Chris Froome e il Team Sky sul podio finale del Giro d'Italia © Team Sky
Chris Froome e il Team Sky sul podio finale del Giro d'Italia © Team Sky

Froomeraviglie e altre quisquilie

Il bilancio del Giro d’Italia 2018: storico filotto per il britannico, contro un avversario fortissimo. Fra crisi e volate, passiamo in rassegna la Corsa Rosa

Sembrava difficile poter superare il pathos, gli scenari e il livello di competizione del #Giro100. Eppure, 365 giorni più tardi, sarà per la nostalgia già galoppante o chissà per cos’altro, non pare esserci discorso: il Giro d’Italia 2018, il primo del secondo secolo di vita, è già nella storia per molti aspetti. Merito, prima di tutto, dei protagonisti: i girini non si sono infatti risparmiati dall’inizio fino a quasi alla fine, riuscendo ad animare tappe, sulla carta, che poco lasciavano all’immaginazione. Il plauso più grande va a loro, nessuno escluso. Quasi alla fine, si diceva, perché quanto visto oggi a Roma (in collaborazione con la rinomata cura delle strade capitoline) è stato un siparietto poco edificante, in una riedizione non certo richiesta di quanto visto a Milano nel 2009.

Altre volte, invece, la fantasia, per quanto spinta, consentiva di ipotizzare scenari complicati ma non impossibili. E il merito per tale possibilità va senza dubbio a RCS Sport: la macchina guidata da Mauro Vegni ha fatto, anche stavolta, centro. La grande partenza da Israele è stata sicuramente una scommessa vinta, così come la decisione di operare scelte ormai in controtendenza con l’attuale deriva dei grandi giri (una su tutte, la Cima Coppi a 75 km dal traguardo). Certo, alcuni aspetti (trasferimenti lunghi – ma non interminabili come nell’era Zomegnan – ed eccessivo utilizzo di arrivi in vetta) potevano essere meglio strutturati, però non si può negare di come l’azienda milanese stia progredendo sempre più verso l’alta qualità in molti particolari.

È stato un Giro delle sorprese, delle fortunatamente poche cadute (solo cinque ritirati per traumi, se non è record poco ci manca), delle polemiche pressoché assenti (e date le varie tensioni, agonistiche e non, della vigilia, è un miracolo o quasi), dei tifosi tanto numerosi, colorati e gioiosamente rumorosi quanto finalmente composti. Un Giro sostanzialmente da ricordare e da conservare, da gustare e rigustare. Un Giro da sogno, vero, ma di un sogno che semplicemente ha rappresentato la solita, bellissima realtà del maggio italiano. Come già detto da chi governa la macchina organizzativa, l’asticella è stata nuovamente alzata: a loro il compito, anzi, il dovere, di far rendere ancor più la Corsa Rosa quella più amata e desiderata che ci sia.

Froome e la tripletta, per raggiungerla un cammino non certo agevole
«Nel nostro mondo il Giro è una grande corsa, una sfida importante. Ma se chiediamo all’uomo della strada chi ha vinto l’ultima edizione, la sua risposta sarà ‘Il Giro di cosa? Che è?’». Testo e musica di Christopher Froome, in un’intervista rilasciata nel marzo 2017. Da allora molto è cambiato per il britannico, con vicende su cui ancora non è stata presa una decisione (cambiano i presidenti ma l’immobilismo dell’UCI è sempre una costante) e con un’età che, per lui come per tutti, sale inesorabilmente.

Una cosa è la medesima: la fame di vittoria. Champs-Élysées, Plaza de Cibeles, Fori Imperiali: tre luoghi stupendi per tre vittorie preziose ma non dal medesimo sapore e qualità. Se il Tour è giunto quasi per inerzia, fra avversari o fuori forma o non di rango, la Vuelta lo ha visto battagliare in un testa a testa fino all’ultima salita. Al Giro, invece, il cammino è stato ben più complicato, come da tradizione alla Corsa Rosa.

La doppia caduta fra la ricognizione della crono d’apertura e Montevergine, al pari di una condizione iniziale non certo al top, hanno fatto a dire a molti: «È venuto a prendersi i soldi del Giro senza rispetto per la corsa». E invece lo Zoncolan è stato l’antipasto (per quanto bello ricco) mentre il Colle delle Finestre e la seguente cavalcata di 80 km è stato l’apice della carriera: Ventoux, La Pierre Saint Martin, Bagnères de Luchon belle, per carità, ma che sfigurano rispetto all’impresa di cui si è reso capace.

Diventa, questo smilzo ragazzo giramondo nato a Nairobi, il primo britannico a conquistare il Giro, secondo suddito di Sua Maestà sul podio dopo Robert Millar in quel pazzo 1987. Si tratta, inoltre, della prima gioia del Team Sky nella corsa finora stregata: lì dove Wiggins, Porte, Thomas e Landa hanno fallito, è servito sfoderare il capitano assoluto per centrare la tripletta. E la tripletta è doppiamente storica: Tour, Vuelta, Giro detenute consecutivamente è impresa centrata dai soli Eddy Merckx nel 1972-1973 e da Bernard Hinault nel 1981-1982, a cui si aggiungono in tempi diversi Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Alberto Contador e Vincenzo Nibali. Froome si prende anche la classifica dei gpm: l’accoppiata con la maglia rosa è riuscita, per ultimo, a Marco Pantani, altro nome non da poco.

Per la terza volta di fila il capoclassifica cambia nel corso delle ultime tre tappe; in questa occasione più che mai la squadra, cresciuta al pari del capitano, è stata fondamentale per supportare al meglio il leader maximo. Kenny Elissonde e Wout Poels sono stati i più preziosi in salita, ma la ribalta se la merita Salvatore Puccio: il siciliano trapiantato in Umbria, noto soprattutto per le sue doti in pianura, ha sbalordito per il ritmo imposto sul Colle delle Finestre, confermandosi poi il giorno seguente in Valle d’Aosta. Uno come lui potrà essere prezioso in chiave mondiale, ma intanto a goderselo è l’armata britannica.

Dumoulin secondo di lusso, ancora più forte del 2017
Ma la grandezza di un vincitore, spesso, non può prescindere da quella del battuto. E Tom Dumoulin è stato battuto sì, ma esce dal Giro come un gigante: il detentore del titolo non si è riconfermato ma acquista ancora maggior prestigio. Nei precedenti cinque grandi giri conquistati da Froome mai nessuno era giunto con un distacco inferiore ai 50″. Il neerlandese riesce a salire sul podio in un grande giro con soli 44 km a cronometro, ben 25 in meno rispetto al 2017: la complessità delle montagne e delle frazioni decisive, poi, non è minimamente paragonabile a quella dell’edizione numero 100.

Il Miguel Indurain 2.0 non ha saputo ripetere quanto centrato dal suo idolo, unico a vincere il Giro in due occasioni di fila negli ultimi 45 anni. Tra i meriti del ventisettenne vi è quello di essere stato l’unico uomo di classifica a non aver vissuto passaggi a vuoto, crescendo con il passare dei giorni e terminando in crescendo. Vero, la gestione della tappa di Bardonecchia poteva essere migliore, ma le colpe vanno più che altro imputate all’ammiraglia di un Team Sunweb che ancora dimostra una rivedibile conduzione. A livello di gregari, Sam Oomen è stato quello che Wilco Kelderman non ha potuto essere un anno fa: il confronto con la Sky, però, è stato impari. Per il futuro servirà sicuramente un miglior gruppo per poter ambire al massimo risultato: Tom fino a un certo punto può, ma oltre è troppo anche per lui.

López e Carapaz, giovani latini crescono
Il ciclismo sudamericano, si sa, è in prepotente crescita: dal 2013 in poi cinque delle quindici posizioni sul podio sono state occupate da colombiani, con Rigoberto Urán, Nairo Quintana e Esteban Chaves a tenere alto il tricolore. A loro oggi si è aggiunto Miguel Ángel López che non ha vissuto un Giro ordinario: scivolato, anch’egli, nell’apertura di Gerusalemme, il boyacense non ha lesinato episodi bizzarri fra cadute, perdite di contatto e difficoltà nei rifornimenti. Eppure è riuscito a salvarsi, correndo spesso di rimessa, a centrare più di quanto preventivabile alla vigilia: se la maglia bianca era un obiettivo primario, il podio era un sogno. Realizzato.

Ma questo ventiquattrenne, supportato da un’Astana valida ma lontana parente da quella dominante vista al Tour of the Alps, non è stato l’unico ispanofono a raccogliere un gran risultato. Nessuno avrebbe mai ipotizzato Richard Carapaz in lizza per il podio fino all’ultima salita: il primo ecuadoriano nella storia del Giro ha affrontato l’inaugurale Corsa Rosa alla grande. Vero, la sua passività ha talvolta snervato, ma il vincitore di Montevergine di Mercogliano ha resistito oltre ogni aspettativa, chiudendo quarto a meno di un minuto dal podio.

Per il Movistar Team è l’ennesima gemma scovata: e la tradizione dei navarri con la Corsa Rosa prosegue, pur con i tre tenori lasciati a casa. Dal 2014 in poi gli uomini di Unzué hanno sempre chiuso tra i migliori quattro (Quintana, Amador, Valverde, ancora Quintana e ora Carapaz) cogliendo sette vittorie parziali. Non sono di certo l’emblema dello spettacolo ma dal punto di vista della regolarità e del rispetto nei confronti della gara, nulla da dire. E pare finalmente ritrovato un talento tanto puro quanto discontinuo come Carlos Betancur, giunto quindicesimo pur lavorando in funzione del capitano. L’auspicio di tutti gli appassionati è che non si perda ancora.

Quante crisi! Chaves e Yates, destino agrodolce per una super Mitchelton. Pinot e il coraggio oltre alle difficoltà
Il Giro 2018 rimarrà nella mente per le cotte. Da tempo immemore non si verificavano delle crisi per un numero simile di uomini di classifica. Merito, o forse meglio dire colpa, della durezza del percorso, saggiamente disegnato. Il primo a crollare, dopo il giorno di riposo appenninico, è stato Esteban Chaves, vincitore sull’Etna e poi svanito, diventando ininfluente ai fini della corsa fin sul traguardo: prosegue così il rapporto di amore e odio del minuto scalatore con il Belpaese.

Lui era, almeno sulla carta, il capitano della Mitchelton-Scott: la formazione australiana, con cinque vittorie con tre diversi elementi, si conferma come una delle primissime al mondo, con atleti decisamente giovani e cresciuti con il duro lavoro: merita una menzione Jack Haig, sublime nelle prime due settimane ma calato alla distanza. Ma, esattamente come accaduto nel 2016, il sogno della maglia rosa continua a sfuggire nelle ultime battute: stavolta a doversi attendere è stato Simon Yates. Di gran lunga il miglior girino fino all’ultimo giovedì, il britannico, vincitore a Campo Imperatore, Osimo e Sappada con una super azione, ha vissuto la giornata più difficile della carriera quando più contava: gli scricchiolii di Prato Nevoso hanno preceduto il patatrac sul Colle delle Finestre. Per il futuro questa lezione gli sarà di sicuro aiuto.

Proprio all’ultimo è completamente saltato Thibaut Pinot: presentatosi al Giro con una forma scintillante, il francese non ha mai dato l’impressione di poter lottare per la vittoria ma, a differenza di altri, non è crollato, mostrandosi solido. Le fatiche nella tappa di Bardonecchia si sono però fatte sentire clamorosamente il giorno seguente: febbre e disidratazione lo hanno mandato letteralmente ko, facendolo andare in crisi nera sul Saint Pantaléon per poi concludere, stremato, a Cervinia. Il suo Giro, che si preannuncia l’ultimo per un po’ di tempo nel caso rimanesse alla Groupama-FDJ, è terminato in ospedale: un dispiacere per un atleta che dà sempre il massimo quando gareggia.

Aru, qui c’è da cambiare tanto. Pozzovivo e Formolo i soli italiani di classifica
Chi ha fragorosamente ceduto, nel suo caso sul Passo Tre Croci, è Fabio Aru. Il suo Giro d’Italia è stato da dimenticare sin dall’inizio: mai nel vivo, mai pimpante, il sardo ha fallito l’obiettivo stagionale. Colpa di una preparazione sbagliata, di un avvicinamento troppo morbido o cos’altro? L’unica cosa sicura è che delle serie riflessioni debbano essere fatte sia dall’entourage del campione nazionale che della stessa UAE Team Emirates, che chiude un Giro da incubo (unica formazione mai nei 4) e che pare il prologo ad una rivoluzione nel management.

Colui che era chiamato a tenere alto la bandiera dei padroni di casa, dunque, non è mai stato veramente della partita. Ha dimostrato una forma ben diversa Davide Formolo che, senza la giornataccia dell’Etna, avrebbe potuto concludere ben più avanti al decimo posto. Il veronese della Bora Hansgrohe è salito di rendimento col passaggio nella nuova squadra: e se fosse lui, assieme (se non di più?) ad Aru, l’azzurro su cui puntare per il futuro dei grandi giri?

L’unico italiano capace di lottare per il podio è stato Domenico Pozzovivo. Pimpante sin dall’inizio, il lucano ha corso in maniera speculativa e poco spettacolare, riuscendo però benissimo a trovarsi tra i primi tre sin dallo Zoncolan. La giornata no a Bardonecchia gli ha impedito di salire sul podio, dovendosi accontentare, come nel 2014, del quinto posto. Eguagliato la peggior performance nella storia del Giro, con un solo azzurro tra i migliori cinque come nel 1972 con Miro Panizza e nel 1987 con Flavio Giupponi. Non un segnale scintillante di salute del movimento.

Viviani e Battaglin, azzurri vincenti. Bennett e Mohoric sugli scudi
Cinque le vittorie di tappe dei padroni di casa, superando l’unico successo del 2017 con Nibali a Bormio. Merito, soprattutto, di Elia Viviani: il veronese ha esultato a Tel Aviv, Eilat, Nervesa della Battaglia e Iseo, confermando di essere definitivamente entrato nell’élite degli sprinter e portandosi a casa la maglia ciclamino. Hanno invece balbettato, seppur con diverse sfumature, le altre ruote veloci azzurre come Niccolò Bonifazio, Andrea Guardini, Jakub Mareczko e Sacha Modolo: peccato, perché le possibilità di alzare le braccia di certo non mancavano nelle sette volate disputate.

È invece rinato Enrico Battaglin: sempre costante dall’inizio alla fine, il vicentino del Team LottoNL-Jumbo ha vinto alla grandissima a Santa Ninfa, confermando il feeling con la Corsa Rosa. Non deve essere un punto d’arrivo quanto una nuova partenza per un corridore talentuoso ma poco costante. Bel Giro per Giulio Ciccone, non riuscito a portare a casa una soddisfazione ma messosi in mostra. Così come i fuggitivi seriali della Androni, da Davide Ballerini a Marco Frapporti, da Mattia Cattaneo a Fausto Masnada, penalizzati al pari degli altri coraggiosi della prima ora (su tutti Alessandro De Marchi, Matteo Montaguti e Giovanni Visconti, senza dimenticare, tra i forestieri, Luis León Sánchez).

Tra gli stranieri, inevitabile cominciare da Sam Bennett, diventato in un sol colpo l’irlandese più vincente nella storia della Corsa Rosa: Praia a Mare, Imola e Roma il trittico vergato dallo sprinter della Bora, unico vero rivale di Viviani. È stato il Giro in cui Matej Mohoric ha messo in mostra le sue doti, con l’azione vincente di Gualdo Tadino ovviamente come perla. Non ha avuto la sorte che meritava Ben O’Connor, baby australiano ai margini della top 10 fino alla caduta nella discesa di Sestriere che lo ha costretto al ritiro: di lui, sicuramente, ne risentiremo parlare a lungo. Menzione finale a Adam Hansen, che chiude il suo ventesimo grande giro di fila con oltre 70 mila km sul groppone: la striscia si interrompe qui. E scelta migliore non poteva esserci, in un Giro d’Italia di abbacinante bellezza.

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