Tiesj Benoot non ci crede: ha vinto la Strade Bianche! © LaPresse - Ferrari
Tiesj Benoot non ci crede: ha vinto la Strade Bianche! © LaPresse - Ferrari

Benoot ben oltre le più rosee aspettative

Strade Bianche più epica del solito nel fango, il belga centra il primo successo in carriera precedendo Bardet e un clamoroso Van Aert. Visconti quinto, i big più attesi steccano

“Piove, governo ladro” si può dire nel sabato preelettorale in cui c’è la consegna del silenzio sulla politica? Probabilmente i 146 atleti che hanno preso il via per la Strade Bianche 2018 non si saranno posti questo genere di problema, assorti in tutt’altri pensieri. Tipo come fare a portare la bici al traguardo, 184 km dopo la partenza. Una corsa che tutti amano, ma magari oggi qualcuno avrà cambiato idea, visto che il percorso di gara è stato reso più duro del solito dagli agenti atmosferici. La neve nei giorni scorsi, poi la pioggia che ha fatto sciogliere la neve, poi il fango che ha fatto sciogliere le forze di tanti, anche tra i più attesi.

In una corsa in cui sono clamorosamente mancati quasi tutti i favoriti della vigilia (ma di loro parliamo a parte) hanno avuto la loro giornata di gloria i giovani. Categoria sempre troppo generica, avete ragione. Quelli che abbiamo visto impegnati oggi smentiscono l’assunto delle beghine da sala d’attesa, quelle che “i giovani d’oggi/non ci sono più i valori”, e se fossimo belgi staremmo gongolando come oranghi sull’albero, ma siamo semplicemente appassionati, per cui gongoliamo come oranghi sull’albero. Sì, uguale uguale: perché nel ciclismo non c’è nazionalità che tenga se c’è lo spettacolo della fatica.

Tiesj Benoot ancora non tutti lo conoscono, anche perché fin qui non aveva mai vinto nulla. Un dato ingannevole, perché il ragazzo, che oggi ha 23 anni, nel 2015 chiudeva al quinto posto il Giro delle Fiandre, aprendo una carriera da professionista che si annunciava fragorosa. Poi due stagioni di sì, mah, boh, beh, una sorta di involuzione prima mentale che fisica, eppure si vedeva e si sapeva che i numeri non erano scomparsi, tutt’altro. Passato anche da un test da corridore da grandi giri (20esimo l’anno scorso al Tour), pareva aver perso ogni riferimento di sé. Oggi, di colpo, ha ritrovato tutto. Se stesso, la fiducia, la forza nelle gambe, e poi alla fine del percorso ha trovato anche quello che ancora non c’era: la vittoria.

Primo successo in carriera alla Strade Bianche, una delle corse più ambite dell’intero calendario. Ci avrebbe messo cento firme. Ne è bastata una, d’autore, con un finale da manuale, bravissimo a gestirsi, a contrattaccare, a riportarsi su un paio di battistrada, a staccarli poi, per poi tornare a gestirsi, nel finale, per non sparare tutto insieme quello che gli rimaneva, e per tenere fino a Piazza del Campo. Mascherato di fango e forse anche di un po’ di incredulità, e invece sì, aveva vinto proprio lui.

 

Bardet e Van Aert damigelli d’onore
Li abbiamo citati en passant, ma i due battistrada raggiunti da Benoot avevano due nomi molto importanti: Romain Bardet non ha bisogno di presentazioni, è reduce da due podi al Tour de France, e il fatto che sia sceso nell’agone di questa classica gli fa onore. Il fatto poi che non si sia limitato ad attaccarsi il dorsale di gara, ma che sia stato assoluto protagonista, ci permette di dimenticare il suo attendismo da Grande Boucle e di riconoscere l’attitudine del fuoriclasse.

Ma ci perdonerà, il francese, se l’occhio ce l’ha rubato, nell’azione in questione, il suo compagno di fuga, Wout Van Aert. Anche lui, come Benoot, non è conosciutissimo dal grande pubblico, e dire che ha vinto tre Mondiali negli ultimi tre anni… nel ciclocross, però. Quest’anno si è messo in testa di fare la Parigi-Roubaix, e dopo una breve pausa subito dopo la fine dei suoi impegni nel cross, è ripartito la scorsa settimana dalla Omloop het Nieuwsblad. Dire che ci si aspettava che oggi potesse far bene, nel fango che è il suo habitat naturale, è senz’altro vero. Dire che ci si aspettava che facesse il garone che ha fatto, sarebbe un’innocente bugia.

Ma non solo loro: che dire di Robert Power, un predestinato che ha attraversato un serio problema di salute (un edema del midollo osseo) che l’ha frenato due anni fa, ma il cui sesto posto odierno testimonia di una ritrovata efficienza fisica? Niente: ha ancora 22 anni, va aspettato con fiducia. Che dire di Valentin Madouas, in fuga tutto il giorno, ventesimo all’arrivo dopo essere stato a lungo nel vivo della corsa? Niente: ha ancora 21 anni, completate voi la frase.

Avremmo voluto dire qualcosa anche di Gianni Moscon, che del pedale azzurro era sulla carta la punta di diamante, ma è risultato un po’ scarico, dopo un periodo di allenamento in quota. Avrà altre occasioni, anche se il 14esimo posto di oggi non è da disprezzare.

 

La corsa si indirizza già a 60 km dal traguardo
Tra pioggia e fango, non è stato facile seguire per bene tutti i vari passaggi della Strade Bianche 2018. A un certo punto neanche le stesse squadre erano a conoscenza dell’identità dei propri uomini in fuga… il tutto è servito certo a dare un’ulteriore patina di epicità alla giornata, e RadioCorsa è infine riuscita a fare i conti dei dieci corridori che, dopo poco meno di 40 km (sul terzo settore di sterrato), erano riusciti ad avvantaggiarsi sul gruppo: Quentin Jauregui e Roger Latour (AG2R La Mondiale), Truls Korsaeth (Astana), Mark Padun (Bahrain-Merida), Valentin Madouas (FDJ), Victor Campenaerts (Lotto Soudal), José Joaquín Rojas (Movistar), Edvald Boasson Hagen (Dimension Data), Sepp Kuss (LottoNL-Jumbo) e Alexandr Riabushenko (UAE Emirates). Notare la presenza di nomi di un certo peso, a partire da EBH.

Il gruppo ha lasciato fare ma non troppo, il margine dei battistrada ha sfiorato i 5′ al km 65, poi ha iniziato a contrarsi. Il percorso favoriva naturalmente tentativi di contrattacco, e in effetti il fermento non è mancato, là davanti: prima del settimo settore (Monteroni d’Arbia) si sono avvantaggiati Korsaeth e Madouas, poi su di loro è rinvenuto Campenaerts, quindi sullo sterrato ecco rientrare Rojas, Latour e Kuss. Da questo sestetto sono emersi, nella parte finale (in salita) dello stesso settore, Rojas, Latour e Madouas. Ma il gruppo era ormai vicinissimo, e di lì a poco sarebbe cambiato lo scenario.

Infatti un drappello di esasperante nobiltà è venuto fuori dal plotone in discesa, intorno ai -55 dal traguardo, e prima di Monte Sante Marie, ottavo tratto di sterrato (quello intitolato a Fabian), ha raggiunto i tre di testa. I nomi dei contrattaccanti? Eccoli qui: Michal Kwiatkowski (Sky), già due volte vincitore e favorito numero uno di giornata; Alejandro Valverde (Movistar), in gran forma nonostante qualche problemino gastrico patito pochi giorni fa; Daniel Oss (Bora-Hansgrohe), uomo di fiducia di Peter Sagan che attraversa un ottimo momento; Stefan Küng (BMC), passistone d’altri tempi; Søren Kragh Andersen (Sunweb), idem; Robert Power (Mitchelton-Scott), giovane in via di totale recupero; Wout Van Aert (Véranda’s Willems-Crelan), tricampione del mondo di ciclocross in carica. Si capisce bene che da questo punto nulla sarebbe più stato come prima.

 

Bardet e Van Aert, assalto all’arma bianca
Ovviamente il gruppo di Sagan e degli altri big (già avvantaggiato rispetto al grosso del plotone) non poteva lasciare troppo agio a questi 10, anche perché non è che costoro se ne stessero tranquilli, tutt’altro: Valverde ai -49, sullo sterrato di Monte Sante Marie, ha subito tentato un nuovo attacco, tradendo grande voglia oltre che gamba. Ecco che allora Sagan, con Tiesj Benoot (Lotto Soudal), è uscito di prepotenza dal secondo drappello e si è portato sul primo (le distanze erano comunque minime). Stessa cosa ha fatto poco dopo Romain Bardet (AG2R): era il caso di controllare da vicino ogni sviluppo, visti i nomi del plotoncino.

Non contento di essere rientrato sui primi, Bardet ha pensato bene di proporre un secondo assalto, stavolta involandosi al comando della corsa, ai -46. Il tratto di Monte Sante Marie, durissimo e molto lungo (11.5 km), non finiva mai, e dava la possibilità di costruire qualcosa a chi sul fango si trova particolarmente bene. E chi meglio di Wout Van Aert, allora? Proprio lui, il giovane Rollingstone di Herentals, ha raggiunto Bardet, a formare una coppia destinata a durare. Intanto un secondo gruppo riusciva a riportarsi su Sagan e soci e tra i componenti di questo drappello c’erano anche Zdenek Stybar (Quick-Step Floors) e Tom Dumoulin (Sunweb), oltre agli italiani Gianni Moscon e Salvatore Puccio (Sky) e Giovanni Visconti (Bahrain). Non ci sarebbero stati più altri rientri da dietro, la corsa si riservava a questi pochi uomini, e balzava all’occhio l’assenza di gente come Greg Van Avermaet e Philippe Gilbert.

Con Van Aert e Bardet in costante guadagno sugli inseguitori, urgeva prendere iniziative: ma Sagan guardava gli Sky (con Kwiatko c’erano due compagni), Kwiatkowski guardava i Bora (ben tre i gregari di Peter nel drappello), e nessuno guardava l’orologio che segnava l’inesorabile countdown verso la fine della gara. O forse ognuno faceva i conti con le proprie gambe, prendendo atto di un certo deficit di bilancio.

È toccato così alle seconde linee tentare qualcosa. Giovanni Visconti, sempre bravo a pescare le chance che gli vengono concesse quando non deve lavorare per Vincenzo Nibali (oggi particolarmente trasparente), si è mosso a 39 dalla fine, quando Bardet e Van Aert avevano quasi 30″ di margine; su di lui si è portato Benoot, poi anche Pieter Serry (Quick-Step) e Andrey Amador (Movistar), quindi Moscon e Puccio, e poi ancora l’inesauribile Madouas con Küng, Latour, Robert Power (Mitchelton-Scott) e Gregor Mühlberger (Bora). Nonostante ciò, i due battistrada guadagnavano ancora.

 

Benoot trova finalmente il vero se stesso
Solo dopo che il gap rispetto a Bardet e Van Aert ha superato il minuto, Tiesj Benoot ha deciso di rompere la monotonia di un piovoso sabato pomeriggio di fine inverno, e ha salutato la compagnia. Serry ha capito che quell’azione avrebbe potuto essere buona, e si è accodato al connazionale. Da dietro (dalle parti di Sagan, per intenderci), nessuna novità.

Il settore di Vico d’Arbia è passato senza scossoni, se non per il fatto che Benoot-Serry ora riguadagnavano terreno sui primi; ai -20 Visconti ha fatto un’altra sgroppata e si è isolato con Power come terza coppia in gioco. Il decimo settore, quello di Colle Pinzuto, è stato determinante: Benoot, sempre più confidente, ha staccato ai -19 Serry e si è messo a inseguire pancia a terra: il distacco che pativa all’entrata dello sterrato era di poco inferiore ai 40″; all’uscita, quel margine era sceso a 15″. Serry, alla deriva dopo essersi staccato da Tiesj, è stato messo nel mirino da Visconti e Power, i quali però veleggiavano a 1’15” di ritardo dai primi.

A 15 km dal Campo, ecco che Benoot (aiutato involontariamente da una moto che gli ha fatto scia per qualche interminabile secondo) è piombato su Van Aert e Bardet. A giudicare dalle facce, Wout stava vedendo alcune streghe, mentre Bardet aspettava la durissima rampa delle Tolfe per tentare un affondo. Ma quando il terzetto vi è giunto, a colpire per primo è stato proprio Benoot.

Tiesj ha fatto il vuoto a poco più di 12 km dalla fine, Van Aert ha dovuto mordere il manubrio per non essere staccato da Bardet, e in uscita dal settore era in effetti ancora col francese, ma ormai impossibilitato a dare una grande mano nell’inseguimento a Benoot, che infatti da lì alla fine non ha fatto altro che guadagnare. Su Visconti, Power e Serry sono arrivati Valverde e Stybar, bravi a emergere dalle paludi del quarto gruppo, e a questo punto Zdenek si trovava un gregario (Serry) pronto a spendere per lui le ultime energie: peccato che fosse decisamente troppo tardi per raddrizzare la barca.

 

I crampi di Wout, il trionfo di Tiesj, il naufragio di tanti
Ai -7 l’ennesima rampa di giornata ha visto Serry staccarsi inesorabilmente dal trenino (Visconti sofferente, ma è riuscito a resistere con gli altri). Ma ormai Benoot stava entrando a Siena, e il vantaggio che aveva lo metteva al riparo da sorprese. Superata senza problemi la salita di Santa Caterina, e quasi incredulo per quanto fatto, Tiesj è andato a raccogliere l’abbraccio di Piazza del Campo per questa prima indimenticabile vittoria. Non sarà l’ultima, e c’è da scommettere che tale assunto sarà verificato molto presto, vedrete.

L’ultima rampetta verso il Campo è costata invece parecchio a Van Aert, che ha perso contatto da Bardet, poi ha perso coscienza, quasi, e in preda ai crampi si è ritrovato per terra… non si sa dove abbia trovato la forza per rimettersi in sella, trovare un rapporto più amico e andare a chiudere al terzo posto a 58″ dal primo (Bardet aveva chiuso a 39″), prima di abbattersi al suolo stravolto da fatica e mal di gambe.

A 1’25” Valverde ha preceduto di 2″ Visconti, buon quinto; Power ha chiuso a 1’29” e Stybar, anche lui senza fiato nel finale, ha occupato la settima piazza a 1’42”. Il deludente Sagan di giornata ha anticipato tutti gli altri, ottavo a 2’08”, poi Serry ha salvato una meritata top ten (nono a 2’11”), e Mühlberger ha chiuso decimo a 2’16”. Altri piazzamenti di italiani: Daniel Oss 12esimo a 3’22”, Gianni Moscon 14esimo a 4’08”, Salvatore Puccio 22esimo a 6’14” (notare i distacchi!). Per vedere all’arrivo il campione uscente Kwiatkowski (30esimo, svuotatissimo) si son dovuti aspettare 11′; Van Avermaet è arrivato a 13′ con Gilbert. In totale sono stati classificati 53 corridori, mentre 20 corridori (tra cui i fuggitivi del mattino Jauregui e Boasson Hagen) sono finiti fuori tempo massimo. Aggiornata a questo 3 marzo 2018 la categoria di pensiero “corsa massacrante”.

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