Vittoria Bussi in azione al Velodromo Bicentenario di Aguascalientes © Facebook
Vittoria Bussi in azione al Velodromo Bicentenario di Aguascalientes © Facebook

Vittoria, Bussi al record?

Intervista alla 31enne italiana che in estate proverà di nuovo a battere il Record dell’Ora dopo i 47.576 chilometri di ottobre

Lo scorso 7 ottobre ad Aguascalientes in Messico la ciclista italiana Vittoria Bussi si era cimentata nel tentativo di battere il Record dell’Ora che apparteneva e tutt’ora appartiene alla statunitense Evelyn Stevens con 47.980 chilometri. Della sfida si seppe poco se non a giochi fatti anche perché in certe imprese non si può mai sapere come andrà a finire, ed inoltre il tutto era autofinanziato se si esclude il supporto di alcuni sponsor tecnici: il risultato tuttavia fu notevole, ma il bersaglio grosso sfuggì per appena 404 metri dopo che per più di due terzi di gara tutto sembrava andare per il meglio.

È proprio da quel primato italiano di 47.576 km e da quei 404 metri che sono mancati che Vittoria Bussi, 31enne di origine romana ma ormai trapiantata a Torino, ha deciso di ripartire per un secondo tentativo di riportare in Italia quel Record dell’Ora che in passato ha spesso legato il propria fama al ciclismo tricolore con Fausto Coppi, Ercole Baldini, Francesco Moser ed il Vigorelli di Milano e che in campo femminile era appartenuto a Mary Cressari tra il 1972 ed il 1978. Vittoria adesso si trova nuovamente in altura in Messico per iniziare il lungo cammino di avvicinamento che la porterà tra qualche mese alla sfida agonistica vera e propria: abbiamo colto l’occasione di questo importante training camp per fare un punto della situazione su questo nuovo tentativo.

L’avventura riparte Vittoria, hai già fissato una data per questo tuo secondo tentativo?
«No, una data precisa ancora non ce l’ho perché il cammino è lungo e c’è tanta burocrazia di cui occuparsi: comunque il periodo indicativo è quest’estate, molto probabilmente nel mese di agosto o al più tardi a settembre».

Torniamo un attimo indietro alla prova dello scorso ottobre, come era nata l’idea di provare il Record dell’Ora?
«Il tentativo era nato praticamente due anni prima perché c’è stato tantissimo lavoro dietro. Io sono arrivata tardi al ciclismo, ma quando sono riuscita ad entrare in squadre UCI i miei direttori sportivi mi hanno sempre detto che a livello fisico avevo le caratteristiche buone per provarci. Come prima cosa, ho dovuto imparare tantissimo a livello tecnico proprio perché mi mancava tutta l’esperienza che le altre ragazze fanno nelle categorie giovanili: è stato un po’ come passare dall’asilo all’università, senza aver fatto elementari, medie e superiori. Devo ringraziare Daniele Fiorin che mi ha aiutato molto in questo e praticamente il primo anno di preparazione al record l’ho passato quasi tutto su lavori tecnici: dalla partenza uscendo dal blocco, a seguire la linea nera senza sbandare, a guidare la bicicletta con una ruota lenticolare anche all’anteriore, ci sono cose che mi fanno un po’ paura ancora adesso. Poi abbiamo fissato una data e sono iniziati gli allenamenti più specifici».

Proprio nel giorno del tuo tentativo un problema fisico ti ha rallentato. Oltre a questo, analizzando la tua prova hai individuato punti su cui migliorare?
«Io imposto sempre la mia stagione con l’obiettivo di fare sempre un passo in più in avanti, di fare meglio di quella precedente e si superare i miei limiti: credo che un po’ tutti gli atleti abbiano questa mentalità. Certo, sul Record dell’Ora ho poco da rimproverarmi: il ritmo che avevo impostato era quello giusto, sono andata molto regolare senza variazioni e per almeno 48 minuti tutto stava andando nel verso giusto, ci credevo. Poi alla fine si è riacutizzata un’infiammazione al diaframma e ho finito con il perdere un secondo al giro: gli ultimi dieci minuti sono stati un calvario, ci ho provato ma proprio non potevo fare di più. Il problema era dovuto alla posizione un po’ estrema in bicicletta e adesso è molto più sotto controllo: a ottobre si era già fatto sentire qualche giorno prima, ma forse ho fatto l’errore di sottovalutarlo un po’ e comunque non avevo con me il mio fisioterapista. Comunque è stata una bella sensazione lottare alla pari con una come Evelyn Stevens che quando correvo su strada la vedevo e pensavo “wow”».

Prima di arrivare al ciclismo hai conseguito una laurea ed un master in matematica a Roma, poi il dottorato di ricerca a Oxford: questo background scientifico ti avrà sicuramente aiutato a prepararti per una sfida come il Record dell’Ora dietro alla quale ci sono studi, calcoli e numerosi parametri da prendere in considerazione…
«Esattamente, volevo proprio fare qualcosa che si riuscisse a legare con la mia esperienza precedente. La mia mente è plasmata in un certo modo e certo sempre di analizzare il lato scientifico dietro a tutto: ogni scelta è fatta in maniera quasi maniacale, analizzando vantaggi e svantaggi per provare a guadagnare anche un solo watt di potenza. Penso all’ingeniere aerodinamico che mi segue, Simon Smart, credo che ogni tanto lo faccio impazzire con tutte le mie email piene di calcoli».

Come hanno fatto anche alcuni recordman dell’ora, hai preparato una tua playlist musicale per accompagnarti nel velodromo?
«Sì, l’ho già studiata e preparata: è molto importante la musica perché serve un po’ ad isolarsi. L’unico contatto è con una persona che mi passa i tempi sul giro ed i vari riferimenti cronometrici. Bisogna cercare di isolarsi perché altrimenti non si esce vivi da una prova così: fino a quaranta minuti sembra facile e alla portata di tutti, dopo arriva il vero salto anche mentale, non bisogna pensare alla fatica e continuare a spingere fino alla fine. È uno sforzo tremendo, in vita mia ho sempre fatto sport fin da piccola, ma non avevo mai fatto una fatica simile».

Hai citato l’ingeniere aerodinamico, quante persone hai che ti seguono in questo tentativo? Rispetto a quello precedente, stavolta è un cambiato anche il supporto degli sponsor, esatto?
«È proprio così. Un sostegno fondamentale mi è arrivato a Jim McFarlane e da Endura da contribuiscono anche all’aspetto economico e non solo da quello tecnico: Jim fa di tutto e di più, collabora con Simon Smart e siamo sempre in contatto. Poi c’è Tom Kirk, il mio allenatore che mi segue fin dai tempi in cui ero a Oxford. Una figura molto importante è quella di Beppe Salerno di Tourissimo: si è appassionato alla mia storia ed è grazie a lui se adesso sono in Messico ad allenarmi in vista della prossima estate. E poi ancora devo citare Marco Savattero di Fisiodynamic, Andrea Leo di Giant Italia che mi ha fatto avere due fantastici telai Liv come quelli con cui Tom Dumoulin ha vinto il Giro d’Italia, il meccanico Edoardo Fedre, Brian Walker per le ruote Walker Brothers e ancora sponsor come Molten Speed Vax e Vittoria; poi c’è Gualtiero Rossano che è un atleta proveniente dalle ultra-distanze e che adesso mi segue ovunque, anche qui in Messico, mi alleno con lui e mi fa da meccanico, allenatore, psicologico. E ovviamente non posso che concludere con il mio compagno che forse è stato colui che mi ha spinto all’inizio, continua a seguirmi ed è un po’ il cardine di tutto: perché in fondo, come per ogni donna, è importante per avere un uomo accanto alla sera quando torno a casa».

Sappiamo che per questa rivincita eri in dubbio, se tornare ad Aguascalientes o se provare a Montichiari a livello del mare: il fatto che tu ora sia in Messico, ci fa pensare che la scelta sia stata fatta…
«Non è stata una scelta facile perché c’erano tanti aspetti da prendere in considerazione, non solo quello puramente tecnico, ma anche quello economico ed umano: qui in Messico l’affitto del velodromo costa un po’ meno, ma soprattutto mi sono sentita in maniera molto differente che in Italia. A Montichiari è un po’ più difficile entrare e poi non ho sentito un grande entusiasmo per ciò che volevo provare a fare: posso capire che per chi gestisce il velodromo io sia un po’ il signor Nessuno, ma ad Aguascalientes sono stata accolta diversamente, mi hanno trasmesso adrenalina e conta anche questo quando metti tutto sul piatto della bilancia. È stato un po’ lo stesso con il posto di ricercatore in matematica: sono dovuta andare all’estero per sfruttare le mie capacità, e così faccio anche adesso. Comunque devo fare un grande ringraziamento ai tecnici Salvoldi e Villa che mi hanno aiutato, dandomi la possibilità di girare in pista quest’inverno durante le loro pause pranzo con le nazionali».

Quella di Aguascalientes è una pista conosciuta per essere molto veloce
«Sì, ma non bisogna pensare che fare il record qui sia più facile che a livello del mare. Qui in Messico si trovano facilmente delle condizioni quasi estreme, con temperature anche di 35 gradi ed un’umidità che a volte non arriva al 20%: il tutto da unire al fatto di essere comunque a quasi 2000 metri di altitudine, il fisico sicuramente ne risente e per questo volevo valutare anche la possibilità di gareggiare in Italia a livello del mare».

Le tappe della tua preparazione cosa prevedono adesso?
«Dopo questo ritiro in Messico, tornerò in Italia ma resterò in altura spostandomi a Trepalle, una frazione di Livigno: dovrei restare lì fino a giugno e prenderò parte ai Campionati Italiani, l’unica gara su strada che posso fare avendo un tesserino UCI donna élite ma non essendo in una squadra UCI. Poi a luglio penso di tornare in Messico per circa quattro o sei settimane fino al giorno del tentativo vero e proprio che, come detto, dovrebbe essere ad agosto o a settembre al più tardi».

Ti sei già fissata un’obiettivo per il risultato? Ti basta battere il record anche di un solo metro o c’è qualcosa di più?
«Non posso negare che il mio riferimento sia quel 48.159 chilometri di Jeannie Longo che per questione di regolamenti non è classificato come Record dell’Ora ufficiale, ma è comunque etichettata come “miglior prestazione umana” sull’ora; sono neanche 200 metri in più della Stevens».

Prima di concludere, e di farti un grande in bocca al lupo, un’ultima domanda che forse è anche la più difficile: perché provare il Record dell’Ora? È solo una sfida personale?
«All’inizio avevo un sogno molto ottimistico che mi avrebbe aiutato a dare visibilità alla squadra che ho creato con il mio compagno: pensavo fosse più facile trovare sponsor e che quelli che c’erano magari avrebbero potuto seguirmi anche nel mio team che poi chissà, magari poteva crescere e un giorno essere iscritta all’UCI ed aiutare tante donne a crescere nel ciclismo. Il record comunque è un qualcosa che ti viene da dentro, nasce dal voler fare qualcosa di grande e dal voler vivere appieno la propria vita: ogni giorno e in ogni allenamento c’è sempre da fare un passo in avanti e da superare un nuovo limite».

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