port de Balès, sulle cui rampe il compito di tirare il gruppo è passato a Vasili Kiryienka.

Poco prima dell’inizio ufficiale della quarta salita di giornata si sono mossi due Fortuneo-Oscaro, Brice Feillu trainato da Maxime Bouet; intanto il drappello dei fuggitivi (a cui restavano circa 4′ di margine) esplodeva, sotto i colpi di Thomas De Gendt (quinta fuga per lui al Tour 2017!). Ulissi è stato tra i primi a perdere contatto, gli ultimi sono stati Küng, Cummings e Gautier, e ai 36 km (6 dalla vetta) il belga è rimasto solo al comando.

Missione compiuta? Neanche per sogno, perché Cummings, salendo regolare, si è riportato sul collega un chilometro più su. Non contento, il corridore della Dimension Data ha a sua volta allungato, involandosi ai -33.

Il gruppo pure perdeva pezzi. Il ritmo di Kiryienka ha fatto male – tra gli altri – a Jakob Fuglsang: il quinto della generale era partito con lo scafoide microfratturato, e la sofferenza per lui è stata ingestibile sulle ultime due salite: staccatosi dal gruppo a 34 dalla conclusione, avrebbe chiuso la tappa mestamente a 27′ dal vincitore, caracollando dalla quinta alla 23esima posizione della generale.

Non solo selezione da dietro, comunque: poco dopo la dipartita di Fuglsang ha attaccato Warren Barguil, a cui interessavano un po’ di punti Gpm in cima; per tutta risposta, anche Alberto Contador è andato all’assalto, e lui e il francese della Sunweb hanno raggiunto Feillu. Più di questo però non son riusciti a fare, perché il ritmo di Michal Kwiatkowski, che proprio in quegli istanti aveva rilevato il compagno Vasili, ha annullato tutte le velleità.

Addirittura, l’andatura del polacco ha fatto staccare un Sergio Henao irriconoscibile. Alla maglia gialla Chris Froome restavano comunque da utilizzare ancora i due Mikel: Nieve e Landa. Notevole prova di squadra della Sky, rimasta con 4 effettivi quando il gruppo era ormai ridotto a una quindicina di unità. La cosa che faceva più sensazione era che, AG2R a parte (con Roger Latour a supporto di Romain Bardet), tutti gli altri capitani erano soli; Froome aveva invece tre gregari da spendere.

A un chilometro dalla vetta Barguil è ripartito, ed è andato a tagliare il traguardo Gpm in quarta posizione (sgranati, lo precedevano i fuggitivi Cummings, De Gendt e Gautier). Il gruppo è passato a 2′ da Cummings.

 

Brividi in discesa, poi Quintana cede sul Peyresourde
In discesa Barguil ha subito raggiunto Gautier, il quale poi è caduto (senza riportare conseguenze, per fortuna), ma pure Warren è stato ripreso ai -25; in gruppo c’era ancora Kwiatkowski a pennellare le traiettorie per Froome, davanti Cummings difendeva i suoi due minutini.

In fondo alla picchiata, un gran brivido: Nieve ha sbagliato una curva ma ha trovato una miracolosa via di fuga tra il pubblico e un paio di camper che stazionavano a bordo strada. Froome e Fabio Aru sono stati costretti a mettere piede a terra, Bardet per un attimo è stato sfiorato dall’idea di attaccare (si era a 14.5 km dal traguardo, e proprio dopo quella curva la strada riprendeva a salire verso il Peyresourde), ma dopo essersi confrontato con Nairo Quintana (“non ci sto”) non ne ha fatto niente.

Sicché Froome e Aru son potuti rientrare, e Kwia è potuto tornare a imporre il proprio ritmo. Un’andatura regolare? Ma quando mai: asfissiante è l’aggettivo più giusto. Per il vincitore dell’ultima Sanremo un Tour da assoluto protagonista. Le sue tirate hanno respinto Latour, e Damiano Caruso (BMC), e poi Barguil, ma soprattutto – già prima che si staccasse Caruso – hanno mandato in confusione Quintana.

Il colombiano ha perso contatto ai -12, e da lì in avanti ha dovuto far leva su tutta la sua capacità autogestionale per limitare i danni. Non avrebbe poi perso la casa, ma l’ennesima giornata difficile per lui pone probabilmente la parola fine a qualsiasi ambizione di classifica: se fino a stamattina si poteva attendere (o sperare, da parte dei suoi tifosi) un suo colpo di coda, ora che è rotolato a oltre 4′ dalla maglia gialla anche i sogni assumono contorni molto fantasy.

A 10 km dal traguardo, quando Kwiatkowski ha finito il suo turno in testa al gruppo (cedendo il testimone a Nieve), Cummings aveva ancora 1’10” di margine; ma da lì a due chilometri (anzi: meno) il britannico avrebbe perso tutto il vantaggio. Letteralmente scoppiato, proprio.

 

Nessuno attacca il treno Sky, Contador crolla nel finale
Il drappello dei migliori ha proceduto dietro a Nieve per altri chilometri di salita, e quando pareva che nessuno si sarebbe più staccato, ecco che a 300 metri dal Gpm (posto ai 5 km) la spia della riserva di Contador si è messa a lampeggiare furiosamente. Fino a quel momento Alberto aveva destato anche una discreta impressione, nelle prime posizioni del plotoncino, ma in quel momento si è messo su un lato, tutti l’hanno superato, e lui si è ingloriosamente staccato.

In realtà a far fuori Contador era stata un’accelerazione di Nieve, il cui obiettivo era mettere in fila indiana il gruppetto in vista della veloce e breve discesa dopo il Peyresourde. Nella picchiata non è successo niente, in un lampo ci si è ritrovati sulla salita di Peyragudes, 2400 da percorrere in apnea. Nieve ha trenato per i primi 400 metri della rampa, e poi si è spostato, lasciando a Landa l’incombenza di preparare il terreno alla possibile stoccata di Froome.

Ma a questo punto l’attento spettatore si stava già ponendo qualche domanda: dopo che Froome non aveva fatto la differenza né a La Planche des Belles Filles, né sul Mont du Chat (dove i primi erano scollinati in 7 nonostante tre affondo di Chris), anche oggi sul Peyresourde (e già prima sul Balès) tutto il trenare targato Sky aveva sì messo fuori gioco alcuni avversari della maglia gialla, ma il fatto che fino alla fine fossero rimasti insieme una decina di uomini era alquanto singolare. Lo era per le abitudini pregresse dell’anglo-kenyano, e lo era per converso perché segnalava la persistente attitudine di Froome a non far la voce grossa quest’anno.

 

Lotta allo spasimo sulla durissima rampa di Peyragudes
Il chilometro dai -2 ai -1 è trascorso tutto con Landa a tirare; Dan Martin (Quick-Step Floors), diventato a quel punto il favorito di giornata, è risalito pericolosamente ai 1100 metri; la fila era chiusa da Simon Yates (Orica-Scott), in mezzo c’erano Louis Meintjes (UAE Emirates), Bardet, Aru e Rigoberto Urán, ovviamente Chris con Landa, e poi George Bennett (LottoNL-Jumbo).

Proprio quest’ultimo, un po’ a sorpresa, ha interrotto quell’infinita transizione, scattando ai 700 metri. La sua entrata in scena è stata anche abbastanza scenografica, ma la sparata è stata tanto buona quanto di breve gittata, e a Landa è bastato accelerare di un grado per andare a riprendere il neozelandese ai 550 metri.

Il ritmo era alto, il basco sta veramente benissimo in questi giorni, e non era facile piazzare un allungo. Non lo era neanche per Froome, ma questo l’avevamo capito da diversi chilometri. Aru è stato per un lungo tratto all’interno, stretto alle transenne, in un punto del gruppo da cui non sarebbe potuto uscire all’attacco; ma appena la strada è passata per una chicane, e si è cambiata direzione, il sardo dell’Astana si è ritrovato dalla parte giusta, e nonostante una faccia che diceva di tanta sofferenza, ha trovato in fondo al personale barile la forza per metterlo lui, sul tavolo, quello scatto.

Fabio si è mosso ai 350 metri, allargandosi verso sinistra. Froome ha subito capito che quell’azione era gagliarda, si è mosso in direzione della ruota dell’italiano, ma quello si è repentinamente spostato verso il centro, proprio per non offrire punti di riferimento. La maglia gialla vedeva spegnersi una dopo l’altra tutte le lucine del sistema centrale, proprio come un HAL 9000 qualsiasi.

Tarantolato e zigzagante, Fabio si è di nuovo buttato a sinistra, e qui (si era ai 250) Froome ha perso due metri, e Martin si è infilato provandoci lui ad andare a mettere il sale sulla coda al sardo. Bardet era dietro all’irlandese, e da dietro rinveniva Urán, meglio di Froome, il cui acido lattico inondava ormai la vallata giù da Peyragudes.

Ai 200 metri (notare come ogni decina di metri durasse quanto un atto teatrale, salita durissima questa dell’arrivo) Aru si è ancora una volta spostato al centro, e così facendo si è disfatto dell’ombra di Martin alle sue spalle; il problema è che da dietro Bardet aveva preso un ritmo molto ficcante, e con lui Rigoberto, ed entrambi venivano alla ruota del capitano Astana. È stato qui, subito dopo i 200 metri, che Froome ha definitivamente mollato. Poco dopo l’avremmo visto prodursi in un’antica specialità della casa, lo zigzagare inerme (tutto il contrario di quello violento di Aru): non vedevamo Chris in queste condizioni da anni (giusto per contestualizzare: dalla celebre tappa del San Luca al Giro 2009!).

 

Bardet vince la tappa, Aru scalza un brutto Froome dal trono giallo
Aru ci ha provato in tutti i modi, ma proprio non gli è riuscito di respingere il veemente ritorno di Bardet e Urán. Ai 120 metri Romain l’ha affiancato e superato, e poco dopo la stessa cosa l’ha fatta Rigo. Intanto da dietro, con un 150 metri finale da spasmo, Landa è venuto fuori fortissimo, provando ad andare a togliere l’abbuono a qualcuno dei rivali del suo capitano (cosa che sarebbe stata molto più utile dello stare accanto a Chris in quei 200 metri di salita in cui la scia non contava nulla). Ma era troppo tardi, i giochi erano fatti.

Bardet andava a cogliere il successo (terzo anno consecutivo in cui timbra alla Boucle: primo transalpino a riuscirci dai tempi di Virenque), e il cronometro gli concedeva un buco di 2″ su Urán e Aru, terzo. Landa ha terminato in quarta posizione a 5″; Meintjes, uscito bene alla fine, quinto a 7″; Martin, invece in debito, sesto a 13″; poi, il botto: Froome settimo a 22″, persi tutti in quei 200 metri finali. A 27″ Bennett e Yates; a chiudere la top ten, Nieve a 1’28”. Undicesimo Nairo a 2’04”, seguito da Barguil a 2’08”, Caruso a 2’11”, Contador a 2’15”.

Il cambio che non ti aspetti è quello nella classifica generale, in cui Fabio Aru scalza dal primo posto Chris Froome, sul quale è passato da -18″ a +6″. Uno scenario (quello di essere scavalcato a un certo punto da un rivale diretto) che il campione britannico non aveva ancora sperimentato nei suoi Tour vincenti.

Terzo della generale è Bardet a 25″, poi a 55″ c’è Urán, che però si ritrova 20″ di ritardo in più di quelli che avrebbe dovuto avere: e sono i 20″ di penalità che la giuria con una sentenza un po’ originale gli ha fatto cadere sul groppone. La colpa è rifornimento indebito (cioè ha preso una borraccia nel finale, quando non avrebbe potuto); stesso “reato”, stessa pena per Bennett; invece Bardet, che ha preso una borraccia proprio col neozelandese ai 6 km, è stato graziato. Così va il mondo.

Quinto della generale è Martin a 1’41”, sesto Yates a 2’13”, settimo Landa a 2’55”; e poi ancora Quintana ottavo a 4’01”, Bennett nono a 4’24”, Meintjes decimo a 4’51”. Fuori dai 10 Contador a 7’14”, Nieve a 7’30”, Latour a 8’13” e Caruso a 8’53”. Il siciliano è risalito dalla 16esima alla 14esima posizione: la sua scalata alla top ten è appena iniziata, e il ragazzo ha tutte le carte in regola per proseguire così.

Domani sarà altra tappa da sfida epocale (non che oggi lo sia stata, almeno fino a 350 metri dal traguardo… ma fa figo dire così!), frazione cortissima di 101 km da Saint-Girons a Foix, con tre salite (Latrape, Agnes e Mur de Péguère), l’ultima che scollina a 27 dall’arrivo. Potrebbe non succedere niente di importante, così come potrebbe capitare qualsiasi cosa. Qualcuno prevede che sarà la tappa più spettacolare del Tour: forse quel qualcuno non ha torto.

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