Daniele Bennati guida il trenino azzurro composto da Trentin, Ulissi, Puccio e Bettiol © Bettiniphoto
Daniele Bennati guida il trenino azzurro composto da Trentin, Ulissi, Puccio e Bettiol © Bettiniphoto

Vicini, così vicini!

Nazionale azzurra sempre più competitiva e vicina al ritorno sul podio. Unico neo il traino ricevuto da Moscon

Abbiamo toccato il fondo. E poi siamo risaliti: nel mondiale 2015 l’Italia ha raggiunto uno dei punti più bassi della sua storia ciclistica, col 18esimo posto di Giacomo Nizzolo come miglior piazzamento; l’anno prima a Richmond non era andata molto meglio, con un Colbrelli ben distante dalla qualità attuale designato come capitano unico. Le nazionali di Davide Cassani non erano mai partite ad un Mondiale con l’obiettivo di prendere una medaglia, per l’evidente assenza di punte valide, quest’anno per la prima volta le speranze erano più concrete: l’andamento della gara odierna ha confermato che la nazionale azzurra stato tornando a essere tra quelle competitive per un Mondiale, anche grazie alla definitiva maturazione di due atleti, Gianni Moscon e Matteo Trentin, ormai appena alle spalle di quelli che possiamo definire “campioni”: e anche stavolta nella condotta della nazionale di Cassani i difetti sono limitati, prevale la messa in atto di un disegno tattico fattibile e studiato a tavolino.

Matteo Trentin una sicurezza nelle prestazioni
La Vuelta España ci aveva consegnato Matteo Trentin come corridore italiano del momento. A parlare, più delle 3 volate vinte contro avversari abbastanza modesti, il successo ad Alhama De Murcia ottenuto grazie a una fuga con uno scollinamento a una salita di 1a categoria: lì Trentin aveva dimostrato che le salite di Bergen non gli avrebbero fatto paura. Così è stato: sempre nelle prime posizioni del gruppo, non ha faticato a rendersi presente nel gruppo principale all’ultimo giro, a differenza di Elia Viviani, in giornata non di grazia, e non sorprendentemente in calo rispetto alle ottime prestazioni agostane. Cosa è mancato a Matteo per raggiungere il podio? Non le gambe, quanto la follia. Un’ultima curva non perfetta, sulla quale ha perso troppe posizioni: si è presentato sul rettilineo finale in settima-ottava, senza contare Bettiol che stava tirando la volata, troppo indietro per sperare di rimontare su un uomo veloce come Matthews per conquistare almeno un bronzo (in queste circostanze, i primi due erano decisamente imbattibili). Matteo torna a casa arrabbiato, ed è un bene: ha tempo per diventare ancora più “cattivo” e consolidare le sue certezza in vista di York 2019, il prossimo mondiale che potrebbe vederlo co-capitano.

La squalifica di Moscon? Un neo più per l’ammiraglia
Di Gianni Moscon titolammo tempo fa, in un editoriale riguardo alla vicenda degli insulti razzisti a Kevin Réza, “Caro Gianni, più sfigato di così non potevi essere”.  A mesi di distanza dobbiamo rettificare: si può, si può. A giudicare le fredde notizie, si direbbe un atleta scontroso e sleale, ma probabilmente ha solo la sfortuna di essere sgamato quando fa cose che magari anche tanti altri atleti fanno. Il traino di oggi, arrivato tra l’altro dopo una caduta, non è clamoroso e non è stato poi così determinante per il rientro in gruppo, dato che Gianni Moscon era già in scia delle ammiraglie, ma era decisamente evitabile: e qui, più che al ragazzo trentino, vanno tirate le orecchie a chi quell’ammiraglia la guida e la dirige, e sa che ci sono centinaia di telecamere, cellulari e persone che osservano la corsa.

Ma che gamba ha dimostrato Gianni?
Tra l’altro, la tradizione coi mondiali di Moscon resta nera, nerissima: nei due precedenti mondiali ai quali ha partecipato come Under 23, a Ponferrada è caduto in discesa mentre era all’attacco, e a Richmond, doveva aveva decisamente la gamba del vincitore, un tamponamento nella salita in pavé lo costrinse a perdere posizioni e a ripiegare su un ruolo da gregario a favore di Consonni. E non c’è due senza tre, con la caduta all’inizio del penultimo giro in compagnia dei cugini Henao, il ritardo ed il conseguente traino. Insomma, in futuro non potrà che andare meglio, anche perché la gamba dimostrata in corsa, nonostante le fatiche delle prove a cronometro, è stata delle migliori: unico a riportarsi su Julian Alaphilippe, l’ha innervosito lesinando poca collaborazione, cosa che ha spinto il francese all’attacco che ha fatto un po’ deflagrare un interessante tentativo: col senno di poi, e con tutto ciò che sarebbe potuto derivare dalla squalifica del vincitore di un campionato del mondo, o di un medagliato.

Colbrelli e Ulissi fanno sforzi di umiltà
È stata un Italia abbastanza catenacciara, al quale va dato il merito di non aver tirato per neanche un metro (e questo ha esiliato Salvatore Puccio dal lavoro principale per il quale era stato convocato, rendendolo assieme a Daniele Bennati l’uomo adatto a scortare gli atleti azzurri di punta all’interno del gruppo): questo grazie alla scelta tattica di avere Alessandro De Marchi nella fuga dei giri finali, in questo il friulano si è confermato una garanzia. A tenere l’ordine nel gruppo ci hanno pensato gli altri azzurri presenti, uomini fondamentali per la condotta di gara che Cassani aveva in mente. Apprezzabile anche il fatto che un corridore come Sonny Colbrelli, orgoglioso, altamente veloce e al livello delle altre punte della nazionale, si sia sacrificato in un ruolo per lui insolito, anche nelle sue esperienze di team, quello del gregario: lontani i tempi in Bardiani in cui si litigava con Enrico Battaglin per sprintare al Giro d’Italia. Ancor più presente, sulle frustate a Salmon Hill, Diego Ulissi, la presenza del quale non era prevista, ma è stata riconsiderata dopo il successo al Gp Montreal: molte erano le perplessità sul ruolo tattico del toscano, fugate dall’ottima condotta di gara, a fare da stopper ad un uomo pericoloso come Tom Dumoulin.

A Bettiol la palma di miglior gregario
Ma il migliore degli azzurri, tra quelli che non lottavano per un risultato, è stato senza dubbio Alberto Bettiol: alla prima esperienza mondiale tra i professionisti, il senese si è rivelato un uomo per tutte le stagioni, oltre che in ottima forma. Ha tenuto sotto controllo le azioni su Salmon Hill, tentando di infilarsi, ed è soprattutto riuscito a rimanere in compagnia di Trentin fino alla fine, unico degli azzurri, tant’è che si è ritrovato in testa all’ultima curva, a tirare la volata. Una prova che fa ben sperare per il futuro di Bettiol, anch’egli molto giovane, e sulla buona strada per ottenere un ruolo più importante in futuro.

Archivio

La vignetta di Pellegrini

Versione stampabile Versione stampabile