Vincenzo Nibali domina la Milano-Sanremo! © LaPresse
Vincenzo Nibali domina la Milano-Sanremo! © LaPresse

Nibali da fantascienza, vittoria da leggenda!

Colpo da maestro di Vincenzo: attacca sul Poggio, difende pochi secondi sul gruppo, vince in maniera indimenticabile la Milano-Sanremo

Adesso per favore non cominciate a dire che oggi si è rotto il digiuno italiano alla Milano-Sanremo, dopo 12 anni, con la vittoria di Vincenzo Nibali. Non è assolutamente così. Vincenzo Nibali non è italiano, forse non è neanche terreno, ma non esageriamo con le iperboli, limitiamoci anche se sarà difficile. Vincenzo Nibali è patrimonio dell’umanità, l’Unesco dovrebbe apporgli uno stampino dei suoi sulla maglia, al posto dello sponsor, perché Vincenzo Nibali non è solo nostro, non abbiamo fatto tanto da meritarci uno così. Vincenzo Nibali è di tutti. Vincenzo Nibali è del ciclismo. Vincenzo Nibali è IL ciclismo.

L’avevamo lasciato pochi mesi fa in trionfo per il suo secondo Lombardia, lo ritroviamo – dopo qualche gara di avvicinamento e transizione – nella leggenda assoluta, perché che uno come lui, con le sue caratteristiche, possa vincere questa Milano-Sanremo attiene più o meno ai canoni della fantascienza. In questi giorni abbiamo tanto sbraitato per il percorso della Classicissima, l’abbiamo anche insolentita nella nostra newsletter (Classicissi…mah), e in effetti per 287 km di gara non è successo davvero nulla di realmente rilevante, a parte la solita fuga (massimo rispetto, ci mancherebbe), a parte qualche caduta.

Ma poi ai -7 è salito il cattedra l’uomo venuto apposta per far sembrare bambinate tutte le valutazioni di tutti gli esperti di ciclismo, e anche dei non esperti, e a rimpicciolire con la sua naturalezza tutte le considerazioni della vigilia, anche legittime per carità, anche veritiere, anche del tutto razionali. Ma con uno così cosa vuoi che sia la razionalità. Uno così è solo emozione, istinto, impulso, forza e consapevolezza, fantasia, coraggio oltre ogni limite, capacità di realizzare l’irrealizzabile, di colorare il mondo quando è più grigio, di accendere di entusiasmo anche i cuoridipietra, di sciogliere il ghiaccio e arroventare il sangue di chi guarda, ammirato, l’ennesima impresa, e forse la più grande, ci sia consentito osare.

Non perché l’ultima sembra sempre la migliore, ma perché questa era davvero ai limiti dell’impossibile. Un corridore da grandi giri, con un palmarès già clamoroso, due Giri un Tour una Vuelta, e poi due Lombardia, ovvero la classica che più di tutte si avvicina alle caratteristiche degli uomini da GT. La Milano-Sanremo invece, troppo sfuggente, un terzo posto agguantato nel 2012, quando aveva 27 anni, poi che vogliamo fare, corsa troppo veloce, troppo bloccata, troppo riservata ai velocisti e ai troppi gregari che si salvano dopo le salitelle del finale, che la tengono chiusa.

E anche stavolta le squadre degli sprinter erano lì, pronte a balzare sulla preda, ma sarebbe stato lo sfregio su un’opera d’arte, sarebbe stato scarabocchiare un paio di baffi sulla Gioconda, non era il caso ragazzi, non era davvero il caso di sporcare, con le schiette e a volte stantie regole del ciclismo, questa assurda, assoluta, esaltante irregolarità.

Qualcosa non ha girato dietro, forse Matteo Trentin che prova da solo a uscire invece di fare quelle tre-quattro trenate in più per Caleb Ewan, forse la rivalità troppo accesa tra i Sagan e i Kwiatkowski, che tirano indietro la gamba, forse quell’uomo in meno per team (7 invece degli 8 del passato), che in qualcosa – nell’economia di una corsa di 300 km – avrà pur inciso. Fatto sta che prenderlo no, non l’hanno più preso.

Ha conservato quel margine non certo rassicurante, ma evidentemente sufficiente per sognare, per tirare a fondo fino alla linea d’arrivo in via Roma, per entrare nell’albo d’oro più complicato, per dare un’ulteriore stoccata al popolo di incontentabili che ogni volta che vince ne hanno una. Ma no, non spendiamo parole di troppo, non è necessario. La vittoria di Nibali in questo piovoso e poi radioso sabato di fine inverno esaurisce ogni pensiero negativo, riempie tutto di sola gioia. Quasi ci verrebbe da dirgli “basta così, Vincenzo, non serve altro, ritirati e goditi la pensione”, perché vengono i brividi al sol pensiero di qualcosa che possa andare oltre, superare quei brevissimi eppure interminabili momenti di pathos, felicità, urla, e per qualcuno anche lacrime, che si sono consumati questo pomeriggio. Cosa dovrà inventarsi il nostro amato Squalo per fare meglio di così, per emozionarci più di quanto non abbia fatto?

 

Una Milano-Sanremo piovosa e noiosa
Tanta pioggia alla partenza della Milano-Sanremo numero 109, e fuga che ha preso il via al primo colpo, dopo 3 km, con 9 coraggiosi idroresistenti: Mirco Maestri e Lorenzo Rota (Bardiani-CSF), Jacopo Mosca (Wilier-Selle Italia), Matteo Bono (UAE Emirates), Guy Sagiv e Dennis Van Winden (Israel Cycling Academy), Charles Planet (Novo Nordisk), Sho Hatsuyama (Nippo-Vini Fantini) e Evgeny Kobernyak (Gazprom-Rusvelo). Tanto spazio per le Professional e per alcuni forzati della fuga, da Mosca visto all’attacco ovunque alla recente Tirreno-Adriatico, a Maestri e Bono aficionados dell’attacco sanremese (terza fuga di fila per il primo, quarta in cinque anni per il secondo); vantaggio massimo di 6’45”, poi azione destinata a sfibrarsi sui Capi, per poi terminare ai -30, quando alle soglie della Cipressa sono stati raggiunti gli ultimi 4 superstiti, ovvero Rota, Maestri, Bono e Van Winden.

A questo punto della corsa il sole era tornato a splendere da diversi chilometri, una volta che era stata raggiunta la Riviera. In gruppo (tirato a turno da Bora-Hansgrohe, Quick-Step Floors e Sky su tutte) c’era stato qualche scivolone (André Greipel prima del Turchino, Alexander Kristoff sulla successiva discesa) e poi la defaillance di Marcel Kittel (Katusha-Alpecin) già sul Berta, prima che – dopo un temporaneo rientro – il tedesco saltasse del tutto sulla Cipressa.

La salita più dura della Sanremo non ha sortito altri effetti particolari, è stata tirata tutta da Ignatas Konovalovas (Groupama-FDJ) a un ritmo buono per un Arnaud Démare che si segnalava in palla; e poi, nel finale, anche da Dylan Van Baarle (Sky).

Discesa senza troppi problemi (di nuovo Groupama in testa), ritorno sull’Aurelia senza iniziative da parte di chicchessia, e il successivo appunto di un certo rilievo lo ritroviamo ai -10, quando Mark Cavendish (Dimension Data), già acciaccato, è andato a sbattere su uno spartitraffico, ribaltandosi in avanti e coinvolgendo nella paurosa caduta altri corridori, tra cui Alberto Bettiol (BMC), Jens Keukeleire (Lotto Soudal) e Alexey Lutsenko (Astana), e ritardando pure Philippe Gilbert (Quick-Step). Dopodiché, Poggio.

 

Nibali fa il numero sempre sognato
La Bora ha messo Marcus Burghardt a fare il ritmo sul Poggio, ai -9, e il tedesco ha pure guadagnato metri a un certo punto, pestando forse più di quanto non pensasse egli stesso. Alle sue spalle facevano buona guardia i Bahrain-Merida, ufficialmente per Sonny Colbrelli. Jempy Drucker (BMC) è allora uscito a sua volta, ha preso Burghardt e l’ha saltato agli 8 km, guadagnandosi quasi un chilometro al comando da solo.

Ai 7.2, proprio mentre il lussemburghese veniva riagguantato, è partito in contropiede il sempre più interessante Krists Neilands (Israel), e, attenzione attenzione, poco dopo gli si è aggiunto alla ruota Vincenzo Nibali.

Il siciliano della Bahrain non ha perso tempo, è andato subito a tirare e le sue trenate hanno respinto il tentativo di riavvicinamento di Simon Spilak (Katusha) prima ed Enrico Battaglin (LottoNL-Jumbo) poi. A 6.5 km dal traguardo, Nibali ha staccato Neilands, e lì è cominciato il suo volo solitario. Quando ai -6 Kwiatkowski ha fatto finalmente capolino davanti, ha potuto rendersi conto coi propri occhi che Nibali aveva davvero fatto il vuoto.

Ai 5.8 è andato a tirare Daniel Oss (Bora), ma era tardi. Ai 5.5 Vincenzo ha scollinato il Poggio con 11″ di vantaggio sul gruppo. In discesa il messinese è andato forte come al solito, ma senza prendere rischi particolari, e alle sue spalle si è mosso Matteo Trentin (Mitchelton-Scott) nel tentativo – non del tutto velleitario – di raggiungere il connazionale, del quale è certo più veloce allo sprint. Ma il trentino, pur guadagnando qualche secondino sul battistrada, non è riuscito a rientrare prima del ritorno sull’Aurelia.

 

Vittoria indimenticabile per Vincenzo, podio per Ewan e Démare
A quel punto mancavano 2.3 km al traguardo, e Nibali aveva da gestire sempre una decina di secondi sul gruppo. Vincenzo ha pedalato come su una nuvola, con straordinaria efficacia e con crescente convinzione di poter davvero centrare quel risultato stratosferico.

Il gruppo ha traccheggiato un istante di troppo, poi si è tuffato su Trentin (raggiunto ai 1300 metri), ma Nibali era sempre 10″ più avanti. Ci si è dovuta mettere tutta la Quick-Step, pancia a terra, per rosicchiare tempo prezioso a Vincenzo, ma il traguardo si avvicinava sempre di più, e il ricongiungimento pareva metro dopo metro sempre più impossibile.

Quando è approdato in via Roma, a Vincenzo ridevano già anche le orecchie. Il suo rettilineo conclusivo sarà stato indimenticabile per lui quasi quanto per il pubblico, sia quello assiepato in gran numero a bordo strada, sia quello che palpitava da casa.

E più nulla ha potuto invertire la rotta sapientemente tracciata da Nibali, che ha avuto il tempo di voltarsi per la prima volta da quando era partito, e poi ha potuto assaporare per bene tutto quanto stava accadendo, e alzare le braccia al cielo, e superare la linea d’arrivo, ed esultare per trovare poi subito l’abbraccio dei familiari, oltre che dello staff della sua squadra e dei tifosi in delirio.

A un soffio da Nibali (neanche un secondo di distacco è stato infine cronometrato!), la volata per il secondo posto: spumeggiante quella di Caleb Ewan, che ha regalato alla Mitchelton la piazza d’onore facendo a pezzi gli altri contendenti veloci, a partire da quel Démare che due anni fa qui trionfava. Quarto posto per un Kristoff sempre presente in questi finali, quinto per il regolare Jurgen Roelandts (Lotto). E poi a seguire ecco Peter Sagan, un’altra grande sconfitta ma stavolta con un totale no contest, e Michael Matthews (Sunweb), Magnus Cort Nielsen (Astana), Sonny Colbrelli nono, e Jasper Stuyven (Trek-Segafredo) decimo, con Kwiatkowski subito fuori dalla top ten, in undicesima posizione. Nei 20 Sacha Modolo (EF Education First-Drapac) 14esimo, Marco Canola (Nippo) 15esimo e un Elia Viviani (Quick-Step) abbastanza deludente, 19esimo.

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