Brindisi d'ordinanza per Ilnur Zakarin, Christopher Froome e Vincenzo Nibali © Photo Gómez Sport
Brindisi d'ordinanza per Ilnur Zakarin, Christopher Froome e Vincenzo Nibali © Photo Gómez Sport

Froome, consacrazione totale

Il bilancio della Vuelta a España: doppietta storica per il britannico, ottimo bottino per l’Italia. E l’ultima recita per Contador

Dunque, dove eravamo rimasti? Ci eravamo lasciati con Christopher Froome in maglia gialla intento a salutare e ringraziare tutti dal palco provvisorio montato sugli Champs Élysées. Ci ritroviamo, 49 giorni più tardi, con Christopher Froome in maglia rossa intento a salutare e ringraziare tutti dal palco provvisorio montato in Plaza de Cibeles. Parigi-Madrid, da Luigi XIV a Carlo V (anche se il sovrano asburgico è nato in quella stessa Gand in cui ha visto la luce, 480 anni più tardi, il nemico-amico Bradley Wiggins…). Da, per la quarta volta, “Le Tour, c’est moi” a “La mia Vuelta è stato un lungo viaggio”.

Il poeta Arturo Graf scrisse «Nel viaggio della vita non si danno strade in piano: sono tutte o salite o discese». E il nativo di Nairobi ha certamente ben seguito questo filo conduttore. Dagli inizi nei sobborghi di Johannesburg alle prime apparizioni in Europa, dalle prime delusioni in sella fino alle conferme. Tutta la gloria ottenuta nelle ultime sei stagioni possibile grazie alla Vuelta a España. Ancor più del Tour, la Sua corsa fondamentale.

Perché è innegabile. A metà agosto 2011 il Team Sky, con cui correva dall’anno precedente, non aveva ancora formulato il rinnovo di contratto. Il futuro del ventiseienne, molto probabilmente, era in Italia, in quella Lampre-ISD che cercava un gregario da affiancare a Damiano Cunego e a Michele Scarponi. Tutto quasi fatto, con Beppe Saronni ormai convintosi ad offrire una possibilità a quell’allampanato poliglotta.

La Vuelta numero 66, dicevamo, con il via da quella Benidorm tanto cara al ciclismo azzurro. Ventuno tappe più tardi, la storia ciclistica di Chris Froome, del Team Sky e di quei rivali che ancora non lo badavano non sarà più la stessa. Di quella pazza, pazza edizione della ronda spagnola (quasi) nessuno si ricorda il nome del vincitore (l’atipico e apatico Juanjo Cobo), quanto piuttosto di chi fu il suo paggetto. E che, sei anni più tardi, finalmente porta a compimento il suo lungo cammino.

Vittoria storica, quella di Froome. Quinto grande giro in saccoccia come Binda, Bartali e Gimondi. Terzo di sempre, dopo Anquetil 1963 e Hinault 1978 a portarsi a casa nello stesso anno Tour e Vuelta. A differenza di Maitre Jacques e del Tasso, però, doppietta ottenuta nello spazio di settanta giorni (fino al 1994 in Spagna si correva in primavera). Nomi pesanti questi cinque, di quelli che hanno segnato la storia del ciclismo.

E Froome inizia ad avanzare le proprie credenziali per accedere all’elitario club. Il salto da eccellente corridore di Tour a eccellente corridore da grandi giri (inciso: anche per te, Chris, il tempo corre, per cui una capatina in maggio nel Belpaese è ormai sempre meno rinviabile) è stato ormai compiuto. Merito di un metodo Sky ormai oliato alla perfezione, e con le caratteristiche fisiche e mentali del britannico a suggellare l’opera.

Certo, avere a disposizione, fra Francia e Spagna, gregari come Landa e Poels, Thomas e Kwiatkowski, Henao e Nieve, Moscon e Rosa è un privilegio che solo e soltanto lui ha nel ciclismo mondiale attuale (e pochissimi altri nell’ultracentenaria storia del pedale). Serve però il finalizzatore. Che già da gennaio non pensava ad altro che all’accoppiata, sacrificando totalmente le corse di una settimana. Il risultato gli ha dato ragione su tutta la linea; né al Tour né alla Vuelta è stato il dominatore visto in passato. È stato, piuttosto, colui che ha vissuto meno passaggi a vuoto e che più si è meritato titoli e applausi.

Diamo i numeri: fughe über alles. E i team belgi esultano
È proprio il caso di dirlo. Viva la fuga! Per ben dieci occasioni sulle diciannove tappe, le azioni da lontano sono andate in porto: probabilmente non è record, ma poco ci manca. Un ulteriore elemento significativo riguarda il numero dei corridori capaci a centrare un piazzamento in top 10: ben 96 sui 198 partenti, vale a dire il 48% degli iscritti. Giusto per fare un confronto, all’ultimo Giro tali atleti furono 71 mentre al Tour 78.

Segnale di una corsa anarchica che, con l’aiuto del percorso particolarmente parco di frazioni pianeggianti e con la contemporanea assenza di sprinter di rango (con i corrispettivi treni ad aiutarli), ha lasciato spazio a tanti outsider. Fra tutti è emerso Tomasz Marczynski, onesto mestierante polacco capace, in una settimana, di vincere in due occasioni, raddoppiando il totale delle vittorie ottenute sinora in dodici anni di corse professionistiche.

E la festa in casa Lotto Soudal è proseguita con un altro gregario di lungo corso come Sander Armée, al primo successo in carriera, e con un nome più noto quale Thomas De Gendt. Dopo Stelvio e Alpe d’Huez il fuggitivo per antonomasia è andato a conquistare la frazione di Murcia, entrando nel ristretto gruppetto dei vincitori nei grandi giri. Il fiammingo non è l’unico riuscito a tagliare il traguardo.

L’altro è uno dei grandissimi protagonisti delle tre settimane, capace di vincere in volata di gruppo, al termine di una fuga e in un arrivo in leggera pendenza. Già di alto livello, Matteo Trentin è emerso prepotentemente, entrando in un’altra dimensione agonistica e lottando sino all’ultimo giorno per la maglia verde. Miglior modo per salutare la Quick Step Floors non poteva esserci. Come ormai d’abitudine la compagine fiamminga è la regina delle vittorie: sei, con le gioie ottenute da Yves Lampaert e Julian Alaphilippe. Fra Giro, Tour e Vuelta gli uomini di Lefevere hanno conquistato sedici successi, gli altri dieci equamente divisi per ogni grande giro.

Promosse Aqua Blue e Manzana, bocciata la Orica. La sfortuna si accanisce sulla Movistar
È stata la Vuelta della prima, storica esibizione di un team irlandese. Capace, per altro, di vincere una delle giornate più attese, quella di Los Machucos. La Aqua Blue Sport si è strameritata l’invito, e non solo per il successo di Stefan Denifl; niente vittorie invece per la Manzana Postobón, ma un comportamento sempre aggressivo e anche il sogno della maglia rossa virtuale in due occasioni per Jetse Bol. Decisamente insufficiente la prova di Caja Rural-Seguros RGA e Cofidis, Solutions Crédits, ma per loro è ormai la regola. Passaporto in un caso e soldi nell’altro non saranno più il lasciapassare in futuro, con nuove Professional di matrice iberica in rampa di lancio.

In tema di squadre deludenti, inevitabile partire dalla Orica-Scott. Quattro tappe con terzo e sesto posto in classifica nel 2016. Quest’anno zero vittorie e nessuno in top 10, nonostante la presenza di Esteban Chaves, di Magnus Cort Nielsen e dei gemelli Yates. Gli australiani si meritano senza dubbio la palma di delusione della corsa: mai nel vivo, si squagliano alla distanza.

Niente successi neppure per il Movistar Team, ma le attenuanti superano le colpe. Assenti il detentore Quintana causa diverso calendario e l’eterno Valverde alle prese con l’infortunio di inizio Tour, i navarri portano un roster d’attacco. Che viene ancora bersagliato dalla sfortuna, con il sino ad allora rinato Carlos Betancur messo ko da una caduta di cui è involontaria vittima. Il vecchio José Joaquín Rojas, che esattamente 365 giorni fa si ruppe una gamba, va spesso in fuga ma non colpisce. Fa ben sperare la crescita finale del giovane e promettente Marc Soler, ma oltre a questo c’è poco di cui essere felici.

Nibali è sempre lì, il secondo posto è di valore
Decimo podio in diciotto grandi giri disputati; nessuno come lui fra i corridori in attività. Secondo italiano di sempre, alle spalle solo di Felice Gimondi. E a livello assoluto, oltre al bergamasco, lo precedono Jacques Anquetil, Bernard Hinault e Eddy Merckx. Nel suo tredicesimo anno da professionista Vincenzo Nibali continua ad aggiungere premi nel proprio palmares. Due erano gli obiettivi di stagione: il primo, il Giro, concluso al terzo posto. Il secondo, la Vuelta, con un secondo posto finale.

Distacco inferiore ai 180″ (2’55”, per la precisione) nella somma delle due prove, in cui è rimasto in lizza per il massimo risultato sino all’ultima frazione (la passerella odierna madrilena è, per l’appunto, una passerella). Non male per chi, alla soglia delle trentatré primavere, inizia o sta per iniziare la parabola discendente della carriera, come è nella natura dello sport. Come nel maggio italiano arriva la vittoria in quel di Andorra. Come in maggio, le gambe non sono al top.

Rispetto a maggio, decisamente migliore l’aiuto della Bahrain Merida, pur senza due pedine come Izagirre e Navardauskas. Buon Valerio Agnoli nelle prime giornate, buon Antonio Nibali nella parte centrale e finale (alla faccia di chi lo tacciava di essere un paracarro), bene anche il baby Iván García Cortina e Giovanni Visconti. Non ci sono parole per descrivere invece quanto ha messo su strada Franco Pellizotti: l’eterno Delfino di Bibione è stato, Sky a parte, di gran lunga il miglior gregario su piazza, con il ritmo dettato sull’Angliru che ha permesso all’acciaccato messinese di non venire attaccato.

Il futuro dello Squalo dello Stretto appare ancora di alto livello, ma la domanda inizia a farsi largo: riuscirà Nibali a conquistare una nuova vittoria in un grande giro? Al Giro 2018 il siciliano avrà 33 anni e mezzo: negli anni 2000 gli unici capaci di conquistare un alloro ad un’età simile sono stati Evans e Horner, due approdati tardi su strada e con un logorio fisico ben diverso da quello di chi, nelle ultime otto stagioni, è salito sul podio di un grande giro in sette distinte annate.

Zakarin, Kelderman, López, Woods: quattro personaggi in cerca di conferma
Evgeniy Berzin, Pavel Tonkov, Denis Menchov. E ora Ilnur Zakarin. La breve lista dei corridori russi capaci di salire sul podio di un grande giro. Certo, gli altri tre si sono presi anche la posizione centrale dei rispettivi palchi. La crescita che il quasi ventottenne tartaro ha mostrato in questo 2017 fa ben sperare per il futuro. La sua generazione (Quintana, Dumoulin, Aru, Bardet, Pinot) è già bella ricca di talento. E lui può stare tranquillamente in questo gruppo. A differenza di molti, cresce esponenzialmente nella terza settimana e ben si comporta nelle cronometro.

Esercizio nel quale eccelle Wilco Kelderman. Neppure i suoi cari avrebbero immaginato di trovarlo al ritorno da Madrid arrabbiato per un quinto posto. E invece l’olandesino, che l’anno scorso sembrava aver imboccato la strada verso la mediocrità, è rinato con la cura del Team Sunweb e, fino ai 3 km dal termine dell’Angliru, era sul podio. Sempre attento in salita, il batavo ha stupito per la resistenza e continuità, doti che difettavano fino a dodici mesi fa.

Le stesse qualità che deve ancora affinare Miguel Ángel López. Nella parte centrale di Vuelta, il colombiano dell’Astana Pro Team era il miglior arrampicatore del lotto. È mancato pesantemente nel finesettimana decisivo, patendo lo scarso allenamento che ha potuto effettuare nella preparazione invernale, in cui era alle prese con l’ennesimo incidente della ancor breve carriera. Crescerà, certo, ma vederlo in lotta per un grande giro non pare avvenimento prossimo.

Fino al 2012 era un runner. A fine 2017 è un insperato ciclista che conclude settimo un grande giro. Dalla storia di Michael Woods si potrebbe ricavare la trama per quel tipo di film che tanto piace agli statunitensi, suoi vicini di casa. Il canadese, prossimo a festeggiare i 31 anni, sorprende tutti dimostrando l’elemento fondamentale in una prova di tre settimane, la resistenza. Sulle pendenze più ripide è a suo agio, in quelle intermedie si difende molto bene. Dopo Hesjedal il ciclismo della foglia d’acero trova un nuovo rappresentante di spicco.

Bilancio positivo per l’Italia. Nonostante un timido Modolo e un Aru in calando
E l’Italia, come è andata? Bene. Anzi, molto bene. La Vuelta è stata la corsa a tappe di tre settimane maggiormente redditizia per il pedale italico. Quattro vittorie con Trentin e una con Nibali che portano il Belpaese ad essere la nazione più vincente della prova iberica. A cui si aggiunge la maglia a pois conquistata, meritatamente, da Davide Villella. Sempre attivo, il bergamasco della Cannondale-Drapac è solo il quarto azzurro a vincere la classifica di miglior scalatore; bisogna tornare decisamente indietro per trovare i predecessori, dato che si tratta di Edoardo Molinar (1935), Giuseppe Buratti (1955) e Nino Defilippis (1956). E l’unico capace di togliere un traguardo al dominatore britannico.

Tra i venti italiani in gara, inevitabile partire da Gianni Moscon. Il noneso ha spianato i monti, stupendo tutti per il rendimento nel suo primo grande giro. Il futuro, come si sa da tempo, è tutto suo. In casa Sky da applausi la prova di Salvatore Puccio, in particolare nella prima metà di gara. Ancora poco inserito negli ingranaggi dei nerazzurri è Diego Rosa, l’unico degli uomini di Brailsford a non convincere a pieno.

Sfortunato Domenico Pozzovivo, costretto all’abbandono, ha deluso Sacha Modolo; sulla carta il trevigiano, Degenkolb escluso, era il velocista puro con il miglior pedigree. I risultati, però, non sono stati commisurati alle attese. Solito instancabile fuggitivo Alessandro De Marchi, che si è di fatto garantito il posto al prossimo Mondiale. Totalmente trasparente invece la prova di Damiano Caruso.

Vuelta a due facce, invece, per Fabio Aru. Partito come capitano, il sardo ha sfruttato l’onda lunga della condizione del Tour nelle prime giornate. Man mano che i giorni si susseguivano, il rendimento è peggiorato sempre più. Buona la prova d’orgoglio a Santo Toribio de Liébana, ma la crisi nera dell’Angliru somiglia tanto a quella patita, nella medesima giornata e con le stesse condizioni atmosferiche, del Tour 2016. Si chiude un’annata intensa, sotto tutti i punti di vista, per il sardo. Come forse nessun altro dei big ha bisogno di riposo.

L’ultima uscita di un inarrestabile Alberto Contador
Quello che, da domattina, non mancherà ad Alberto Contador. Il più grande esemplare da grandi giri degli anni 2000 fa calare il sipario su una lunga e felice carriera (sulla quale, statene certi, ci sarà tempo e modo di ritornare). Come sintetizzare la sua Vuelta 2017? Grinta, coraggio, spregiudicatezza, niente calcoli, voglia di fare l’impresa.

Che è giunta, finalmente, nella giornata più attesa da lui e da tutti i suoi tifosi sparsi per il mondo. L’ultimo colpo di pistola è il giusto poster della sua attività agonistica. Da giovane sparagnino ad adulto garibaldino; di solito accade il contrario, il suo caso è l’eccezione che conferma la regola. Lo si può amare, lo si può (sportivamente) odiare. Quel che è certo è che, senza di lui, il ciclismo sarà più razionale, più controllato, più asettico. Insomma, più povero.

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La vignetta di Pellegrini

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