Miguel Ángel López vince a Sierra Nevada © Bettiniphoto
Miguel Ángel López vince a Sierra Nevada © Bettiniphoto

Un altro capolavoro miguelangiolesco

López vince in solitaria a Sierra Nevada, Froome rafforza la sua presa sulla Vuelta. Nibali attacca ma deve ripiegare; peggio va a Contador

Potremmo dire che la giornata di Sierra Nevada è stata nera per gli attaccanti del ciclismo, perché chi ci ha provato è rimbalzato malamente. Ma ciò sarebbe vero solo in parte, perché almeno uno di loro è riuscito nell’impresa che si era prefissata. È Miguel Ángel López l’uomo in questione, capace di conquistare l’Alto Hoya de la Mora (a Sierra Nevada, appunto) dopo aver fatto suo il traguardo di Calar Alto mercoledì: due dei tre arrivi in salita più significativi (il terzo sarà l’Angliru) per un bilancio già più che positivo per lui. Ma l’impressione è che seguiranno altre novità, perché la forma di Superman (questo il suo soprannome ufficiale) pare in ulteriore crescita, e con essa forse anche la fame, visto che il podio si è fatto ora molto vicino: 43″ separano il 23enne colombiano dall’attuale terzo, Ilnur Zakarin. A margine di ciò, va notato come López, superandolo anche in classifica, abbia definitivamente scalzato Fabio Aru dalla poltroncina di capitano Astana (anche se era noto che il sardo non avesse le maggiori velleità per questa Vuelta).

Veniamo però agli attaccanti sconfitti. Uno è Alberto Contador e non ci ha provato sul troppo lontano Hazallanas (non era così distante in classifica da dover per forza tentare una kamikazata), bensì, in maniera decisa e promettente, sul Monachil, penultima ascesa della tappa ma di fatto in continuità con l’ultima. Purtroppo per lui, al madrileno non è andata bene, è stato brillante fino a 7 km dalla vetta, ma poi ha subìto il contraccolpo dell’attacco finale di López, e ha chiuso in netto calando, perdendo infine molto terreno da Froome. Ora sì che la kamikazata di cui sopra diventa necessaria, se Alberto vorrà ancora provare a ribaltare la corsa.

L’altro sconfitto di giornata è quello da cui di più ci aspettavamo. Dopo la prestazione di ieri a Sierra de la Pandera, molto convincente, si attendeva che oggi Vincenzo Nibali trovasse oltre quota 2000 la miglior predisposizione per tentare l’assalto (ragionato) alla maglia rossa. Le cose sono andate più o meno così, abbiamo visto l’attacco ragionato di Vincenzo ma non abbiamo visto la possibilità, per lo Squalo, di fare reale differenza rispetto allo spauracchio anglo-kenyano, sicché dopo 3 km in allungo, l’italiano ha rinunciato all’idea e ha tirato i remi in barca. Al traguardo avrebbe poi perso anche qualche piccolo secondo, rimettendo con un po’ di interessi quanto aveva recuperato ieri; ma parliamo sempre di inezie, 4″ guadagnati ieri, 6″ persi oggi.

Le discussioni si potranno anche sviluppare sulla tempistica dell’attacco di Nibali: si sarebbe potuto muovere con Contador a 27 km dal traguardo, dirà qualcuno; ma in quel caso Froome e la Sky avrebbero lasciato spazio all’azione? Ma al di là di questo, la paura per Vincenzo era di cuocersi a fuoco lento per poi accusare nel finale. Insomma, temeva di finire come sarebbe poi finito Contador; ma avrebbe invece potuto avere la riuscita di López, dirà l’arguto osservatore. Certo, ma il suo distacco in classifica da Froome non presupponeva che ci fosse la necessità di mettere la posta così alta, perché effettivamente tentare di imitare il colombiano sarebbe stato abbastanza rischioso.

Ed è inutile recriminare per quanto accaduto sulla strada di Sierra Nevada, con la Sky che, inesorabile come sempre, ha ricondotto tutti o quasi a miti consigli. Si sarebbe dovuto tentare un break sull’Hazallanas, forse, lanciare lì qualcuno, ma chi? Mandare qualcuno con Bardet e Kruijswijk e Yates su queste salite non è cosa scontata per tutte le squadre.

In ultima analisi, i tifosi dello Squalo evitino di deprimersi troppo, perché oggi tanto peso nell’esito della tappa l’ha avuto anche il percorso, che non garantiva di base la possibilità di sensazionali attacchi, con quella lunga ma pedalabile salita fino al traguardo. C’è di mezzo la crono con la quale Froome potrà rimpinguare il proprio bottino, ma dopo non mancano un paio di tappe intermedie tutte da studiare e interpretare (soprattutto quella di Gijón), e poi non dimentichiamo che sabato prossimo sull’Angliru tanto potrà ancora succedere. La Vuelta 2017 è sempre più vicina a entrare nel palmarès di Chris, insomma, ma manca ancora qualche certificato perché ciò si realizzi effettivamente.

 

Trentin attivo anche oggi
Tappa breve=ritmo alto. Un assioma che anche nella Alcalá La Real-Sierra Nevada, frazione numero 15 della Vuelta a España 2017, è stato rispettato. L’assenza di una salita in partenza ha reso la disputa molto meno rilevante ai fini della classifica, comunque abbiamo assistito a un gran movimentismo nei primi chilometri, con ripetuti tentativi tra i quali vanno segnalati quelli di Alessandro De Marchi (BMC), di Matteo Trentin (Quick-Step Floors), di Davide Villella (Cannondale-Drapac), e soprattutto un’azione di una ventina di uomini tra cui un paio di compagni di Vincenzo Nibali, ovvero Giovanni Visconti e Valerio Agnoli: troppo pericolosa una fuga del genere per la maglia rossa Chris Froome, e infatti il tentativo è stato troncato sul nascere.

Solo dopo 36 km tirati a tutta sono riusciti a evadere due Cofidis (Anthony Perez e Stéphane Rossetto) insieme a Nelson Oliveira (Movistar); mancavano 93 km al traguardo, e presto al terzetto si sono accodati l’immancabile Matteo Trentin, Sander Armée (Lotto Soudal), Tom Van Asbroeck (Cannondale), Edward Theuns (Trek-Segafredo) e Lluis Mas (Caja Rural). Notevole soprattutto la presenza di Theuns, già “complice” del capitano Alberto Contador nella frazione di giovedì ad Antequera.

Matteo Trentin ha fatto il suo, ovvero ha vinto il traguardo volante di Granada: punti importanti per provare – senza fortuna, come vedremo – a difendere la maglia verde dal ritorno di Froome; il drappello ha avuto un vantaggio massimo di 2’45” ai -80, e il gruppo è stato tirato non già dalla Sky di Chris ma da Trek e Astana: in vista dell’Alto de Hazallanas, i rivali del britannico mostravano ancora intenti bellicosi.

 

Sull’Hazallanas parte un bel contrattacco, ma i big attendono
La prima delle tre salite di giornata è stato il capolinea per la fuga così come si era formata: nel senso che appena Rossetto ha aumentato il ritmo, si sono tutti staccati tranne Armée, che poi alla lunga ne ha avuto più del francese, staccandolo a sua volta e involandosi da solo verso il Gpm, su cui è transitato (ai -55) con 40″ sullo stesso Rossetto, e con 1’14” su Oliveira, mentre tutti gli altri fuggitivi erano stati ripresi dal gruppo. Ma Oliveira non era solo.

Sul portoghese della Movistar erano infatti rientrati alcuni bei nomi che si erano mossi nel tratto duro della salita: Romain Bardet (AG2R La Mondiale), Adam Yates (Orica-Scott) e Steven Kruijswijk (LottoNL-Jumbo). I tre erano evasi dal gruppo con Peter Stetina (Trek), ma poi quest’ultimo – che era stato peraltro l’iniziatore dell’azione – non è riuscito a seguirli, ed è rimasto a metà strada con Rafal Majka (Bora-Hansgrohe), anche lui uscito dal gruppo sull’Hazallanas, seppur tardivamente, visto che non ha più saputo andare ad accodarsi al trenino di contrattaccanti.

Al Gpm quindi Bardet, Yates e Kruijswijk sono scollinati con Oliveira a 1’14” da Armée; Majka e Stetina sono passati a 2’05”; e il gruppo a 3’14”. A tirare quest’ultimo, l’Astana di Miguel Ángel López. E non diciamo “l’Astana di Fabio Aru” perché le linee di tendenza, nel team kazako, si sono fatte abbastanza evidenti in questi ultimi giorni. Comunque sulla salita abbiamo visto pure i Bahrain Merida di Nibali guidare il plotone, per un po’: ma tale iniziativa è rimasta piuttosto fine a se stessa, nel frangente. Invece Froome faceva i conti con la defezione di Diego Rosa, ma il piemontese si conferma molto sotto tono in questa Vuelta. Tra gli (ex) uomini di classifica si segnalava invece il naufragio di Nicolas Roche (BMC), staccatosi irrimediabilmente a metà ascesa. In vetta il gruppo maglia rossa era formato da circa 70 unità, segno che l’andatura non era stata eccezionale: addirittura sono stati impiegati 4′ in più rispetto al record di scalata fatto registrare dal mitologico (un essere per metà ciclista e per metà nonno) Chris Horner quattro anni fa.

 

I contrattaccanti superano i fuggitivi della prima ora
Lungo la veloce discesa dall’Alto de Hazallanas i primi contrattaccanti hanno raggiunto Rossetto ai -45, mentre i secondi contrattaccanti (lèggasi: Majka) hanno alzato bandiera bianca e sono stati ripresi dal gruppo. L’Astana ha sensibilmente spinto sull’acceleratore, tanto che ai -30 – dopo la discesa e nel fondovalle precedente la doppia salita finale – il ritardo dal battistrada è sceso a 1’20”.

Sulla rampetta di Huétor Vega si sono staccati Rossetto e Oliveira, e il terzetto con Bardet, Kruijswijk e Yates è andato a raggiungere Armée, puntualmente ripreso all’inizio dell’Alto de Monachil (o di El Purche, se preferiamo), e poi staccato a 27 km dal traguardo. Adam Yates a questo punto ha affondato il colpo con decisione, e ha mandato in apnea prima Kruijswijk e poi pure Bardet, col francese che ha vissuto un brutto 5 minuti, ed è arretrato pure rispetto al già staccato Kruij.

Il meglio di questa salita stava però andando in scena più indietro, col gruppo della maglia rossa da cui (a 27 km dal traguardo) aveva preso le mosse l’attacco più pronosticato della giornata: quello di Alberto Contador. Con il capitano della Trek si è mosso Miguel Ángel López dell’Astana, e possiamo dire che questa coppia era quasi scontata a questo punto della tappa. Entrambi abbastanza forti da mettere in campo un attacco dalla media-lunga gittata, entrambi abbastanza lontani in classifica da trovare un immediato spazio di libertà.

In effetti la Sky non ha variato il proprio ritmo (tirava Salvatore Puccio), lasciando che la coppia ispanica prendesse abbastanza presto un buon margine. In gruppo si sono poi segnalati un breve nonché inutile allungo di Hernan Aguirre (Manzana-Postobón) a 25 km dal traguardo, e il dolente elastico di David De La Cruz (Quick-Step Floors), che a lungo è stato sul punto di saltare, e infine, dopo tanto resistere, è scoppiato fragorosamente a 2 km dalla vetta.

 

Le avventure di Contador e López e l’azione di Nibali
Quando Contador e López hanno raggiunto Bardet mancavano due chilometri e mezzo al Gpm del Purche-Monachil, e Yates aveva circa un minuto di vantaggio su di loro. Kruijswijk era più avanti ma non faceva paura. Il gruppo con Froome e gli altri inseguiva a 30″. Più o meno questa sarebbe stata la situazione anche al Gran Premio della Montagna, dove il gruppo è stato preceduto pure da Thomas De Gendt (Lotto Soudal), scattato in vista dello scollinamento e destinato a restare a bagnomaria per qualche chilometro.

Yates ha dato il meglio di sé nella prima parte dell’ascesa conclusiva verso Sierra Nevada, tant’è vero che è riuscito a portare il suo vantaggio sui primi inseguitori (che si erano ricongiunti con l’intercalato Kruijswijk) a 1’15” a 15 km dalla vetta; a 1’50” c’era De Gendt, ormai prossimo a esaurire la propria spinta; addirittura a 2’25” (a 50″ da Contador e López, quindi) il gruppo maglia rossa.

È stato questo il contesto in cui ha preso forma l’iniziativa di Vincenzo Nibali, scattato a 14 km dalla vetta con un repentino scarto verso destra, e una sparata che gli ha permesso di guadagnare rapidamente diverse decine di metri, forse anche un centinaio. Froome si è subito attaccato alla radiolina, intanto Mikel Nieve, senza scomporsi, ha continuato a tenere regolare la velocità di crociera del gruppo. Alle spalle di Chris, tanto, c’era ancora Wouter Poels, pronto a intervenire in caso di necessità.

Per tre chilometri abbiamo vissuto una sensazione di congelamento, ma erano semplicemente le posizioni in gara a essere immutate e immutabili. I 70-100 metri di vantaggio di Nibali non accennavano ad aumentare. Il vantaggio di Yates sul gruppetto Contador non accennava invece a diminuire: 1’15”, fisso. Il minutino che Alberto e López avevano messo su Froome e gli altri era stato eroso dall’azione di Nibali, ma restavano non meno di 50″ tra le parti. Sicché, a 11 dalla vetta, Vincenzo si è stufato di stare lì a vista, a bagnomaria, e si è rialzato.

 

La sparata finale di López e una classifica che dice sempre più Froome
Da qui ai -2 non avremmo più avuto, praticamente, notizie dal gruppo. Davanti invece la battaglia stava per farsi furente: Contador e López hanno alzato il ritmo, e ciò ha fatto male a Kruijswijk, che si è staccato ai -7; ma di lì a poco il colombiano dell’Astana ha deciso di iniziare l’archiviazione della pratica, e ha allungato secco. Contador ha accusato il colpo, ha faticato anche a tenere le ruote di Bardet per un attimo, e comunque finiva in quel momento la sua giornata da attaccante.

López ha impiegato appena 2 km per chiudere i 50″ di distacco da Yates; al britannico la gamba s’era fatta pesante, e nel momento in cui l’avversario l’ha raggiunto, a 4.2 km dalla vetta, non ha avuto più nulla da opporre all’altrui volontà. E allora Miguel Ángel ha affondato il coltello nel burro, e se n’è andato ai 4 km verso il secondo successo di tappa dopo quello di Calar Alto.

Mentre López viaggiava bellamente, il gruppo riprendeva prima Contador e Bardet (ai -4), poi anche Yates ai -2.5. Il ritmo era tenuto da Poels (Nieve aveva faticato fino ai 5 km), e a 2 km dalla fine qualcuno si è mosso: Ilnur Zakarin. Il capitano della Katusha-Alpecin ha attaccato su una gittata che gli è piuttosto consona, e in effetti è stato bravo a non farsi più riprendere. La sua azione ha avuto come effetto quello di frantumare il gruppo (o quel che ne rimaneva).

Ai 1500 metri Contador ha inesorabilmente perso contatto, ai 1000 anche Fabio Aru – insieme al fido Pello Bilbao – ha salutato da dietro. E negli ultimi 500 metri il cambio di ritmo in vista della volata (vuoi per provare a riprendere Zakarin, vuoi per giocarsi comunque i 4″ di abbuono per la terza piazza) ha causato altri buchi, come vedremo.

López ha vinto con 36″ su Zakarin, 45″ su Wilco Kelderman (Sunweb), autore dello spunto finale migliore; a 47″ sono stati cronometrati Esteban Chaves (Orica) e Froome, a 50″ Michael Woods (Cannondale); a 53″ è arrivato Vincenzo Nibali, settimo, insieme a Poels e Louis Meintjes (UAE Emirates); la top ten è stata chiusa da Bilbao a 1’02” con Aru a ruota. Ancora dietro a Bardet (12esimo a 1’23”) è arrivato Contador, a 1’27”, rimettendoci 40″ tondi su Froome.

La classifica a questo punto è severa con tutti meno che non l’indossatore della maglia rossa (nonché della verde, strappata a Trentin grazie ai punti all’arrivo: 110-107 al momento per Chris). Froome ha 1’01” su Nibali e 2’08” su Zakarin; Kelderman è quarto a 2’11”, Chaves quinto a 2’39”, López sesto (era decimo) a 2’51”, Aru settimo a 3’24”, Woods ottavo a 3’26”, Contador nono a 3’59”; entra in top ten Poels, decimo a 5’22”. Con questi distacchi e con la prospettiva dei 40 km contro il tempo martedì a Logroño, iniziano a moltiplicarsi i guanciali tra cui il kenyano potrà godersi il meritato riposo di domani. Che poi, riposo per modo di dire, visto che è concomitante col trasferimento che porterà la carovana dall’Andalusia, a sud, alla Navarra, a nord.

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