Sagan ringrazia il pubblico di Roubaix © ASO
Sagan ringrazia il pubblico di Roubaix © ASO

Il ciclismo sono io

Più di 50 km di fuga portano Peter Sagan a conquistare la sua prima Parigi-Roubaix e a zittire chi lo criticava. 2° un meraviglioso Dillier dopo 215 km di fuga

Zio Tom l’aveva detto: Peter, ti devi prendere le tue responsabilità. Sei un campione, hai delle gambe della madonna, il compito di smuovere la corsa è tuo, non puoi aspettarti che lo facciano gli altri per te.

Gli avevano anche detto, in passato, che non era adatto alla Parigi-Roubaix. Che aveva una posizione troppo avanzata, che subiva le pietre rispetto agli specialisti. Per un paio d’anni son riusciti pure a convincerlo a desistere. Che fosse un’esagerazione era evidente, ma i risultati effettivamente non parlavano a suo favore: miglior risultato un sesto posto, arrivato tra l’altro dopo un’annata al nord poco brillante.

Oggi Peter Sagan ha avuto l’occasione di dare un calcio a tutte le critiche delle quali è stato subissato negli ultimi due anni, comprese le nostre, con una prova che ha ribaltato tutti i recenti paradigmi, dove sono stati i suoi rivali a correre in maniera scriteriata, lasciandolo andare quando era molto lontano dall’arrivo, 54 km per l’esattezza, pensando che pur se campione del mondo, si sarebbe cucinato da solo sulla distanza. Ciò non è successo, forse anche grazie all’inattesa collaborazione che Sagan ha trovato sulla strada di due fuggitivi della prima ora, Jelle Wallays (Lotto Soudal) e soprattutto Silvan Dillier (AG2R La Mondiale): ed è proprio lo svizzero che meriterebbe un monumento, o una monumento oggi, mandando in vacca pagine, libri, tomi universitari di leggi non scritte del ciclismo, che vorrebbero un corridore in fuga ripreso da uno dei favoriti agganciato disperatamente a ruota per non staccarsi, fino ad esaurimento di energie. Ma la Roubaix è una corsa speciale e queste regole non valgono: con una collaborazione saggia e mirata, Dillier si è guadagnato la possibilità di giocarsi fino all’ultimo il successo, nonché l’ammirazione del pubblico da qui per molti anni a venire.

 

Fuga a 9, c’è anche l’imbucato Marc Soler
Un bel sole saluta i 175 partenti a Compiègne: sarà ancora una volta una Roubaix asciutta, nonostante la pioggia caduta nella notte abbia lasciato un po’ di umido qua e là tra le stradine strette del nord della Francia. Sarà una partenza tirata, un po’ meno rispetto al Fiandre dove ci volle un’ora e mezza per lasciare andare la fuga, ma comunque aspetteremo 40 km, prima che un allungo di Jens Wallays (Lotto Soudal) e Ludovic Robeet (WB Aqua Protect Veranclassic) permette la formazione dell’attacco che caratterizzerà particolarmente questa edizione della Parigi-Roubaix; si accodano prima Sven Erik Bystrøm (UAE Team Emirates), Silvan Dillier (AG2R La Mondiale), Marc Soler (Movistar Team), Jimmy Duquennoy (WB Aqua Protect Veranclassic), poi dopo qualche chilometro Gatis Smukulis (Delko Marseille), Jay Robert Thomson (Team Dimension Data) e Geoffrey Soupé (Cofidis), formando dunque un gruppetto di 9 atleti.

Stona la presenza tra tutti di Soler, non proprio uno qualunque: l’ultimo vincitore della Parigi-Nizza, nonché una delle principali promesse del ciclismo iberico per le corse a tappe. Insomma, non proprio l’identikit del corridore da portare alla Roubaix, e difatti ha chiesto lui di andarci (dopotutto, in Movistar non si fa certo la fila per partecipare…) , forte comunque di un fisico da corazziere (è alto 1 e 85) che gli avrebbe permesso di non sfigurare del tutto. Chapeau: sono questi i campioni dei quali il ciclismo ha bisogno.

 

La corsa esplode già nel primo tratto di pavé
Calma piatta in gruppo fino a quando non c’è da affrontare il pavé, con la fuga che arriva a guadagnare 8’30” dopo 80 km. Poco prima dell’imbocco del primo tratto Troisvilles à Inchy, sale il nervosismo e cominciano le cadute: il primo a farne le spese è Stefan Küng, costretto al ritiro dopo un contatto col compagno di squadra Jurgen Roelandts e Kenneth Vanbilsen (Cofidis); poco dopo è lo spagnolo Héctor Carretero (Movistar) ad autoeliminarsi con una caduta solitaria. Ma è solo il preludio al disastro che accadrà nel bel mezzo del primo tratto, con una maxicaduta che avviene attorno alla 40esima posizione, coinvolgendo o costringendo all’inseguimento tanti dei protagonisti.

Finiscono a Troisvilles le speranze di Magnus Cort Nielsen (Astana), Geraint Thomas (Team Sky) e Nelson Oliveira (Movistar), quest’ultimo finito in ospedale per ulteriori controlli. Rimangono coinvolti o attardati in parecchi: Kristoff, Démare, Oliver Naesen, John Degenkolb, Dylan Van Baarle, e persino Greg Van Avermaet, che è costretto a mettere alla frusta i suoi per rientrare, mentre davanti gli uomini di Bora e Quick-Step (assieme a Tony Martin della Katusha, il quale oggi si è più comportato da ottavo uomo della Quick-Step) ruotavano per approfittare della situazione favorevole. 15 km buoni di panico, fino al ricongiungimento nel settore di Saint-Phyton che riportava la calma in testa alla corsa, nel frattempo turbata dall’arresto cardiaco di Michael Goolaerts (Veranda’s Willems Crelan) avvenuto nel corso del settore 28  Vièsly a Briastre, per il quale si attendono aggiornamenti sulle condizioni di salute.

 

Prima di Arenberg, ancora cadute: a terra Moscon e Trentin
La fatidica attesa della foresta vedeva la Quick-Step cominciare a controllare la corsa, coi soliti Tim Declercq e Iljo Keisse a comandare il gruppo e riportare entro margini accettabili il vantaggio dei fuggitivi, mentre i soliti incidenti e incidentini mantenevano sempre alta la tensione nelle retrovie. Forature in questa fase per Arnaud Démare (Groupama-FDJ), non in giornata di grazia e Oliver Naesen (AG2R La Mondiale). A 140 km dall’arrivo, poi una caduta sfilaccia il gruppo  costringe Gianni Moscon a baciare l’asfalto francese, il quale ricambia amorevolmente tenendosi qualche pezzo della sua coscia destra. L’inseguimento al gruppo di codesti soggetti  è facilitato, ma neanche troppo, dalla foratura di Zdenek Stybar, che fa rallentare un po’ i belgi. Altro patatrac, stavolta più serio, nel settore 20 Haveluy à Wallers, quando uno sbandamento di Kristijan Koren (Bahrain Merida) fa finire a terra in molti, e dicono addio ai sogni di gloria Sebastian Langeveld (Team EF Education First) e Matteo Trentin (Mitchelton-Scott), entrambi costretti al ritiro.

 

Scatta il torello Quick-Step: si muovono Gilbert e Stybar
Con la spettacolare foresta di Arenberg, a 95 km dall’arrivo, cominciano le animosità tra i vari contendenti di questa Roubaix. Davanti la fuga perde pezzi, con i vagoncini più deboli, i vari Duquennoy, Thomson, Soupé e Smukulis si arrendono e si lasciano riassorbire. Dietro, è il giovane olandese Mike Teunissen (Sunweb), quest’anno vicino al successo alla Dwars door Vlaanderen, a prendere l’iniziativa, con Philippe Gilbert (Quick-Step) a fiondarsi alla sua ruota: c’è molta curiosità verso la prova del vallone, che per le sue caratteristiche ha sempre snobbato la Roubaix, partecipando una volta sola quando ancora non era il re delle Ardenne. Il duo esce avvantaggiato con un gruppo selezionato ma ancora folto alle spalle, dal quale si sgancia Niels Politt (Katusha–Alpecin) per riprenderli nel settore 18 Wallers à Hélesmes, formando un terzetto. La situazione in gruppo si fa molto fluida: in tanti tentano di sganciarsi, come da abitudine delle precedenti gare anche Wout Van Aert si muove abbastanza presto, rintuzzato da Sep Vanmarcke in persona. Il tentativo del drappello di Gilbert va a esaurirsi a 75 km dal termine, con sullo slancio dell’allungo di Jempy Drucker (BMC).

Neanche il tempo per Sagan di mettere i vari Oss e Burghardt ed il fratello Juraj a controllare il gruppo, che parte subito Zdenek Stybar: lo scatto secco del ceco lascia intendere che la Quick-Step voglia riproporre il gioco tattico messo in piedi al Fiandre, con un torello continuo fino al momento decisivo per Terpstra, ancora una volta il capitano designato. All’inseguimento di Stybar, che riprende un esausto Soler nel settore 17 Hornaing à Wandignies, entrano in gioco l’ex-compagno di squadra Stijn Vandebergh (AG2R La Mondiale), il vincitore 2015 John Degenkolb (Trek-Segafredo), Lars Bak (Lotto Soudal) ed Edvald Boasson Hagen (Dimension Data), ma non durano a lungo.

 

Anarchia dopo Orchies fino allo scatto di Sagan
Minuti contati per i fuggitivi, con Robeet che alza bandiera bianca nel settore 14 e Bystrøm, Dillier e Wallays che a 65 km dal termine hanno ormai meno di un minuto. In questo settore perdono terreno Yves Lampaert, probabile penultimo uomo della Quick-Step, e – indovinate ? – Oliver Naesen, ancora per foratura: per il prossimo ritiro in altura il belga ha già prenotato a Lourdes. Ma torniamo a concentrarsi su Lampaert, perché il suo incidente, che coincide con l’esaurimento dell’azione di Stybar all’altezza del settore 13 di Orchies, interrompe lo schema tattico della Quick-Step.

Così, all’uscita del settore, sono in diversi a cercare di tenere la corsa: prima ci prova Debusschere, poi si muove già Van Avermaet con Terpstra a ruota; Tony Martin non vuole essere da meno ma Gilbert non gli concede spazio, e ancora Van Avermaet, chiuso da Van Aert. Una girandola di attacchi atta a stanare l’unico che fino ad allora aveva controllato senza agire, Peter Sagan: così quando lo slovacco parte in progressione a esattamente 54 km dal termine, la reazione sorprendentemente non c’è. Anche Sagan resta un po’ attonito, quasi dell’idea che qualcuno gli stesse facendo uno scherzo, ma è così: nessuno lo vuole inseguire. Bisognerà aspettare il successivo settore 12, Auchy-lez-Orchies à Bersée, per vedere Jasper Stuyven e Wout Van Aert prendere l’iniziativa ed andare a caccia dello slovacco, il quale nel frattempo si è riportato sui fuggitivi.

 

L’aggancio: Wallays e Dillier collaborano con Sagan
Anche Vandebergh ed un ritrovato Talor Phinney (EF Education First), da tantissimo tempo mai così nel vivo di una gara importante, cercano di avvantaggiarsi. All’ingresso di Mons-en-Pévèle, un’altra caduta violenta mette fuori gioco altri possibili protagonisti: Terpstra sbanda per un salto di catena, facendo volare per terra ad alta velocità Alexander Kristoff (UAE Team Emirates), Edvald Boasson Hagen (Dimension Data), Tony Martin (Katusha), Luke Rowe e Gianni Moscon (Sky). A pagare le peggiori conseguenze è la Sky, con Rowe costretto al ritiro e Moscon che riceve il colpo di grazia in una giornata decisamente da dimenticare.

In quello che è uno dei tratti più attesi di tutta la Roubaix, l’azione di Sagan prende sostanza: esce dal tratto con Wellens e Dillier a ruota, mentre Van Aert, Stuyven e lo staccato Bystrøm sono in procinto di essere ripresi da ciò che resta della testa del gruppo dopo l’accelerazione di Niki Terpstra, che ha tenuto con sé i soli Vanmarcke, Van Avermaet e Gilbert, riportandosi su Phinney e Vandenbergh. Sono quindi in 9 (poi diverranno 6 col cedere di Gilbert, Bystrøm e Vandenbergh nel settore 10 Mérignies à Avelin) ad inseguire, ma il terzetto ha già 40” e continua a guadagnare: anche per Wallays e Dillier non si tengono a ruota di Sagan ma gli danno i cambi nei tratti in asfalto, consci che stare dietro al campione del mondo è l’unica possibilità per conseguire un risultato.

 

In due fino alla fine, ma nel velodromo non c’è storia
La resistenza di Wallays dura fino al tratto 7, Cysoing à Bourghelles: a 25 km dal termine il belga è costretto a issare bandiera bianca. Il vantaggio però è sensibilmente aumentato nel frattempo, salendo fino ad 1’25”: difficile l’accordo all’inseguimento, con gli EF che non sfruttano la maggioranza numerica e gli altri con le energie ormai al lumicino; i forcing di Terpstra, tra Camphin-en-Pévèle ed il fatidico tratto di Carrefour de l’Arbre, riducono il vantaggio ma è ormai chiaro che non ce la faranno a chiudere il gap.  Tanta sfortuna inoltre per Wout Van Aert, che nel tratto di Camphin-en-Pévèle perde contatto per problemi meccanici, venendo ripreso da Stybar, Politt, Teunissen e Naesen.

Davanti, Dillier è palesemente alla frutta. Ma, nonostante il volto paonazzo e l’andatura ciondolante a ricordare un po’ il Paco Mancebo dei tempi migliori, lo svizzero, sarà per la maglia di campione nazionale, sembra posseduto dallo spirito di Fabian Cancellara, e non molla un centimetro neanche tra le mille difficoltà del Carrefour, dove basta il benché minimo errore per perdere metri decisivi. Contro ogni pronostico, Dillier arriva a giocarsi il successo nel velodromo: tuttavia, la sua esperienza da seigiornista nulla può per arginare la fatica derivante da 215 e passa km di fuga. Sagan mette la freccia e passa, andando a prendersi la prima Roubaix della sua carriera, Dillier l’ovazione del pubblico.

 

Miglior italiano Marcato 18esimo. Manfredi 2° tra gli juniores
Dietro, negli ultimi chilometri, Terpstra ha provato ad andar via da solo: ne consegue che l’olandese vada a prendersi il podio, chiudendo così una stagione del nord decisamente lusinghiera, a 57” da Sagan. Si piazza quarto Greg Van Avermaet, che regola ad 1’34” i connazionali Jasper Stuyven e Sep Vanmarcke. A 2’31”, un gruppo ben più nutrito regolato dall’emergente tedesco Niels Politt, poi Phinney, Stybar, Debusschere, Teunissen, Naesen, Van Aert e a chiudere il drappello, un bravissimo Wallays.  Nel gruppo che segue a 3’07”, capitanato da Philippe Gilbert, c’è il migliore degli italiani, Marco Marcato, 18esimo a 3’07”.

Bisognerà aspettare 7’50” per vedere arrivare Daniel Oss e Gianni Moscon, rispettivamente 40esimo e 41esimo; taglia il traguardo anche Jacopo Guarnieri, 65esimo a 12’54”, e nelle retrovie, gli esordienti Iuri Filosi e Simone Consonni, bravi a completare una delle corse più difficili al mondo alla loro prima partecipazione; non classificati per fuori tempo massimo invece Oliviero Troia e Filippo Ganna, che solo due anni fa erano protagonisti della prova under 23. Che la cosa non sia di sconforto per Samuele Manfredi, autore di una grande prova nella gara riservata alla categoria juniores, e sconfitto solo dall’inglese Lewis Askey all’interno del Velodromo: il ligure della Work Service Romagnano va lentamente delineandosi come un possibile talento delle pietre, vista la sua recente vittoria alla Gand-Wevelgem. Certo, abbiamo bisogno di uno specialista, ma non mettiamogli fretta.

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