Chris Froome impegnato nella cronometro marsigliese © Bettiniphoto
Chris Froome impegnato nella cronometro marsigliese © Bettiniphoto

Froome non ha bisogno di vincere per vincere

Nella crono di Marsiglia s’impone Bodnar su Kwiatkowski. Chris azzera gli avversari, il quarto Tour è suo; Urán supera Bardet che crolla. Aru buona difesa

Chris Froome ha vinto il Tour de France 2017, ma lo diciamo domani, perché è rigore quando arbitro fischia, come dire che è fine gara quando ultimo corridore arriva a Parigi. Però oggi possiamo dire tranquillamente che il capitano della Sky ha portato a termine la missione per cui era sceso in campo a Düsseldorf tre settimane fa. Crono era quella, in apertura di Grande Boucle, crono è stata quella di oggi a Marsiglia, a chiudere i giochi e a far da cornice a 20 giorni abbastanza intensi, in parte divertenti, a tratti deludenti, un po’ ripetitivi e un po’ innovativi.

Lo spartito non è sempre lo stesso, ma l’esecutore, alla fin fine, sì: sempre lui, Chris Froome, vincitore del Tour nel 2013 e nel 2015 e nel 2016 e, da domani, nel 2017. Oggi per la prima volta la Grande Boucle vedeva il mare, quello di Marsiglia, e in quei 22 chilometri e mezzo erano racchiuse le speranze di chi ancora sognava di poter sorprendere la maglia gialla.

No, diciamola bene: macché speranze, qui si parlava di illusioni. Perché se è vero che il margine era risicatissimo, tra Chris e i suoi primi inseguitori, è anche vero che nell’esercizio contro il tempo lui partiva strafavorito rispetto a loro, per cui solo qualche incidente di percorso avrebbe potuto cambiare un esito già scritto. Non ce ne sono stati, intoppi, e diciamo pure: per fortuna.

Per fortuna perché le corse a volte capita di vincerle per accidenti altrui, ma solitamente è il caso di conquistarle sul campo per capacità propria. E se fino a ieri i vari Bardet, Urán, Aru, Martin, Yates, Meintjes, Contador, Quintana (e mettiamoci pure Landa, anche se giocava da compagno del vincitore) non sono stati in grado di fare la differenza rispetto al Froome più dimesso che mai si sia visto al Tour, non potevano pretendere che la sorte desse loro una mano così spropositatamente più grande dei loro meriti.

E allora è giusto così, è giusto che Froome abbia vinto (anzi: vinca, domani) il Tour de France 2017. È giusto che oggi abbia affibbiato distacchi a tutti gli avversari, tranne i due che l’hanno preceduto nell’ordine d’arrivo, ed è giusto che abbia lasciato agli altri giusto la battaglia per le posizioni di rincalzo: battaglia che c’è stata eccome, dato che il terzo ha superato il secondo, e che per poco pure il quarto non ci riusciva.

Alla fine sarà Froome-Urán-Bardet, col francese che per la miseria di un secondo ha salvato il terzo gradino del podio dall’attacco di Landa. Aru chiuderà al quinto posto, che poi era l’obiettivo più sensato che ci si potesse porre alla vigilia, una top five, considerate le difficoltà della primavera di Fabio. Poi in corso d’opera sono venuti eventi che a qualcuno avranno causato qualche rimpianto (la tappa vinta, la maglia gialla indossata due giorni), ma il bilancio per il sardo è più che mai in attivo, soprattutto se confrontato con le secche di 12 mesi fa.

 

Maciej Bodnar, il giorno di gloria dell’amato gregario
La tappa, la 20esima del Tour, tutta a Marsiglia per 22.5 km di cronometro, è stata vinta da un corridore che in gruppo è apprezzatissimo, che è amato dai suoi compagni di squadra e capitani (ultimo della serie, Peter Sagan), e che ogni tanto è anche giusto che si tolga qualche sana soddisfazione.

A Maciej Bodnar il colpo non era riuscito a Pau, 11esima tappa, quando era stato ripreso sul rettilineo d’arrivo dal gruppo lanciato, lui che provava a mettere tutti nel sacco con una clamorosa, spettacolare resistenza in fuga. Poco male: quel giorno, inondato di acido lattico, magari non se la sarebbe goduta come oggi, quando invece, dopo aver stampato il tempone abbastanza presto (partiva molto prima di tutti i big), è rimasto seduto fino alla fine sul trono del primo provvisorio… e nel suo caso la provvisorietà si è trasformata in aurea stabilità.

Prima del polacco della Bora-Hansgrohe era stato Taylor Phinney (Cannondale-Drapac) a segnare il miglior tempo, 29’21”; poca cosa per Bodnar, che a Marsiglia ha chiuso in 28’15”, e da lì in avanti è risultato imprendibile per tutti.

Imprendibile per i migliori della specialità come Tony Martin (Katusha-Alpecin), 28’29”; Stefan Küng (BMC), 28’49”; Primoz Roglic (LottoNL-Jumbo), 29’04” lamentando un problema al cambio che l’ha limitato moltissimo nella sua prova. Imprendibile per qualche outsider inseritosi nella top ten di giornata, tipo Nikias Arndt (Sunweb), 28’43”, o Daryl Impey (Orica-Scott), 28’35”.

Imprendibile poi per il suo amico e connazionale Michal Kwiatkowski, che ha realizzato una crono straordinaria, sui tempi dello stesso Maciej, e alla fine inferiore di appena 1″, un 28’16” che al miglior gregario del Tour vale un secondo posto a Marsiglia, e che è sicuramente servita – col suo essere stata disputata a tutta – per dare interessanti indicazioni a capitan Froome.

 

Fabio Aru difende agevolmente la quinta posizione
Con Bodnar saldamente al comando della tappa, sono entrati infine in scena gli uomini di classifica. Il Vélodrome di Marsiglia, stadio di calcio all’occorrenza girato al ciclismo con – oseremmo dire – geniale lungimiranza degli organizzatori, si è trasformato in una gioiosa bolgia. Non riempito “in ogni ordine di posti, ai limiti della capienza” [cit.], ma comunque abbastanza frequentato (considerando anche che tanta gente era per le strade), ha avuto nel pubblico momenti di delirio quando partivano o arrivavano i beniamini di casa (all’interno della struttura c’erano sia lo start che il finish della corsa), vedi alla voce Voeckler, Chavanel, Latour, e non solo.

Uno dei massimi picchi di esaltazione c’è stato in occasione del lancio di Warren Barguil, che in questi ultimi dieci giorni ha conquistato un marasma di tifosi. Nono della generale, il corridore della Sunweb vestito a pois ha dovuto subire il sorpasso di Alberto Contador, ma quantomeno s’è goduto la giornata di tripudio.

Ecco, Contador: autore di un’ottima prestazione, il madrileno della Trek-Segafredo era ai livelli dei migliori ancora all’intertempo posto in cima allo strappo di Notre-Dame de la Garde, a 7 km dalla fine, poi è scemato un po’ rispetto ai polacchi, e al traguardo ha chiuso in 28’36”, a 21″ da Bodnar.

Trascurabili le prestazioni di Louis Meintjes (UAE Emirates) e Simon Yates (Orica), è toccato poi a Daniel Martin (Quick-Step Floors) e Fabio Aru (Astana), col secondo che ha ottimamente respinto l’assalto del primo alla quinta posizione. In gara il sardo ha fatto segnare il tempo di 29’31” contro il 30’07” dell’irlandese, 36″ di margine che hanno permesso a Fabio di blindare la sua top five.

 

Froome in scioltezza, Urán sale, Bardet crolla, Landa spreca
Quindi, ecco quelli in lotta per il podio: Mikel Landa (Sky) ha fatto capire subito di essere in ottima giornata, ma la sua svagatezza ci piace tanto, lo adoriamo per questa caratteristica, ma al contempo certe volte ci farebbe venire voglia di prenderlo affettuosamente a schiaffi. Come giustificare, ad esempio, il fatto che il basco si sia praticamente fermato, dopo aver scollinato Notre-Dame de la Garde, per bere alla borraccia? Oppure che abbia concluso la prova (in 29’06”) quasi smettendo di pedalare in vista del traguardo? Dettagli, all’apparenza: e invece no, come vedremo.

Rigoberto Urán, uno che ha la fama di essere bravo a crono solo perché una volta, nel Barolo al Giro, fece una prestazione eccellente e vincente (l’unica in una carriera di rovesci contro il tempo), oggi ha ritrovato un po’ della verve di quel giorno, ed è andato veramente forte per i suoi canoni. Nonostante abbia pure provato a stamparsi su una transenna, all’ingresso dello stadio (ma nell’occasione è riuscito a stare bene in piedi, dopo un attimo di paura), il colombiano della Cannondale-Drapac ha chiuso con un ottimo 28’46”, tempo da top ten addirittura.

E tempo che per il diretto rivale Romain Bardet (solo 6″ – in favore del francese – a dividerli in classifica alla vigilia) ha assunto subito le sembianze di un traguardo irraggiungibile. Il capitano dell’AG2R La Mondiale, accolto da ovazioni e pure da una maglia gigante della sua squadra (molto calcistica, come espressione di tifo, ma molto bella) che veniva fatta scorrere sugli spalti, aveva sulla carta ambizioni spropositate. Il suo team manager Vincent Lavenu in mattinata ancora sproloquiava di attacco alla maglia gialla.

La realtà per Bardet è stata molto più dura: mai ben messo sin dalle prime pedalate, Romain ha pagato un conto salatissimo, non è stato lui neanche sulla salitella, è stato pure messo nel mirino da Froome che partiva due minuti dopo di lui (e che solo per un soffio non è riuscito a raggiungerlo lungo il percorso: meno male per il transalpino, un’umiliazione risparmiata), e ha chiuso con un modesto, davvero modesto 30’18”, a 2’03” da Bodnar.

In scia, nello stadio, gli è arrivato Chris Froome (ingiustamente subissato di fischi), il quale ha invece segnato un 28’21” che gli è valso il terzo posto di tappa (era da Oscar Pereiro 2006 che un vincitore di Tour non conquistava neanche una delle 21 frazioni della corsa).

Ma torniamo a Bardet, visto che Froome era fuori dai giochi per manifesta superiorità. Il francese è stato superato senza problemi da Urán, issatosi al secondo posto della generale (risultato che nessuno avrebbe previsto alla vigilia del Tour); ma ha rischiato grossissimo anche con Landa, e solo per un secondo, un solitario secondo, ha salvato il suo podio: aveva 1’13” sullo spagnolo stamattina in classifica, gli ha lasciato sui 22.5 km odierni 1’12”. Ed ecco che i dettagli che abbiamo scritto più su, il fermarsi per bere, il non pedalare all’arrivo, assumono tutta la loro reale valenza: anche per queste quisquilie Landa perde un podio che sarebbe stato anche abbastanza meritato, volendo. Ma se sei così svagato (non pensiamo neanche a tutti i secondi lasciati gratuitamente per strada nei giorni scorsi) meriti ancor più di restarci giù, da quel podio!

 

Ordine d’arrivo e classifica (quasi) finale
Quindi, riepilogando ordine d’arrivo e classifica, abbiamo quanto segue: Maciej Bodnar vince la crono di Marsiglia col tempo di 28’15”. Precede di 1″ Kwiatkowski, di 6″ Froome, di 14″ Tony Martin, di 20″ Impey, di 21″ Contador, di 28″ Arndt, di 31″ Urán, di 34″ Küng, di 37″ un ottimo Sylvain Chavanel. Landa chiude in 15esima posizione a 51″, Aru in 22esima a 1’16”, Dan Martin in 40esima a 1’52”, Bardet in 52esima a 2’03”.

Il tutto per una classifica generale che va a comporsi in tal guisa: Chris Froome primo e in maglia gialla, poi Urán a 54″, Bardet a 2’20”, Landa a 2’21”, Aru a 3’05”, Martin a 4’42”, Yates a 6’14”, Meintjes a 8’20”, Contador a 8’49”, Barguil a 9’25”. Restano (nettamente) fuori dalla top ten Damiano Caruso (BMC), 11esimo a 14’48”, e Nairo Quintana (Movistar), 12esimo a 15’28”.

Domani la Montgeron-Parigi (105 km) sarà la solita kermesse di chiusura, tantopiù che Froome in persona ha stoppato i sogni battaglieri di Landa, che magari vorrebbe provare a far qualcosa per scavalcare Bardet: “La lotta per la generale si è chiusa oggi”, ha sentenziato la maglia gialla. La maglia verde è già pure matematicamente assegnata a Michael Matthews, altri motivi di interesse non se ne trovano, e allora limitiamoci a gustarci i panorami della Ville Lumière sul far della sera, nell’attesa dello sprint (o del colpo da finisseur, mai del tutto escludibile sul circuito dei Campi Elisi) che chiuderà il Tour de France 2017, e delle premiazioni con cui, sullo sfondo dell’Arc de Triomphe, la Boucle ci darà appuntamento al 2018.

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La vignetta di Pellegrini

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