Peter Sagan e il suo terzo Mondiale: immenso! © Bettiniphoto
Peter Sagan e il suo terzo Mondiale: immenso! © Bettiniphoto

Lo chiamavano Trinità

Peter Sagan divino: a Bergen vince il terzo Mondiale di fila e lo dedica a Scarponi. Moscon grande ma squalificato, Trentin a un passo dal podio

Quando vince Peter Sagan, vinciamo tutti. Può sembrare un modo di dire abbastanza paludato, all’altezza di un “tutti primi al traguardo del mio cuore”, ma non lo è. Vinciamo tutti, con Peter, perché è lui il simbolo del ciclismo degli anni ’10, e volenti o nolenti è a lui che ogni cosa del ciclismo fa riferimento in quest’epoca. È uno per il quale non si può dire che il personaggio abbia superato il corridore, non è mai stato vero e men che mai in queste ultime stagioni in cui le “saganate” sono diminuite, in numero ed entità, e al contempo sono aumentati gli esiti sul campo.

Tre Mondiali di fila, signori, mai nessuno come lui. E hai voglia a dire che i percorsi insulsi aiutano (quello di Bergen 2017 lo era abbastanza), perché d’altro canto bisognerebbe ricordare che il Re di Zilina è abituato a correrle da solo o quasi, queste corsette. Oggi in Norvegia ha avuto un aiuto dal fratello Juraj, ma stringi stringi, alla fine le castagne dal fuoco se le è dovute togliere da solo.

È da solo che ha dovuto balzare in due curve dalle posizioni di centro gruppo alla terza ruota. È da solo che ha dovuto sprintare, senza un compagno che gli aprisse la strada. È da solo che ha dovuto gestire, anche e soprattutto dal punto di vista nervoso, la fase in cui Olanda, Belgio, Francia e Italia hanno provato a far corsa dura.

E poi, dopo tutta questa solitudine del numero primo, arriviamo noi, comodi comodi, a dire che abbiamo vinto tutti, con lui? Noi, proprio noi che su queste colonne avevamo asserito, pochi mesi fa, che lo slovacco aveva perso un po’ della giovanile freschezza mentale? Sì, esatto.

Il Peter maturo è quello che non palpa più le miss sul podio, anche se continua a fare linguacce e ad avere un approccio più easy rispetto a tutti i colleghi; è quello che sta per diventare padre; è quello che si ricorda, come prima cosa, di dedicare il suo terzo Mondiale a Michele Scarponi; è quello che ride un po’ meno, si inalbera un po’ di più, a volte prova un gusto vendicativo nel far perdere questo o quell’avversario piuttosto che vincere lui, palesa crescente insofferenza per tutto il baraccone-ciclismo, che per lui non è più la giostra esilarante dei primi anni, ma un’architettura di sovrastrutture che a volte deve farlo sentire soffocato.

Ma resta, il Sagan maturo come quello scavezzacollo di qualche stagione fa, un campione che è impossibile non amare. In prima istanza, perché è diretto, senza filtri, non sa fingere, non sa mentire. Nello sport ci sono i campioni ammirati per la loro forza, per la loro capacità atletica, tecnica, tattica. E ci sono quelli che, oltre a esaltare per il gesto sportivo, vanno oltre, che bucano qualsiasi schermo e schema, che puntano dritto al cuore di chi li segue, che finiscono col rappresentare un’epoca: e si chiude il cerchio del nostro discorso, perché il campione in questione è proprio lui, Peter. Il simbolo.

Oggi a Bergen ha vinto al termine di una gara non esaltante dal punto di vista dello spettacolo, ma certo ricca di pathos nei due giri finali. Ha vinto perché non ha avuto avversari in grado di trovare la chiave giusta per smontarlo. Né quelli che avrebbero dovuto far corsa dura da lontano (abbastanza deludente il panorama), né quelli che avrebbero dovuto contrastarlo in volata, se è vero che il primo dei battuti, Alexander Kristoff, ha palesato un’incapacità cronica (che fa quasi rima con “comica”) nell’imbastire un colpo di reni decente.

Sagan ha vinto oggi il terzo Mondiale di fila e c’è da scommettere che non sarà l’ultimo. Ha ancora tanto da dare e da dire al ciclismo, ha tante corse da vincere, in fondo nel suo palmarès c’è solo una Monumento, e ne mancano quattro e uno come lui dovrebbe porsi l’obiettivo di conquistarle tutte, prima o poi; prima che lo faccia qualcun altro, pure.

La maglia iridata è la più bella e importante del ciclismo ed è giusto e sano che continui a indossarla Peter. Ormai siamo tanto abituati alla sua tenuta arcobaleno che quasi non lo ricordiamo con altre divise. Da qui a 12 mesi si completerà un ciclo della sua carriera. Magari lo vedremo per la prima volta al Giro, chissà. Magari vincerà quella maledetta Sanremo, o saprà dribblare la iella alla Roubaix. Quel che è certo è che, fasciato d’iride, continuerà a rubare l’occhio a tutti. A conquistare nuovi tifosi. A scrivere altre pagine fantastiche di questo sport.

 

Inizio classico, battaglia rinviata a poi
Qualcuno (ad esempio la Francia) aveva annunciato che ci sarebbe stata battaglia sin da subito, o quantomeno sin dai primissimi giri (dopo il tratto in linea) del Campionato del Mondo di Bergen 2017. Invece.

267.5 i chilometri totali, 39.5 in linea, poi ingresso nel circuito con un giro non intero (17.9 km lo sviluppo), quindi 11 tornate complete da 19.1 km ciascuna. E in mezzo al circuito, la salita di Salmon Hill che già avevamo visto “in azione” nelle precedenti gare in linea: salita non tremenda, un chilometro e mezzo di lunghezza per una pendenza media del 6.4%, con la parte più dura (comunque non sopra l’8%) nel primo terzo.

La fuga è partita subitissimo, con due irlandesi (Conor Dunne e Sean McKenna) e un azero (Elchin Asadov). Ai tre se ne sono accodati altri 7, ovvero: Alexey Vermeulen (Stati Uniti) e Andrey Amador (Costarica), due corridori del World Tour (rispettivamente corrono per LottoNL-Jumbo e Movistar), e poi il marocchino Sahlah Eddine Mraouni, il sudafricano Willie Smit, lo svedese Kim Magnusson, il finlandese Matti Manninen e l’albanese Eugert Zhupa, che solitamente corre con una squadra italiana, la Wilier-Selle Italia.

La fuga di 10 ha guadagnato un vantaggio massimo di 10’30”, toccato ai -230 km, all’ingresso nel circuito. Il gruppo è stato tirato dalla Repubblica Ceca (soprattutto con Josef Cerny) e poi anche dal Belgio nella persona di Julien “Cruiser” Vermote, ovvero uno che al Tour de France abbiamo visto tirare per chilometri e chilometri: anche oggi non si è risparmiato, trainando il gruppo senza risparmio.

La media non è stata comunque alta: nonostante l’assenza di pioggia (solo la partenza è stata umidiccia, poi su Bergen è uscito il sole, come da previsioni), nella prima metà di Mondiale non ci si è tirati il collo. Costantemente sui 38-39 km/h in questa fase, e tanti cari saluti alle promesse di balli di San Vito et similia. Nonché, tanti ringraziamenti – almeno fin qui – da parte delle ruote più veloci del gruppo.

Il primo dei fuggitivi a mollare la presa è stato Manninen, staccato al quarto giro e poi destinato al ritiro. Asadov e (al quinto) anche Zhupa hanno sofferto sulla salita di Salmon Hill, ma poi sono riusciti a non perdere definitivamente le ruote dei battistrada, e con loro hanno concluso la quinta tornata. A questo punto, a poco meno di 115 km dal traguardo e con poco più di 3′ di margine per i fuggitivi, la corsa è entrata nella fase della maturità.

 

La fuga del mattino si esaurisce, la corsa si apre
Il sesto giro è iniziato con un bell’allungo del russo Maxim Belkov, il quale ha preso margine dal gruppo e si è diretto con convinzione verso i fuggitivi; tra i quali, già prima di Salmon Hill, perdevano di nuovo contatto Asadov e Zhupa. Sulla salita lì davanti ha forzato Vermeulen, causando non pochi problemi a Mraouni, che ha salutato pure lui la fuga.

Nel plotone la novità di questa fase è stata l’arrivo della Norvegia (segnatamente con Kristoffer Skjerping) tra le nazionali impegnate a tirare. Un ritmo però non proprio travolgente, visto che il progetto dei padroni di casa non poteva certo essere quello di mettere in difficoltà capitan Alexander Kristoff.

Il settimo giro è stato quello della fine dei giochi per gli attaccanti della prima parte di gara: Belkov non è mai riuscito a riportarsi sui battistrada ed è stato poi ripreso a 90 km dalla fine, in un tratto in cui l’Olanda (con Koen De Kort) ha iniziato ad alzare il ritmo. La chiamata oranje ha sollecitato una più veemente risposta belga (con Dylan Teuns oltre al solito Vermote), e la fuga è stata annullata tra i -84 e i -83, dopo la scalata a Salmon Hill; ultimo a mollare, Willie Smit. Fin qui poca selezione, pochi ritiri (tra cui quello – importante per l’Australia – di Mathew Hayman, caduto al secondo giro), ma l’andatura si è fatta sostenuta: 45 di media la settima tornata. Era il preludio alla battaglia che di lì a poco sarebbe finalmente scoppiata.

Un altro preludio è stato, ahilui, lo scivolone di Julien Vermote, andato giù a inizio ottavo giro mentre era ancora impegnato a tirare il gruppo.

 

Tim Wellens accende la gara anche senza pioggia
Ed ecco allora i famosi, attesi scatti: appena la strada ha presentato degli strappetti (quello di Sohleimsviken nella prima parte del circuito, ad esempio), sono iniziate le grandi manovre. Per l’Italia, Alessandro De Marchi si è incaricato di seguire da vicino i lavori, marcando i belgi. Ai -71 ci ha provato Chris Juul Jensen (Danimarca), poi un contropiede di Warren Barguil (Francia) è durato pochi secondi, quindi su Salmon Hill si è mosso l’austriaco Marco Haller, e qui ha risposto uno dei più attesi (lo sarebbe stato ancor di più se avesse piovuto), ovvero il belga Tim Wellens.

L’azione del corridore della Lotto Soudal non poteva passare inosservata, e infatti intorno a lui (e a Haller) si è coagulato un gruppetto di 8, con Jarlinson Pantano (Colombia), Jack Haig (Australia), Lars Boom (Olanda), David De la Cruz (Spagna), Odd Christian Eiking (Norvegia) e, per l’Italia, ovviamente De Marchi. Un altro azzurro (Alberto Bettiol) ha mancato non di molto di agganciarsi al drappello, nel quale non tutti collaboravano: Haig, avendo in mente solo di difendere la corsa del suo capitano Michael Matthews, si è ben guardato dal tirare, per esempio.

Dietro, lavoro per le squadre rimaste fuori dall’azione, Francia e Polonia (quest’ultima si era già fatta vedere davanti nel giro precedente). Notevole il buco preso dagli autoproclamati battaglieri transalpini, che hanno miseramente mancato questo importante attacco…

 

La caduta di Moscon (e quel che ne conseguì…)
Alla fine dell’ottavo giro il gruppetto al comando vantava 43″ di vantaggio, niente male. Anche perché il lavoro di Francia e Polonia dietro inevitabilmente rendeva la corsa più dura per tutti; certo, ci sarebbe voluto un altro circuito per vedere reale selezione, perché anche in questo caso non sono stati in tanti a perdere contatto.

Ha sofferto Boom, tra gli attaccanti, ma è riuscito a rientrare dopo aver perso contatto su Salmon Hill; dal plotone si è allora mosso il tedesco Niels Politt, ma senza riuscire a risalire la china (non diciamo “risalire la corrente” per non essere troppo scontati…). Il giro, il nono, si è chiuso anche questo senza altri sussulti dal gruppo, nel quale evidentemente la situazione in corso a 40 km dalla fine andava bene un po’ a tutti. È questa la fase in cui sarebbe stato invece lecito aspettarsi qualche altra azione “intermedia”, perché nelle ultime due tornate sarebbe diventato difficilissimo staccare tutti gli uomini veloci presenti.

Alla fine del giro un piccolo colpo di scena comunque c’è stato, e ha riguardato proprio l’Italia: Gianni Moscon, uno dei fari della nazionale di Davide Cassani, è caduto insieme ai cugini Henao. Se i colombiani sono usciti nell’occasione dalla contesa, il trentino non ha gettato la spugna, tutt’altro: in un modo o nell’altro, destreggiandosi tra le ammiraglie, è riuscito a riprendere la coda del gruppo e, dopo qualche chilometro di assestamento, a tornare nelle posizioni di vertice, in attesa di quel che sarebbe stato. [“Destreggiandosi” non rende al 100% il senso delle manovre di Gianni, destinato a essere squalificato in serata per traino prolungato, attaccato proprio all’ammiraglia del ct…].

 

La scossa di Dumoulin, l’Italia di Cassani c’è
Ai -35 un’altra caduta in gruppo (coinvolti stavolta l’americano Tejay Van Garderen e lo sloveno Primoz Roglic), e intanto veniva ripreso Politt. Sulla penultima scalata a Salmon Hill abbiamo visto infine una vera lotta: a muoversi è stato uno dei più attesi, Tom Dumoulin, che già aveva sondato le forze in campo con un breve allungo poco prima, stoppato da Diego Ulissi e dal francese Warren Barguil.

Il secondo attacco del vincitore dell’ultimo Giro è stato ben più efficace del precedente. L’olandese ha ripreso e superato De Marchi (primo a staccarsi dai primi), poi ha trovato Boom che gli ha fatto una trenatina, quindi si è voltato e ha visto che alle sue spalle, e anche alle spalle di Alberto Bettiol che lo marcava da vicino, e di Tony Gallopin e Philippe Gilbert che venivano subito dietro, e di un’altra decina di uomini (tra cui Matteo Trentin) bravi a stare in prima fila nell’occasione, si era formato un buco. L’azione è però appassita presto, e dopo un ulteriore – e un po’ velleitario – tentativo di Gallopin in cima (tampinato da Rigoberto Urán), il gruppo è tornato compatto.

Al comando restavano, degli otto di prima, solo in quattro: Wellens, Haig, Eiking e De La Cruz. Ma le sfuriate tra i big avevano ridotto di molto il margine per i battistrada, e in effetti ai -25 i fuggitivi sono stati raggiunti (prima dal kazako Alexey Lutsenko, poi dal russo Ilnur Zakarin, poi da tutti gli altri).

A questo punto si preannunciavano 13 km di scatti continui, prima dell’ultima Salmon Hill. Ci hanno provato il belga Oliver Naesen (ben marcato da Sonny Colbrelli), poi lo spagnolo Lluis Mas ai -23, quindi ai -21 di nuovo Naesen, con l’olandese Sebastian Langeveld, il tedesco Paul Martens e di nuovo Haig: i quattro hanno ripreso Mas, poi su di loro è rientrato Daniele Bennati, ma poi è pure rientrato di nuovo il resto del gruppo.

Langeveld ha insistito per un po’, quindi ci ha riprovato Mas, ma era chiaro che non si andava da nessuna parte, perlomeno in quel tratto del circuito; ai -16 – si era già nel giro finale – Langeveld ha attaccato per la terza volta, e di nuovo Martens si è mosso con lui. Ma ai -13.5, a un passo dalla salita di Salmon Hill, anche tale azione è stata annullata (ancora dalla Francia). Il Mondiale norvegese era comunque, a questo punto, nella fase decisiva.

 

La sparata di Alaphilippe, la risposta di Moscon
Appena ripresi Langeveld e Martens, Gallopin è partito come una molla togliendosi di ruota Diego Ulissi, che però ha continuato a tirare il gruppo, nel quale tutti i migliori erano nelle posizioni di vertice, nell’attesa dell’attacco a Salmon Hill.

L’abbrivio alla salita del giorno è stato anticipato da un’altra caduta (coinvolti anche un paio di belgi, Jens Keukeleire e Jasper Stuyven, ovvero la carta per l’eventuale sprint), poi tutto è andato a compimento: ai 12 km, sulle prime rampe dello strappo, sono partiti il danese Michael Valgren con Alberto Bettiol in marcatura. I due hanno preso Gallopin, e lì davanti si stava formando un gruppetto comprendente anche Philippe Gilbert per il Belgio e Niki Terpstra per l’Olanda, quando un altro dei presenti, Julian Alaphilippe, ha fatto la sua sparata facendo il vuoto.

Il francese, per la cui finalizzazione la sua nazionale s’era spesa a inseguire tutto il dì, poneva così la sua OPA sul Mondiale. A mettere in discussione le legittime pretese del transalpino, è emersa dal gruppetto una maglia azzurra. Non celeste Gilbert, non arancio Terpstra, ma azzurro Moscon. E sì, il trentino, dopo le precedenti disavventure, era stato il più forte per l’Italia, e si era agevolmente accodato su Salmon Hill, per poi lanciarsi all’inseguimento di Alaphilippe.

L’aggancio al francese è perfettamente riuscito a 10.2 km dalla fine, ovvero mezzo chilometro dopo lo scollinamento. La coppia si ritrovava con 7-8″ di margine sui primi inseguitori, sui quali – a propria volta – si contavano gran rientri da dietro. Una pratica (quella dei rientri) che sarebbe proseguita ancora e ancora, fino ad arrivare a contemplare una trentina di unità nel drappello. Tutti gli altri, a partire da un deludente Edvald Boasson Hagen, staccati su Salmon Hill.

Inutile dire che nei 30, oltre agli azzurri Matteo Trentin e Alberto Bettiol, c’era il fior fiore dei favoriti della vigilia, dal campione uscente Peter Sagan all’eroe di casa Alexander Kristoff, dallo spauracchio belga Greg Van Avermaet a quello olandese Tom Dumoulin, per non parlare di gente con iridi alle spalle come Michal Kwiatkowski o Rui Costa. Difficilissima, quindi, l’impresa tentata da Alaphilippe e Moscon. Ma non impossibile.

Anche perché dietro si faticava a organizzarsi (e gli azzurri rompevano opportunamente i cambi agli altri); hanno provato ad agire motu proprio prima il russo Vyacheslav Kuznetsov e il kazako Alexey Lutsenko, poi il bielorusso Vasili Kiryienka con l’austriaco Lukas Pöstlberger, ma non c’era verso di riportarsi sulla coppia al comando, al centro di una situazione in cui le possibilità di successo aumentavano metro dopo metro. Ma poi, l’episodio che ha cambiato gli equilibri.

 

Sfiorisce l’azione franco-italiana, si va verso lo sprint
A poco più di 4 km dalla conclusione, su un pezzetto di strada in pavé (quello su cui si faceva il pit stop nella crono professionisti), Alaphilippe ha un po’ esagerato e ha addirittura staccato Moscon. Diciamo “ha esagerato” perché proseguire in due avrebbe significato tener salve le probabilità che la coppia aveva sino a quel momento. Uno contro tutti, invece, diventava impegno ai limiti dell’improbo per Julian.

Moscon però tutto ha fatto meno che arrendersi. E qui la spia della grande forza del ragazzo, qui più che nello scatto con cui aveva rimesso nel mirino Alaphilippe poco prima (disfacendosi di un certo Gilbert su uno strappo, tanto per intenderci!): sì, perché Gianni è riuscito, nel giro di un paio di chilometri a riportarsi su Alaphilippe. Il problema per lui (e per l’altro) era che nel frattempo il gruppo si era avvicinato, anticipato da un tentativo di contropiede a due orchestrato dal colombiano Fernando Gaviria insieme al danese Magnus Cort Nielsen, due che non hanno avuto la pazienza di aspettare la volata, nella quale si sarebbero potuti giocare il podio.

I due contrattaccanti hanno ripreso Alaphilippe e Moscon ai 1500 metri (non ci erano riusciti in precedenza Lutsenko e ancora Gilbert, che pure avevano provato a evadere dal gruppo; visto muoversi pure Sagan in questa fase), e comunque il plotoncino dei 30 era ormai lì a un passo, e il ricongiungimento è avvenuto poco prima della flamme rouge dell’ultimo chilometro. Cort Nielsen ha provato a insistere, ma la sua azione è stata annullata ai 400 metri da una trenata di Bettiol, che a quel punto lavorava per tirare la volata a Trentin.

 

Sagan su Kristoff e Matthews, Trentin giù dal podio
Il primo a lanciare lo sprint è stato poco dopo i 200 metri Alexander Kristoff, che era giustappunto alla ruota di Bettiol; solo che il norvegese aveva alla sua ruota Peter Sagan, il quale aveva fatto una magia delle sue per saltare dalla decima (più o meno) posizione alla terza sull’ultima chicane, proprio mentre Cort Nielsen veniva raggiunto.

Sagan è uscito prepotente alle spalle di Kristoff, l’ha affiancato e in quell’eterno attimo è parso subito chiaro a tutti che lo slovacco avrebbe centrato il suo terzo titolo mondiale consecutivo. Kristoff, però, animato anche dal grande tifo di casa, non era per niente d’accordo, e ha tenuto, ha tenuto molto più di quanto Peto non avrebbe immaginato.

Ha tenuto al punto da arrivare a giocarsi la vittoria al colpo di reni. Ma nella specialità (come in 20 altre…) Sagan è un fuoriclasse, mentre Alexander è un onesto mestierante. E allora non c’è stata storia: il colpo di Sagan ha “allungato” la bici di quel tanto (pochi centimetri, comunque) che gli è servito per relegare al secondo posto l’ostico rivale.

Staccatissimi gli altri, Michael Matthews ha chiuso al terzo posto e ha pure sbattuto il pugno sul manubrio, come se dovesse recriminare per qualcosa (non certo per il risultato della volata, nettamente a suo sfavore rispetto ai due che l’hanno preceduto); e Matteo Trentin che avrebbe dovuto fare, allora? L’azzurro è rimasto infatti giù dal podio, andando molto vicino alla medaglia di bronzo. Gli resta quella di legno del quarto posto, risultato che brucia tantissimo ma non al punto da impedire al trentino di godersi quella che è comunque una nuova dimensione mondiale: dopo le vittorie in serie dell’ultimo mese, essersi giocato il Campionato del Mondo è comunque una conferma del livello raggiunto dal 28enne di Borgo Valsugana. Una consapevolezza nuova che lo accompagnerà dal prossimo anno con la nuova maglia di club della Orica, squadra in cui – dopo aver tanto gregarieggiato in Quick-Step in questi anni – potrà finalmente recitare un ruolo di primo piano nelle classiche.

Proseguendo nella top ten, troviamo al quinto posto il britannico Ben Swift, e poi sesto Van Avermaet, settimo lo svizzero Michael Albasini, ottavo Gaviria, nono Lutsenko e decimo Alaphilippe. Appena fuori dai 10, Kwiatkowski. Bettiol ha chiuso 28esimo, Moscon 29esimo ma sarebbe stato poi depennato dall’ordine d’arrivo. 133 su 196 i corridori al traguardo, a conferma di un Mondiale non troppo selettivo. L’anno prossimo le cose andranno diversamente, visto il percorso annunciato per Innsbruck 2018. Sagan non dovrebbe riuscire a centrare la quadrupletta, anche se, conoscendolo… mai dire mai!

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